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“Una volta il futuro era migliore”, di Sabino Cassese: memento sull’importanza vitale della libertà anche in pandemia

Avatar di Andrea Venanzoni, in Libri, Recensioni, del

Infuria la pandemia. Tra le sue volute nerastre di morte, in questa danza macabra che si dipana ormai ininterrotta da oltre un anno, si è tragicamente spenta, dopo feroce lotta per la sopravvivenza in terapia intensiva, anche la coscienza critica: le limitazioni e le restrizioni alle nostre libertà costituzionalmente garantite, sono state imposte, viste e vissute per troppo tempo da potere pubblico, ceto politico, intellettuali, scienza giuridica e giurisprudenza con ossequiosa deferenza alla eccezionalità del momento, senza porre in questione se e quanto quei provvedimenti potessero essere riconosciuti come razionali alla luce del nostro ordinamento.

Uno scenario francamente sconfortante, desolato, come il ventre di un deserto eroso da un sole rovesciato, con piena ragione a quanto Gogol scriveva ne “Le anime morte”, ovvero che “più contagiosa che la peste la paura si diffonde in un batter d’occhio”.

È per questo una ventata di aria fresca, salvifica come un vaccino per la libertà individuale da troppo tempo ristretta, la pubblicazione di “Una volta il futuro era migliore – lezioni per invertire la rotta” di Sabino Cassese (2021, I Solferini): Cassese, professore emerito di diritto amministrativo, giudice emerito della Corte Costituzionale, massimo studioso della global law e degli interstizi olografici della globalizzazione, acutissimo osservatore della realtà sociale da una prospettiva che ha deciso di non privilegiare solo lo spesso asfittico orizzonte della scienza giuridica, ha nel corso del 2020 e poi anche nel 2021 ingaggiato un autentico corpo a corpo intellettuale con la sequenza stordente di decreti del presidente del Consiglio dei ministri e con i provvedimenti adottati, chiedendo a gran voce, nei suoi scritti e nelle interviste generosamente rilasciate, una coerenza di insieme e che soprattutto non si obliasse il portato garantistico della Costituzione.

Perché è bene ricordarlo, la Costituzione non è sospesa, contrariamente a quanto potrebbero pensare alcuni, suggestionati da certe improvvide sparate, alcune delle quali anche per bocca di un presidente di Regione, ex magistrato, secondo cui in tempi di crisi pandemica i diritti costituzionali sarebbero implicitamente sospesi. Niente di meno.

Ma in fondo, in questa epoca di gastro-costituzionalisti e di un diritto pubblico ormai mediaticamente insegnato e dispensato da virologi, medici e componenti del CTS, c’è poco di cui stupirsi.

Chi scrive, nel marzo 2020 ebbe a richiamare, in quella primissima allucinata sequenza di Dpcm originanti da decreto-legge muto, cieco e vuoto di limiti e paradigmi, che si stava lambendo pericolosamente la china di uno stato di eccezione schmittiano: si potrà non concordare, ma se ex magistrati, politici, reggitori del potere pubblico, scienziati ormai assurti a cioraniani funesti demiurghi, ci impartiscono lezioncine a base di Costituzione implicitamente sospesa allora forse quel richiamo alla frattura dell’ordinamento costituzionale non era tanto peregrina.

Cassese negli ultimi anni ha inaugurato una analitica decostruzione delle storture e delle disforie del nostro sistema, tanto amministrativo quanto politico-culturale: nel 2020, con “Il buon governo – l’età dei doveri” (Mondadori) ha spaziato dall’Unione europea al ruolo del governo, al tramonto dei partiti nella loro funzione di vettori della attorialità civile e di strumento di sintesi, passando in rassegna lo stato delle istituzioni, dell’arte del governo e soprattutto richiamando quelli che nel lessico comune, e di certa politica, sono percepiti come scocciature o addirittura come oscenità: i doveri.

