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“Le canaglie”, di Angelo Carotenuto: la Lazio, Chinaglia, Maestrelli e gli Anni di Piombo

Recensione a cura di Patrick Bateman

“Le canaglie” (Sellerio, 2020) parte da lontano e si incastona in un periodo storico ben definito. Va dal 1971 al 1976 ma non è solamente uno spaccato di quegli anni. Ciò che infatti succede in quei tempi è allo stesso tempo figlio di quanto già accaduto e padre di ciò che sta per accadere. È la storia di una città, Roma, ma non solo. Una città che in quel lustro ne ha viste tante, saldando cronaca nera e mondana, riempiendo le pagine dei quotidiani di eccessi e paradossi. Sono gli Anni di Piombo e, tra criminalità e opposti estremismi, le strade grondano sangue. Sembra quasi che ogni giorno tocchi a uno diverso: destra, sinistra, fasci, compagni, giornalisti, magistrati, forze dell’ordine.

In parallelo a questo quadro desolante ingrigito dal piombo e arrossato dal sangue si dipana però anche un’altra storia. Non è una storia politica, anche se qualche lieve aderenza con essa ce l’ha; del resto in quel periodo è difficile immaginare che esista qualcosa totalmente avulso dall’impegno. Si parla di sport, e precisamente di calcio e di una squadra: la Lazio. Nella stagione 1971-72 i biancocelesti giocano in serie B, non incantano e faticano a conquistare le prime posizioni della classifica, che significherebbero promozione in serie A. Già da quell’annata in B si capiscono molte cose. L’ambiente è esigente, la presidenza deve far tornare i conti, il team è composto da figure particolari, tra le quali si distinguono l’allenatore, Tommaso Maestrelli, e il centravanti Giorgio Chinaglia. Su Chinaglia si può scrivere un libro a parte (e qualcuno l’ha anche fatto): talentuoso, irascibile, egocentrico, coraggioso, capriccioso… senza dubbio iconico. Altrettanto sui generis è Maestrelli, allenatore ma soprattutto padre di una banda di scalmanati, inclini alla sbruffonaggine, alla spavalderia e alla rissa facile. Eppure da quel campionato di serie B, conclusosi poi con la promozione in serie A, partirà un ciclo vincente e decisamente romantico, che vedrà il suo punto più alto con la conquista dello scudetto nella stagione 1973-74.

Angelo Carotenuto, giornalista e scrittore classe 1966, confeziona un romanzo documentato, ispirato ed emozionante, raccontando attraverso gli occhi del fotografo Marcello Traseticcio (omaggio al fotografo della “Dolce Vita” Marcello Geppetti) le picaresche vicende della banda-Maestrelli. Uomini e calciatori come Wilson, Martini, Petrelli, D’Amico sono personaggi perfetti per un libro o un film, in grado di far parlare i piedi sul campo ma anche le mani, dentro e fuori dal rettangolo verde. Servendosi di un registro linguistico che pesca a piene mani dal linguaggio dialettale romano, l’autore confeziona un gustoso ibrido fra fiction e cronaca, che cattura tanto gli appassionati di calcio quanto i lettori più esigenti. Oltre al solido impianto narrativo e documentale, è soddisfacente anche la resa del delicato equilibrio all’interno dello spogliatoio della Lazio, sempre diviso fra discussioni e protagonismi, ma unito dalla voglia di vincere e dalla figura di Maestrelli, allenatore che è stato in grado di domare con fermezza e affetto tante personalità eccentriche e confliggenti tra loro. Vengono infatti descritte le rivalità fra i cosiddetti “due clan” (Chinaglia da una parte, Martini dall’altra), gli allenamenti all’ultimo sangue del venerdì, la passione per le armi e le partite che, nel bene e nel male, hanno fatto la storia (gli accesi derby contro la Roma, la sofferta vittoria con il Foggia che valse lo scudetto, la gazzarra contro l’Ipswich Town che significò esclusione dalle Coppe Europee, solo per citarne alcune). Ai successi tuttavia si affiancano anche le sconfitte, non solo sportive, che porteranno alla fine di questa epopea folle e irripetibile. L’addio di Chinaglia, finito oltreoceano per divertirsi con la maglia dei NY Cosmos e far felice la moglie americana Connie; la morte di Maestrelli, piegato dopo una lunga lotta contro il cancro e l’assurda fine di Re Cecconi, colpito da un proiettile sparato da un gioielliere in circostanze ancora non del tutto chiare, forse per uno scherzo finito in tragedia.

E in filigrana l’Italia degli anni ’70, con una consapevolezza politica allo stesso tempo forte e immatura, un’Italia arrabbiata pronta a sparare per ideologia, disperazione, cattiveria o paura, un’Italia che prende amaramente coscienza della precarietà dei miti del benessere e della solidità delle istituzioni (sociali, politiche, familiari). Tutto questo e altro ancora rivive su carta in una delle sorprese più belle del 2020 letterario da poco concluso.

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