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No, amici di “Più Europa”, Bruxelles non è un modello di integrazione. A Molenbeek l’Europa multicult è fallita

Avatar di Adriano Angelini Sut, in In Cold Blood, Rubriche, del

Giorni fa è girato in rete un raccapricciante manifestino di “Più Europa” in vista delle prossime elezioni europee. Una candidata del partito di Emma Bonino, di cui non farò il nome per non farle pubblicità (tanto in rete ve lo trovate da soli), diceva di amare Molenbeek, il quartiere di Bruxelles con la più alta concentrazione di islamisti di tutta Europa. Molenbeek, secondo la compiaciuta candidata, era, anzi è, anzi sarebbe, un perfetto esempio di convivenza multicult e inclusiva (parola quest’ultima che, come ho ripetuto più volte, mi fa venire l’orticaria).

Per rispondere alla fanciulla entusiasta, che pare si sia anche trasferita a vivere a Bruxelles, per risponderle che a Molenbeek non c’è nessuna convivenza pacifica – se non nei suoi sogni – e che non c’è alcuna inclusione, non mi metterò a elencare i fatti di cronaca nera che hanno caratterizzato quel quartiere, né i tanti terroristi islamici che hanno colpito l’Europa a più riprese negli ultimi anni e che da lì sono passati, ricevendo accoglienza e protezione. Mi affiderò a un’altra fanciulla. La giornalista marocchina naturalizzata belga Hind Fraihi che in quel di Molenbeek ha deciso di infiltrarsi, facendosi passare per una studentessa di sociologia, dando vita a un ottimo reportage pubblicato in italiano dalla Bur: “Infiltrata a Molenbeek. La mia indagine nella culla del terrorismo islamico”. Un libro coraggioso e sfrontato, pubblicato nel 2016 e scritto da una ragazza che si professa apertamente musulmana (ma di un Islam, come lo chiama lei, Flower Power). 

Cosa dice questo libro? Dice innanzitutto una cosa. La dice alla fine dell’inchiesta. “L’Islam radicale, come qualsiasi altra forma di credo radicale, non è una religione ma fascismo allo stato puro. L’abbiamo sempre saputo. Purtroppo non facciamo nulla per contrastarlo”. Il viaggio che Hind fa all’interno del quartiere belga (ma non solo, si sposta pure a Shaerbeek, altro quartiere di Bruxelles a forte presenza islamica, e ad Amsterdam) è inquietante. Racchiude tutto ciò che dell’Islam di questi  tempi bui non vogliamo vedere. A Molenbeek le strade sono piene di donne velate, fiere di indossare il velo, tutt’altro che costrette. I negozi, i mercati, le attività commerciali in generale non sono più europei, ma arabi. Le moschee sono nascoste dietro porte su strada e all’interno si insegna la versione integralista dell’Islam, quella wahabita. Quella che è ben riassunta nelle regole che si trovano sul libro “Direttive islamiche. Per l’edificazione individuale e sociale” e che la giornalista trova esposto a Shaerbeek nel Centro di Istruzione Culturale della Gioventù. Vi si legge: “Il potere legislativo attribuito ad altri al di fuori di Allah, come una dittatura, una democrazia, o qualsiasi altro sistema che autorizzi leggi differenti da quelle di Allah”, non è consentito. Così come non sono consentiti: “La fede in ideologie devastatrici come l’ateismo comunista, il sionismo ebraico, il socialismo marxista, il secolarismo religioso o il nazionalismo che l’arabo non credente mette al di sopra dell’Islam”. Il libro parla chiaro: “Colui che cambia confessione, uccidetelo”. Non solo: “L’ultima ora non giungerà finché i musulmani non avranno battuto gli ebrei. I musulmani li uccideranno”.

Hind ci fa sapere che tali pubblicazioni sono la norma dentro le moschee e i centri culturali islamici del Belgio, di Molenbeek in particolare. Ci dice che all’interno delle stesse vige la rigidissima regola della separazione fra maschi e femmine. Che vengono diffusi opuscoli per le donne su cui si legge: “Fai attenzione al telefono, perché è il mezzo tramite cui i lupi si intrufolano sotto sembianze umane. Ubbidisci al tuo sposo e non farlo infuriare. Non mettere lo smalto sulle unghie e non usare il profumo.  Non guardare Internet, i video o la televisione. Ascolta solo la musica religiosa. Non provare a imitare l’uomo, portando i pantaloni o i capelli corti. Astieniti dal leggere le riviste, conducono alla depravazione e fanno perdere il controllo di sé. Non partecipare alle feste. Non uscire di casa senza l’autorizzazione di tuo marito. Distribuisci i volantini islamici.”