Eppure, non c’è democrazia e in certa misura non esiste diritto fuori da una angolazione che sia permeata anche dal dovere; forse complice la nebbiolina azzurrognola dell’antipolitica, tendiamo a dimenticarci di questo elementare dato di fatto.

Ma già l’anno prima, nel 2019, con “La svolta – dialoghi sulla politica che cambia” (Il Mulino), Cassese aveva plasmato questo autentico genere letterario che è la lectio magistralis mediante intervista.

Sono di parte, lo confesso, sono da sempre un fanatico assertore della superiorità della memorialistica, della intervista, della biografia su qualunque altro genere letterario.

Come ha detto Emil Cioran in “Un apolide metafisico”, che è appunto un libro di interviste, nelle biografie e nelle dichiarazioni quasi intime c’è sempre il senso profondo di una confessione.

E mi piace pensare, come sosteneva sempre Cioran, che ogni libro debba essere a suo modo una ‘ferita’: deve far pensare, non lasciare nulla al caso, e soprattutto non essere ossequioso.

Al contrario da tempo si assiste a una certa sgradevole accondiscendenza dei ceti intellettuali nei confronti del potere pubblico, e se questo è già disdicevole di suo in contesti normali in una pandemia diventa qualcosa di drammatico.

Come siamo lontani da Camus che ne “L’uomo in rivolta” sentenziava “lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo”.

Cassese rappresenta ormai una rara avis in questo senso.

E se davvero, come ebbe a definirlo amichevolmente J. H. H. Weiler durante un colloquio in un Meeting di Rimini, questo nuovo Pico della Mirandola dalla prodigiosa erudizione, dallo sguardo chirurgico e dalla piacevole ironia decide di decostruire analiticamente gli errori e le distorsioni delle decisioni del potere, allora noi tutti che ancora guardiamo con trepidazione alla libertà possiamo sentirci meno soli.

La misura della rilevanza delle notazioni di Cassese si misura anche negli strepiti dei suoi ‘avversari’, o di chi preferisce sentirsi tale: non a caso di recente, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge regionale della Val d’Aosta, l’enfasi non è stata posta sui contenuti della sentenza ma sul fatto che la stessa avrebbe dichiarato legittimi i Dpcm come strumenti normativi e smentito, testuale, Cassese.

Naturalmente la Corte non ha smentito Cassese, né si è davvero pronunciata in quei termini semplicistici. Ma diciamolo sottovoce, per non turbare troppo i sonni di chi ancora vive nel fatato mondo di Giuseppi nel Paese delle Meraviglie.

Veniamo quindi al nuovo saggio, un piccolo libro che è però piccolo solo nel numero delle pagine ma non certo nei contenuti. Già il titolo è una chiarissima dichiarazione di intenti: una frase del cabarettista tedesco dell’epoca di Weimar, Karl Valentin, amato da Bertolt Brecht.

Nota Claudio Magris, a proposito di Valentin e della sua frase, come la stessa tradisca quasi una potenza biblica, l’idea del perenne cammino, della sete di libertà e di raggiungimento di uno scopo ulteriore, il senso profondo di una esistenza più giusta, più libera appunto.

Un richiamo potente ed evocativo che per lungo tempo ha animato il ventre della storia, della politica, del farsi comunità ma che da anni al contrario ormai è stato frettolosamente smarrito.

Il libro di Cassese è innanzitutto un memento sulla importanza vitale della libertà. La libertà è come l’aria, ci rendiamo conto della sua importanza solo quando manca, scrive Cassese citando uno dei Padri costituenti.

Una lezione importante, perché ci ricorda che la libertà non è scontata, non è data né immutabile, ma deve essere in certa misura guadagnata, cesellata, meritata nel costante lavoro civico e politico, preservata da pericolose derive e da assalti all’arma bianca di un ceto politico sempre meno consapevole della sua missione.

L’intero volumetto si sofferma sul peso profondo e radicale delle reti, delle interconnessioni, un tema carissimo a Cassese, posta la sua essenzialità negli studi sulla globalizzazione: elementi questi che la pandemia ha accelerato, anche mediante il sostrato della grande convergenza tecnologica, per dirla alla Richard Baldwin.

