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Day by Day: Hitchcock a Pisa e poeti a Roma

Avatar di Gianfranco Ferroni, in Day by Day, Rubriche, del

È la nuova sovrintendente capitolina ai beni culturali, Maria Vittoria Marini Clarelli: insieme agli artisti Gianni Dessì e Mario Sasso venerdì nella capitale presenterà il libro “Franco Simongini. L’atto poetico di documentare l’arte”, curato da Gabriele e Raffaele Simongini, pubblicato da Maretti Editore e realizzato con il sostegno dell’Accademia di Belle Arti di Roma, sede ospitante, diretta da Tiziana D’Acchille che introdurrà la presentazione. Il volume è dedicato al grande regista di documentari d’arte ed approfondisce i legami della sua attività filmica con quella poetica e narrativa. L’opera raccoglie contributi di artisti (da Cucchi a Dorazio, solo per dirne due), storici dell’arte (da Barilli a Bonito Oliva, da Calvesi alla Marini Clarelli, dalla Pirani a Zeri), registi, esperti di mass media (da Abruzzese a Costanzo, solo per dirne alcuni), poeti e scrittori (Betocchi, Bo, Luzi, Maffia, Mauro), la trascrizione delle interviste televisive a Giorgio de Chirico e Renato Guttuso, foto e cartoline d’artista, l’elenco competo dei documentari realizzati da Simongini per la Rai. Verrà proiettato per l’occasione il documentario “Giorgio de Chirico: Sole sul cavalletto” (1975). Franco Simongini (Roma 1932-1994), poeta, scrittore e regista, ha inventato un nuovo genere di documentario d’arte che coinvolge gli spettatori nell’assistere alla nascita di un’opera d’arte, come se fosse un evento di cronaca o sportivo raccontato in diretta. Simongini ha saputo collegare il linguaggio cinematografico, fondato sul montaggio, con quello del piccolo schermo, basato sulla diretta televisiva. Ciò che però univa la sua attività poetica alla documentaristica d’arte era la ferma convinzione che l’occhio del poeta e quello del regista coincidono, col fine di svelare gli aspetti inattesi e spesso straordinari di una realtà che si presenta priva di schemi preordinati o di pregiudizi, come suggerivano nel secondo dopoguerra le pellicole di De Sica, Zavattini e Rossellini. Il cinema neorealista, più della letteratura, superava i confini che separavano la realtà dalla finzione, per rivelare come dietro ogni singola inquadratura si nasconda, in forma poetica, lo stupore dinanzi al reale. Simongini aveva compreso che non solo la realtà ma anche l’arte doveva essere colta direttamente, secondo la specificità del medium televisivo, senza intervenire con eccessive modificazioni del montaggio o particolari angolazioni di ripresa. All’interno di questo contesto storico si inserisce lo stile di Simongini: la cronaca, la realtà, l’attenta osservazione delle opere d’arte, la posizione etica nei confronti dell’umanità e in particolar modo degli artisti, hanno costituito il fertile terreno su cui elaborare l’espressione poetica e successivamente quella documentaristica. Attraverso la poesia, Simongini aveva allenato lo sguardo ad una osservazione affettuosa, malinconica ma ottimistica della realtà circostante: quello stesso modo di osservare avrebbe determinato il suo stile registico nei documentari degli anni settanta e ottanta (realizzati per la Rai e dedicati a Maestri del calibro di Burri e de Chirico, solo per fare due nomi), quando si occupò di una altra realtà, quella dell’arte, creata però dagli artisti e dalla loro innata capacità di dar forma ad un altro mondo.


Presentato a Roma il volume “Gastone Novelli, Scritti ’43 – ’68”, pubblicato da Nero, che raccoglie l’intero corpus dei testi dell’artista, nato a Vienna nel 1925 e scomparso a Milano nel 1968, sia quelli rimasti fino ad oggi inediti, sia quelli già pubblicati da Achille Perilli nel 1976 in un numero monografico della rivista Grammatica. Una raccolta di testi che attraversa la storia dell’Italia artistica e politica della seconda metà del Novecento e allo stesso tempo offre un racconto senza filtri della vita di uno degli artisti italiani che più ha vissuto la tensione tra modernità e sperimentazione linguistica. Eventi e riflessioni si susseguono per tre decenni e si nutrono di viaggi e di incontri fatti da Novelli: dalla Roma della Resistenza e dell’occupazione tedesca al Brasile dei primi anni Cinquanta, dove l’artista scopre la sua vocazione e ha le prime esperienze di insegnamento all’Istituto d’arte del Museo di San Paolo diretto da Pier Maria Bardi; da Parigi dove Novelli frequenta gli ambienti d’avanguardia e stringe rapporti con Hans Arp, Man Ray, Tristan Tzara, Georges Bataille, Samuel Beckett, Pierre Klossowski e Claude Simon, alle isole della Grecia, luogo prescelto per i suoi studi sulle origini del linguaggio. Sullo sfondo c’è il vivace ambiente della cultura italiana, in cui Novelli frequenta molte delle personalità di spicco di quegli stessi anni, tra cui Afro Basaldella, Corrado Cagli, Pietro Consagra, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Achille Perilli, Arnaldo e Giò Pomodoro, Toti Scialoja, Giulio Turcato, Emilio Villa, Cesare Vivaldi. La varietà dei testi raccolti (racconti, poesie, manifesti, interviste, ricordi, lettere e appunti di lavoro) restituisce in pieno la molteplicità degli interessi di questo artista e il suo costante e vitale desiderio di intervento sulla realtà che lo circondava. Le lettere e i racconti dal carcere, il giovanile manifesto politico del Movimento Confederale europeo, i corsi di composizione tenuti in Brasile e a Roma, i testi teorici per le riviste L’Esperienza moderna e Grammatica, i suoi decisi interventi sulla Biennale di San Paolo del Brasile, sul Convegno di Verucchio, sulla Quadriennale di Roma e sulla Biennale di Venezia, quelli sul Surrealismo e sulla politica del PSI, ci restituiscono finalmente appieno la ricchezza di questa figura, che non è stato solo pittore e artista, ma anche insegnante, fervido polemista, editore, scrittore e attivista politico. La raccolta è stata curata da Paola Bonani, curatrice, con Marco Rinaldi e Alessandra Tiddia, del catalogo generale dell’artista e collaboratrice da molti anni dell’Archivio Gastone Novelli.