Hind rivela che dietro questi deliri c’è l’Arabia Saudita, c’è il suo tentativo di imporre nel mondo islamico la sua versione ultra ortodossa dell’Islam. Il Belgio, con le sue istituzioni governate per anni dai socialisti, ha permesso che si sviluppassero veri e propri quartieri-città islamizzati all’interno del suo territorio senza muovere un dito. Molenbeek, di fatto, è fuori controllo. Non sembra nemmeno più il Belgio, ci fa sapere la brava giornalista. Durante una giornata passata nel quartiere, dice di aver visto appena due donne senza velo. La cosa più triste, dal punto di vista di chi scrive, sono le conversazioni avute dalla giornalista con le donne che scelgono liberamente di sottomettersi ai dettami dell’Islam, di indossare non solo lo hjiab ma il burqa. Sono movimenti di donne in crescita, che sostengono di essere più libere delle occidentali, che lo fanno perché non vogliono che il loro corpo venga valutato più del loro intelletto. Che il loro corpo è un affare solo privato. Sono donne che, sempre a parere di chi scrive, non credo dispiacciano alle nostre femministe; le quali infatti si guardano bene dall’attaccarle, dal criticarle. C’è un filo rosso nero che lega le nostre tragiche femministe e questo disumano movimento di donne islamiche fiere della loro sottomissione. Molenbeek è tutt’altro che convivenza pacifica e inclusiva. I belgi lì non ci abitano. Non potrebbero farlo. Forse ci capitano i candidati alle europee di “Più Europa” perché sanno che dopo qualche anno di turismo socio-intellettuale se ne ritorneranno nella loro villetta di famiglia a due piani in qualche amena località italiana.

Il libro della Fraihi dice molto altro. Dice che nelle intenzioni degli islamisti radicali e radicalizzati che vivono in Belgio e che frequentano le moschee (e che purtroppo sono in maggioranza) si è fatta strada la convinzione che l’Islam deve trionfare in tutto il mondo. E qui ci sarebbe da fare qualche considerazione di carattere storico politico. Lo spazio è poco. Ci proverò velocemente. Già quarant’anni fa Oriana Fallaci, per prima, assieme a pochi altri, aveva allertato il mondo occidentale sulle vere mire di questa gente. Il fatto che l’Europa non solo non è corsa ai ripari ma li abbia fatti entrare (come forza lavoro, certo) e abbia concesso loro spazi dove proliferare (illudendosi di poterli controllare) a me suscita un forte dubbio. Possibile che chi ha preso questa decisione fosse così stupido e sprovveduto? Possibile che gli islamisti siano riusciti a ingannare i governanti occidentali? Sì, possibile. Ma è anche possibile che i politici siano rimasti intrappolati nel giogo del ricatto petrolifero, certo. Oppure, e qui ci metto del mio, una certa parte politica aveva già pronto un piano B, di attacco anticapitalista, nel caso l’URSS fosse stata sconfitta (come poi è stata); l’Islam come cavallo di troia, come disgregatore sociale, le seconde generazioni di immigrati come nuovo proletariato con cui combattere l’eterna lotta di classe (visto che gli occidentali, imborghesiti dal benessere, avevano abbandonato in massa la causa rossa).

In conclusione. Alla luce della piccola provocazione di “Più Europa” con il manifestino su Molenbeek, è chiaro che il 26 maggio, alle prossime elezioni europee, chiunque abbia a cuore le sorti dell’Europa vera (quella nata dalle radici giudaico cristiane, quella delle conquiste liberali e democratiche, che il suo multiculturalismo ce l’aveva già in casa senza importarne) dovrà impedire che queste formazioni politiche possano entrare coi loro candidati nel Parlamento europeo. Magari, se fossero in buona fede, questi sprovveduti candidati potrebbero organizzarne altre di provocazioni: in vero stile radicale anni ’70 metter su un bel flash mob con bacio omoerotico di fronte alle varie moschee di Molenbeek. Allora sì, ci sarebbe da ridere. Magari portandosi appresso i corpi speciali a protezione.

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Adriano Angelini Sut


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