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“La festa del raccolto”, di Tom Tryon: riti ancestrali e oscuri sacrifici tra i campi di grano

Recensione di Patrick Bateman

Thomas “Tom” Tryon è uno di quegli autori che da noi non hanno avuto particolare fama, sebbene oltreoceano la sua storia artistica si sia sviluppata in maniera alquanto peculiare. Si può infatti suddividere la sua carriera in due parti: quella che lo ha visto impegnato come attore – al fianco, tra gli altri, di gente del calibro di Charlton Heston, Rod Steiger e John Wayne – e quella che lo ha visto vergare alcuni riuscitissimi romanzi di genere horror e fantascientifico come “L’altro” e “La festa del raccolto”, di cui andremo a parlare proprio oggi.

Si narra che lo spartiacque nella carriera di Tryon sia stata la visione del film “Rosemary’s Baby” di Roman Polanski, che ha spinto questo attore dai lineamenti granitici a impugnare la penna e a mettere nero su bianco inquietudini, suggestioni e umori decisamente crepuscolari. Uscito per la prima volta nel 1973, e seconda pubblicazione dell’ex attore dopo l’horror psicologico “L’altro” (1971), “La festa del raccolto” (Mondadori, 1974) è un’opera dal retrogusto profondamente gotico, o meglio, Southern Gothic (non tanto per l’ambientazione, il New England, quanto per le tematiche). La trama vede una ridente e benestante famigliola newyorkese (il padre Ned, la moglie Beth e la figlia Kate) che prova a sfuggire dal “logorio della vita moderna” ripiegando su una salubre vita agreste e a contatto con la natura nel rurale paesino di Cornwall Coombe, dove la comunità locale, chiusa ma di buon cuore, li accoglie bene pur dando l’impressione di nascondere diversi segreti.

Tryon dimostra di saper padroneggiare, oltre ai tempi cinematografici, anche quelli della narrazione, che non risulta mai lenta e si mantiene costantemente in equilibrio sull’ambiguità, termine chiave per definire gli abitanti della piccola località inventata dall’autore. Anche lì, come in ogni narrazione dell’America profonda che si rispetti, ci sono personaggi legati alle più profonde tradizioni, mezzi delinquenti di campagna, strambe predicatrici bambine, giovani che anelano a una libertà che fa rima con modernità e, soprattutto, duro lavoro nei campi. In mezzo a questo popolo di “Deplorables”, come direbbe Hillary Clinton, c’è però qualcosa di indecifrabile, una sorta di misterioso e grottesco culto del grano e delle messi (sapientemente inventato e meticolosamente descritto, quasi fosse reale) che pagina dopo pagina assume sempre di più connotati inquietanti. Facendo propria la lezione di Rosemary’s Baby, l’autore si rivela abile nel trasformare la sonnolenta quotidianità dei protagonisti in un incubo a occhi aperti, nel quale riecheggiano rievocazioni bacchiche, profezie di morte e un legame indissolubile tra il sangue e la fertilità della terra che è meglio non provare a recidere, pena la morte. Tryon, con gli occhi del protagonista Ned Constantine, ovviamente non comprende tali orrori, ma ne rimane comunque catturato, quasi rassegnato all’ennesima forma di perpetuazione del male che, antico come il mondo, qui riesce addirittura a saldarsi a doppio binario con la vita, la fertilità e la sopravvivenza di una comunità intera.

Per concludere, molti appassionati del genere horror non potranno non aver notato le analogie tematiche tra questo romanzo e il racconto di Stephen King “I figli del grano”, contenuto nella celeberrima raccolta “A volte ritornano” (1978) e ispirazione per una saga di film horror; tuttavia sembra che sia solamente una coincidenza e che King non abbia tratto da “La festa del raccolto” una diretta ispirazione, avendolo persino stroncato sulle pagine del New York Times.

Atlantico Quotidiano

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