Il titolo parla da solo: “Alfred Hitchcock nei film della Universal Pictures”. A Pisa, dal 7 aprile al primo settembre 2019, il Museo della Grafica (Comune di Pisa, Università di Pisa) presenterà una mostra che indagherà la figura del regista del brivido, Hitchcock (1899-1980). Curata da Gianni Canova e prodotta e organizzata da ViDi, la rassegna esporrà 70 fotografie e contenuti speciali provenienti dagli archivi della major americana per condurre il pubblico nel backstage dei principali film di Hitchcock, facendo scoprire particolari curiosi sulla realizzazione delle scene più celebri, sull’impiego dei primi effetti speciali, sugli attori e sulla vita privata del regista inglese. Celebrato come uno dei principali e più influenti innovatori della storia del cinema, Hitchcock è famoso per il suo ingegno, le trame avvincenti, la gestione delle camere da presa, l’originale stile di montaggio, l’abilità nel tener viva la tensione in ogni singolo fotogramma. “Hitchcock, come hanno detto i critici della nouvelle vague”, afferma Canova, “è stato uno dei più grandi creatori di forme di tutto il Novecento. i suoi film, per quante volte li si riveda, sono ogni volta una sorpresa. ogni volta aprono nuove prospettive attraverso cui osservare il mondo e guardare la vita”. Il percorso espositivo analizzerà i principali capolavori di Hitchcock, prodotti dalla Universal Pictures. Primo fra tutti Psyco (1960), una delle sue opere più controverse che riuscì a battere tutti i record di incassi e fece fuggire il pubblico dalle sale in preda al panico. Un’occasione per vedere il dietro le quinte del metafisico Motel Bates, conoscere il personaggio inquietante di Norman, la doppia personalità di Marion e la celebre scena della doccia. Una sala del Museo della Grafica sarà dedicata a Gli Uccelli (1963), pellicola in cui introdusse numerose novità nel campo del suono e degli effetti speciali; con ben 370 trucchi di ripresa, il film richiese quasi tre anni di preparativi a causa della sua complessità tecnica. L’itinerario nell’universo hitchcockiano proseguirà con La Finestra sul cortile (1954), con James Stewart che interpreta il fotoreporter ‘Jeff’ Jeffries, costretto su una sedia a rotelle per una frattura alla gamba e che, per vincere la noia, spia le vite dei vicini dal proprio appartamento, fino a convincersi che in un appartamento si sia consumato un delitto. Il film fu un grande successo; uscito nell’agosto 1954, nel maggio 1956 aveva già incassato 10 milioni di dollari. E ancora, La donna che visse due volte (1958), capolavoro divenuto oggetto di venerazione, una delle storie d’amore più angoscianti del cinema, verrà narrata attraverso un numero infinito di angolazioni e riprese straordinarie nei luoghi più famosi di San Francisco. Il materiale fotografico getterà inoltre uno sguardo su altri celebri film come Sabotatori (1942), L’ombra del dubbio (1943), Nodo alla gola (1948), La congiura degli innocenti (1955), L’uomo che sapeva troppo (1956), Marnie (1964), Il sipario strappato (1966), Topaz (1969), Frenzy (1972) e Complotto di famiglia (1976). Lungo tutto il perimetro della mostra, il visitatore sarà accompagnato da una serie di approfondimenti video di Canova. Una sezione verrà inoltre dedicata alla musica che ha connotato alcuni dei suoi film, tra cui quella di Bernard Herrmann, compositore statunitense che ha scritto, tra le altre, le celebri colonne sonore per La donna che visse due volte e Psyco, che furono parte integrante e fondamentale per la costruzione del senso di attesa hitchcockiano. Non mancheranno il montaggio delle celebri e fugaci apparizioni di Hitchcock sulla scena. Nati come simpatiche gag, i cammei divennero col tempo una vera e propria superstizione. Il pubblico iniziò ad attenderli con impazienza e per evitare che lo spettatore si distraesse troppo durante il film, il regista decise di anticiparli ai primissimi minuti dell’inizio.


