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I 90 di Clint Eastwood: la bussola dell’individuo, la diffidenza nei confronti dello stato, contro la “pussy generation”

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Clint è inquieto per gli individui, per quelli vecchi e per quelli più giovani, per quelli ultra americani e pure per gli immigrati che hanno voglia di lavorare e integrarsi, per chiunque sia pronto a spaccarsi la schiena restando fedele a se stesso, senza compromessi di comodo, senza furbizie levantine…

Solita storia: nel weekend abbiamo letto tante celebrazioni del novantesimo compleanno di Clint Eastwood, ma – con eccezioni che si contano su poche dita di una sola mano di un grande mutilato – erano più che altro omaggi retorici, inchini formali, fino a constatazioni abbastanza tautologiche sul fatto che novant’anni siano tanti. C’è da immaginare lo sguardo di Clint nel leggere tante appiccicose banalità, così lontane dall’essenziale. 

Quel che non si vuole cogliere è la traiettoria di un uomo integro e solitario, e il filo che unisce le esperienze di quando era più giovane (le interpretazioni negli spaghetti-western e più tardi il ruolo iconico dell’ispettore Callaghan) alle gemme della maturità, che lo hanno visto come regista e a volte interprete negli ultimi dodici anni, da Gran Torino a American Sniper, da Sully a Attacco al treno, da The Mule fino all’ultimo Richard Jewell.  

Quella di Clint non è solo una maschera: virile, dura, consapevole. È una visione della vita. Non dispiaccia ai registi cosiddetti pensosi e impegnati, in realtà militanti di sinistra conformi e conformisti, aggrappati ai loro feticci ideologici, e non dispiaccia soprattutto – il Dio del cinema ce ne scampi – alla compagnia di giro di attori e registi italiani che vanno per la maggiore da un ventennio: quelli che ci hanno raccontato, tra un tinello e un divano, il disagio di quando avevano trent’anni, il disagio di quando ne avevano quaranta, e adesso il disagio dei cinquantenni imbolsiti eppure irrisolti che sono diventati. Ci avete rotto i coglioni col vostro disagio, con i vostri tic, con i vostri fallimenti, cari compagni. 

Il messaggio del gigantesco Clint, conservatore ma libertario (anzi: conservatore e dunque libertario), è che siamo chiamati a essere uomini, a nascere e morire da soli, ad assumerci le responsabilità, a decidere, a cadere e a provare a rialzarci, ad affrontare con dignità e senza piagnistei il cammino della vita, con le sue spietate durezze. 

E a farlo con una bussola: quella dell’individuo. Avete letto bene, cari compagni del cinema italiano (nella parlata romanesca: “scinema”, con una “c” pure lei – come voi – sciatta, trascinata, svogliata): individuo, non stati-chiese-partiti. Clint è inquieto per gli individui, per quelli vecchi e per quelli più giovani, per quelli ultra americani e pure per gli immigrati che hanno voglia di lavorare e integrarsi, per chiunque sia pronto a spaccarsi la schiena restando fedele a se stesso, senza compromessi di comodo, senza furbizie levantine, senza sindacati-collettivi-“comunità” capaci di aprire ombrelli, se non retorici, insinceri, controproducenti.  

E naturalmente a indicarci l’altra stella polare: la diffidenza nei confronti dello stato, del potere e dei suoi abusi, delle burocrazie ottuse, dei media nevrastenici, delle manipolazioni dei conformisti politicamente corretti. Tutte realtà – queste – certamente diverse, ma pronte a unirsi contro un individuo padrone di sé, compos, attrezzato e consapevole, e a maggior ragione a stritolare una persona comune come l’ingenuo e sincero Richard Jewell. 

Non lo hanno mai amato a sinistra, ovviamente: ce l’ha con voi, compagni della “pussy generation”, fighette che col ditino pensate di giudicare cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ma temo non l’abbiano compreso nemmeno tanti a destra, certamente affascinati dal suo volto e dalle sue rughe, ma spesso poco inclini a scegliere la libertà contro la protezione, l’individuo contro i corpi intermedi, la solitudine contro le vaste compagnie.

Da “destra”, come mi è già capitato di dire, il grande Clint mi fa sempre ripensare a un antico monito proveniente da tutt’altra cultura e estrazione, un’antica citazione di Graham Greene. Non traduco, perché le sfumature dell’italiano farebbero perdere l’essenzialità dell’originale: “States, institutions, parties betray: a moral action can only be individual, and, as a consequence, limited and fallible…”.  

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Daniele Capezzone


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