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Il virus del contatto che apre tutte le ferite della contemporaneità

Avatar di Adriano Angelini Sut, in In Cold Blood, Rubriche, del

Vedo gente disperata, straziata, impaurita: cambiata. Parlo con amici che non sembrano più loro, è come se stessero subendo una mutazione interna. Nessuno scrittore sarebbe mai riuscito a immaginare una situazione simile, non a questi livelli. Le conseguenze di questa pandemia da Covid-19 iniziano a delinearsi sempre più: l’umanità sembra finalmente liberarsi dei suoi freni inibitori. Non per superare limiti che la portino verso altezze sublimi. Non per sperimentare stati di coscienza alterati che l’avvicinino all’assoluto, all’Io superiore, al Satori. No. L’umanità è spinta inesorabilmente verso il basso, l’infimo, l’innominabile strazio delle sue paure. Tutto ciò che fino a ieri non si poteva ipotizzare è realtà. Il virus della verità squarcia ferite che negli ultimi tempi erano solo piccole abrasioni. Fastidiose, magari sotto pelle, o forse solo superficiali. Le ferite della contemporaneità; la solitudine e il distacco, vissute, per lo più, nel silenzio dei mono-bilocali, nell’angoscia del fine mese senza soldi a sufficienza per tirare avanti, senza un lavoro stabile, senza una prospettiva, senza un amore da sognare, o soltanto un amicizia su cui confidare. C’era, però, nel pre-crisi, il balsamo della speranza; quel balsamo che sapeva regalare una bella giornata di sole, un viaggio, un caffè fuori, un incontro inaspettato, una telefonata che doveva arrivare. Una serata al cinema o semplicemente davanti a un bicchiere di vino in vineria.

La slavina che ha lavato via quel balsamo, quel ghiaccio scioltosi repentino con un decreto di sospensione di ogni libertà dalla notte alla mattina, ha squarciato il velo di Maya (della nostra grande illusione, la speranza). Il contatto non c’è più, è proibito per legge. L’orrore entra nelle nostre case con tutorial di medici e infermieri che ci spiegano quanto è dannoso stare assieme agli altri; tutti sono potenziali portatori sani della nuova peste, non fidarsi di nessuno, tenere tutti a distanza, guai ad avvicinarsi, anche solo strusciarsi. Tutto ciò su cui si basava la comunicazione non verbale (insufficiente, ça va san dire, e limitata di di per sé), l’abbraccio, la gestualità, la carezza, il bacio, il pugno, la spinta, la pacca sulla spalla, il soffio, è diventato tossico. Forse, nelle nostre solitudini metropolitane, tutto questo lo era anche prima, solo che non lo ammettevamo con noi stessi. Ci tenevamo alla larga volontariamente dai troppi contatti perché in fondo assumevamo la posa del maudit, il meglio soli che male accompagnati, quanto è bello essere single, o in coppia scoppiata, quanto mi fa stare bene un po’ di riflessione in solitudine, che noia i gruppi, i colleghi, ma no noi in fondo siamo sempre stati soli. Si nasce e si muore soli, diceva Pavese che però è stato coerente con la sua disperazione esistenziale e ha dato corpo a quella fine che ha spezzato la speranza (l’allitterazione ci sta); ha letteralmente dato il suo corpo all’oltre. Suicidandosi.

Oggi, in questa grande prova generale di dittatura globale fondata sulla paura del nemico invisibile, tutto è messo a tacere; la speranza non ha alcun senso, il dissenso è iper-dannoso, l’ubbidienza cieca l’unica via di salvezza (che non arriva mai, ovvio, ma è sempre e solo rimandata al giorno dopo quando i dati forse saranno migliori). Nessun Ray Bradbury, nessun Orwell, nessun Asimov, nessun Michael Crichton avrebbe mai immaginato un virus che tenesse distanziati gli esseri umani, il virus del contatto. Il nemico, potenzialmente mortale, ovunque. Dai megafoni delle tv di guerra arrivano bordate tremende contro coloro che si azzardano solo a ipotizzare il contatto. Le lunghe file ai supermercati con le bocche protette da mascherine e ben distanziati, l’espressione fragile e diffidente di chi teme il respiro dell’altro pur a due metri. Gli occhi bassi. La camminata sul marciapiede vuoto e il cambio di direzione appena si scorge l’altro in lontananza. Un mio amico, sere fa, nella solita fantasmagorica videochiamata asettica (siamo in nuova era dei fratelli lumiere che porta nelle nostre case non già le ombre platoniche degli attori del primo cinematografo, ma di noi stessi, spettri riflessi in quello schermino), il mio amico con fare stizzoso e fiera prosopopea mi ha detto che lui non vede l’ora di andare in giro in mascherina obbligatoria, tutti devono farlo per il bene degli altri, e giù uno sciorinamento di regole e massime sul perché è cosa buona e giusta distanziarsi, coprirsi, nascondersi: lui, dice, è contento quando si nasconde da tutti gli altri. Quando nessuno lo vede.

La prova generale di dittatura globale, bisogna dire, sta andando alla grande.

È molto probabile che non ci sarà un dopo. Ci sarà solo un adesso differenziato. Gli avvoltoi della scienza medica esatta, quelli che fino a ieri dicevano tutto il contrario di ciò che dicono adesso, ci ammoniscono con i loro ditini severi di maestrini spavaldi. Se la solitudine, prima, era un peso ma anche una scelta, un effetto, una conseguenza di una vita votata alla ricerca non già di un senso (troppa grazia), ma di una sussistenza per non finire a livello delle bestie, oggi è sancita per legge; è la salvezza che ci difende dal nemico mortale che è l’altro. Le città sono cimiteri veri che seppelliscono i morti anziani freddati dal virus ospedaliero e cimiteri spirituali dove le nostre casette sono i loculi dell’attesa. I carcerieri imbellettati dietro gli schermi tv e internet scandiscono il tempo del rancio e dell’ora et labora (lì dove le due attività si riducono all’ammirazione passiva del loro operato di somministratori di verità). Togliete loro la maschera e vedrete venir fuori la razza aliena di “Essi Vivono”, quella che camminava in mezzo agli umani travestita da umani.

Termino autocitandomi, perché se il virus del narcisismo affligge il presidente del Consiglio non vedo perché non possa affliggere anche uno scrittore come il sottoscritto:

Questa è l’epoca in cui il Diavolo rivendica apertamente non solo un ruolo nella Storia ma l’egemonia, in quanto unico creatore e signore in pectore di questa dimensione materiale. Non se ne vergogna più e anzi ha deciso di venire allo scoperto. Dio, dal canto suo, è assente, o forse sembra finalmente mostrarsi per ciò che è sempre stato: uno spettatore che se ne sta alla finestra, distaccato, algido e indifferente e, come i veri despoti fissati per malattie e contaminazioni, non si azzarda più nemmeno a mandare qualche suo emissario ma lascia che il lavoro sporco venga fatto da estranei. Che le mani nel fango le mettano i putrescenti che non possono e mai potranno ambire alla sua luce.

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Adriano Angelini Sut


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