Dal 9 maggio al 24 novembre, il Museo di Palazzo Mocenigo, Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo di Venezia ospita la mostra personale di Brigitte Niedermair, artista sudtirolese che da oltre vent’anni fotografa l’universo femminile. Dal titolo “Me and Fashion 1996 – 2018”, la rassegna riunisce più di trenta immagini e still life dedicati al mondo della moda e tratti da un archivio di oltre due decadi di attività fotografica. La rassegna si inserisce nell’ambito di Muve Contemporaneo, il progetto promosso da Fondazione Musei Civici di Venezia e giunto alla sua quarta edizione, che propone mostre, eventi e performance in dialogo serrato tra antico e contemporaneo, nel contesto della Biennale d’arte contemporanea. La mostra, curata da Charlotte Cotton con la direzione scientifica di Gabriella Belli e ospitata al primo piano del Museo di Palazzo Mocenigo è una interazione dinamica tra le fotografie dell’artista e l’architettura e gli arredi del XVII e XVIII secolo del palazzo. L’incontro avviene negli ambienti un tempo privati della famiglia Mocenigo, scanditi da un’alternanza tra spazi intimi e imponenti con cui Niedermair dialoga, rispondendo all’atmosfera specifica di ogni stanza e inserendo i suoi tableaux di foto di moda e di natura morta, con una potente intenzione installativa. Dal fascino ricercato e dall’eleganza formale, gli scatti di Niedermair dialogano con l’atmosfera e con le opere presenti in ogni sala. L’artista ha selezionato e rimosso diversi dipinti della collezione Mocenigo, sostituendoli con le sue immagini che interagiscono con lo spazio in modo poetico, talvolta provocatorio, creando un corto-circuito intorno al tema dell’identità e del genere. La femminilità di stampo classico, evidente nelle opere del XVII e XVIII secolo conservate nel museo, crea un forte contrasto con l’ideale di donna ritratto nelle immagini di Niedermair: una potente figura femminile, consapevole della propria identità e del suo ruolo nella società contemporanea. In un susseguirsi di corpi femminili, still life e riferimenti alla storia dell’arte, gli scatti di Niedermair sono ricchi di simbologie e metafore che esprimono la seduzione e l’eleganza che contraddistinguono l’universo della fotografia di moda, creando immagini sospese tra la realtà e immaginazione. Nel panorama della fotografia di moda, Niedermair è una presenza del tutto unica, riuscendo a coniugare le necessità visive della moda contemporanea con un linguaggio che si nutre di riferimenti alla storia dell’arte, restituendo un suo sguardo femminile che si impone con forza in un sistema di immagini dominato da una visione maschile.


Un panorama incredibile, dove spiccano i nomi di Pier Paolo Pasolini, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Sandro Penna, Giuseppe Ungaretti, Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Carlo Emilio Gadda, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, Amelia Rosselli, Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Dario Bellezza, Renzo Paris, solo per citarne alcuni. Sono alcuni dei personaggi presenti nella mostra “Poeti a Roma. Resi superbi dall’amicizia”, promossa dalla Regione Lazio, organizzata da Agci Lazio in collaborazione con Laziocrea e aperta al pubblico dal 30 marzo al 23 giugno nello spazio WeGil di largo Ascianghi: oltre 250 fotografie originali ritraggono scrittori e poeti per le vie della capitale, durante perlustrazioni, serate di presentazione, cene, feste in casa, fino a giungere al ricordo della morte di Pier Paolo Pasolini all’Idroscalo di Ostia, con scatti di Antonio Sansone, Tazio Secchiaroli, Rodrigo Pais, Dario Bellini, Guglielmo Coluzzi, Francesco Maria Crispolti, Jerry Bauer, Ezio Vitale, Alberto Durazzi ecc.. Inoltre saranno esposti prime edizioni, inserti, riviste e rare incisioni discografiche. L’esposizione, a cura di Giuseppe Garrera e Igor Patruno, è il racconto di un’intera stagione, di un momento incantato della città di Roma, tra gli anni ’60 e ’70, quando poeti e scrittori, felici e desiderosi di creare, costituirono una sorta di comunità d’amicizia. Attraverso centinaia di foto e documenti in mostra vengono narrati progetti, pubblicazioni, aiuti e scambi di ammirazione reciproca, e, soprattutto, il beato scorribandare per la città di Roma di poeti insuperabili e che della poesia fecero vita (sono Penna e Pasolini a indicare a tutti la polvere e il sole delle strade di Roma). Soprattutto le fotografie, molte inedite, restituiscono la traccia luminosa e viva di questa stagione straordinaria e la forza e lo splendore di legami unici.

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Gianfranco Ferroni


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