Il lucido sguardo di Cassese si sofferma anche sul miglioramento delle condizioni di vita generali: ci sono ancora disuguaglianze, ovviamente, ma lo stile di vita odierno è comunque più salubre, ricco, accettabile rispetto a quello di decenni fa.

È in fondo un peana alla libertà importata dall’inventiva di individui e gruppi, da quel capitalismo positivo che lungi dal consistere solo di avidità e grettezza ha portato un ricercatore a poter effettuare i suoi studi in maniera ancora più profonda ed efficace grazie alle connessioni digitali, agli archivi, alle reti di studiosi globali, esattamente come la sanità e i trasporti si sono resi più performanti e veloci.

Naturalmente Cassese ne ha anche per quelle che definisce ‘ombre’, ed anzi queste rappresentano una parte assai rilevante del volume, occupando una quarantina di pagine sulle cento totali.

La crescente sfiducia dei ceti popolari nelle istituzioni percepite come evanescenti ed obsolete, un ceto politico superficiale, spesso non all’altezza della situazione, torsioni autoritarie, il passaggio da una convergenza tendenziale a una divergenza, intesa questa ultima come una destrutturazione della proiezione che abbiamo di noi stessi nel futuro.

Assistenzialismo di Stato, feudalizzazione delle relazioni, bonus, sussidi, vanno a gravare come macigni sulle generazioni future, la prospettiva decisionale della classe politica è di brevissimo periodo, ha il fiato corto e le gambe ancora più corte.

Una istruzione sempre più deficitaria, una partecipazione politica stanca ed esausta, ingabbiata dai venti dell’antipolitica, scelte economiche nefaste nel cuore della pandemia hanno accelerato quel moto di faglia della disaffezione per la arendtiana vita attiva e ingenerato una pandemia della ignoranza.

In effetti non possiamo stupirci della diffusione di teorie complottistiche, no-vax et similia, quando poi nelle istituzioni albergano rappresentanti che blandiscono quelle stesse teorizzazioni, facendo leva su un collettivo e freudiano ‘perturbante’ per capitalizzare la paura.

Naturalmente ci sono anche luci e speranze. E Cassese le indica in maniera cristallina in chiusura del volume.

Innanzitutto, c’è bisogno di una elite che non sia autoreferenzialmente chiusa in sé stessa: di elite c’è funzionalmente e strutturalmente bisogno da sempre, e aver fatto credere che le stesse siano superabili o inutili o peggio ancora nocive è una delle tare genetiche più perniciose dell’anti-politica e di certo populismo asceso anche al cuore delle istituzioni.

E serve poi studiare, ricorda Cassese. Studiare davvero. Riscoprire il gusto della complessità, della difficoltà con cui mettersi alla prova e in discussione, anelare alla intersezione che della complessità è frutto privilegiato, senza chiudersi in steccati disciplinari preconfezionati.

Mantenere viva la curiosità, e la infrastruttura, intellettuale, curare al meglio il proprio tempo, e darsi un Maestro.

Perché purtroppo la figura stessa del Maestro l’abbiamo metaforicamente rimossa e uccisa, sotto la coltre delle demagogiche iper-semplificazioni egualitarie, ma ‘uccisa’ non nel senso nobile che si suole assegnare alla uccisione del Maestro nelle dottrine orientali e che ci è ricordato dal bel libro di Antonio Franchini “Quando vi ucciderete, maestro?”.

Mantenere un piede nel reale e nella dimensione partecipativa, politica, sociale, economica, culturale, dirsi cittadini in poche parole.

Vivere una professione, scelta con cura, ma senza rimanere con le spalle al muro in un vicolo cieco, darsi consapevoli alternative.

E Cassese continua poi in un autentico decalogo di consigli e di lucide analisi, un breviario di ricomposizione del senso di comunità e di società. Una sana, lucida, preziosa lectio magistralis.

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Andrea Venanzoni


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