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“Il genocidio degli Yazidi”: l’orrore di cui non si parla perché compiuto in nome dell’islam

Avatar di Adriano Angelini Sut, in Atlas - Visioni e Parole, Recensioni, del

Simone Zoppellaro è l’unico autore italiano ad aver scritto un libro sul genocidio degli Yazidi (Edizioni Guerini & Associati, 2017). Atlantico Quotidiano lo ha intervistato.

ADRIANO ANGELINI SUT: Partiamo da un punto fondamentale, confermi che quello degli Yazidi fu un vero e proprio genocidio?
SIMONE ZOPPELLARO: Sì, lo confermo senza ombra di dubbio. Si tratta di un genocidio, da subito, trasformato in una macabra arma di propaganda dai suoi stessi perpetratori, ovvero dallo Stato Islamico. Che attraverso i suoi canali mediatici non solo ci ha fornito, potremmo dire in presa diretta, notizie assai precise sulle modalità di esecuzione del genocidio, ma anche sulle pseudo-motivazioni teologiche che, secondo i suoi responsabili, giustificavano un tale atto disumano. Le stesse Nazioni Unite, come già alcuni stati (il primo è stato l’Armenia) lo hanno poi riconosciuto come tale. Ma tantissimo lavoro resta da fare per portare i responsabili a giudizio e per garantire dignità e sicurezza a questa gente che ha subito atrocità e persecuzioni molte volte nella sua storia.

AAS: Ci spieghi chi sono gli Yazidi. Nel sottotitolo c’è l’eloquente frase: L’Isis e la persecuzione degli “adoratori del diavolo”.
SZ: Gli yazidi sono un’antica minoranza religiosa di lingua e cultura curda, nata e sviluppatasi nel territorio dell’attuale Kurdistan iracheno. Un territorio storicamente plurale, dove cristiani e ebrei hanno una presenza antichissima. E difatti si parla, per gli yazidi, di una fede sincretistica che assorbe e rielabora elementi da altre religioni. Questa piccola religione, vuoi per il suo carattere esoterico, vuoi per la povertà e marginalità politica e sociale dei suoi adepti, vuoi per una tendenza, più volte ripresentatasi nella storia, a voler cancellare la loro presenza ritenuta sgradita in nome della volontà della maggioranza, ha dovuto pagare la sua fede con il sangue non solo con il genocidio del 2014, ma anche altre volte in precedenza. Sono stati chiamati “adoratori del diavolo” a causa di una leggenda, che origina in realtà nella mistica musulmana, che vuole un angelo, identificabile con Satana, perdonato da Dio e redento dopo il suo tradimento. Un’accusa pretestuosa, senza dubbio, ma nutrita di ignoranza, dal basso, e di manipolazioni consapevoli, da parte di alcuni potenti, ieri come oggi. Gli ultimi, e non certo i primi, a sfruttare a proprio vantaggio tale stigma sono stati i criminali del sedicente Stato Islamico.

AAS: Il libro ha la prefazione di Riccardo Noury di Amnesty International. Puoi spiegarci come hai raccolto le preziose testimonianze dei sopravvissuti?
SZ: Sono partito dalla mia Stoccarda, dove ho incontrato Nadia Murad, prima che divenisse premio Nobel, ed altri rifugiati e sopravvissuti, raccogliendo le loro storie. La Germania è stata il primo Paese a mobilitarsi per accogliere questa gente, e difatti è oggi il primo Paese al mondo della diaspora yazida. Quindi ho visitato il Kurdistan iracheno, dove ho potuto visitare diversi dei luoghi dove la presenza storica degli yazidi trova le sue radici. Un’esperienza disarmante: ricordo le decine di migliaia di profughi yazidi stipati in enormi campi, dove anche cose elementari come elettricità, medicine e istruzione per i bimbi scarseggiavano. Oceani di tende dove l’unica certezza, per i sopravvissuti, era quella di non avere alcuna garanzia per il futuro. Impossibile dimenticare quei volti e quelle storie.

AAS: Perché di questo orrore non se ne parla mai?
SZ: Tante le ragioni. I genocidi, come la storia ci insegna, nascono avvolti dall’indifferenza del mondo, che è forse l’arma più formidabile nelle mani dei carnefici di ieri e oggi. Nel caso specifico del genocidio degli yazidi, tanti fattori hanno pesato e continuano a farlo. Il terrorismo fa notizia quando colpisce l’Europa, assai meno quando le vittime sono altre, considerate lontane. Siamo abituati a considerare come normale che un contesto come quello del Medio Oriente sia segnato dalla violenza. Siamo abituati, tristemente, a voltare il nostro sguardo, anche quando quello che avviene è un genocidio. Un ultimo fattore, senza dubbio, è che una parte della stampa liberal, tanto in Italia che a livello internazionale, ritiene controproducente, in nome di un triste quanto errato calcolo di consenso, sottolineare crimini compiuti in nome dell’islam.

AAS: Nel libro ci sono delle situazioni al limite della sopportazione. Citi il ragazzino che per le percosse è impazzito e gli sono venuti gli occhi strabici e il viso deforme. Sono scene che leggiamo spesso avvenute durante il nazismo. In realtà, come spiega bene l’ex ministro del governo di Baghdad Mamu Farhad Othman, gli yazidi non si sono mai convertiti all’Islam nonostante la conquista del VII secolo. Forse il nocciolo di tutto questo odio sta qui?
SZ: L’odio religioso è sicuramente una componente fondamentale, e la resilienza degli yazidi nella loro storia è straordinaria e merita grande rispetto. Quello che non comprendono, o non vogliono comprendere, in molti oggi è che in Medio Oriente rischiamo di assistere a breve alla scomparsa di minoranze millenarie, di varie fedi e culture. Una cancellazione culturale che comporterebbe non solo conseguenze terribili sulle popolazioni, ma anche il rischio concreto di cancellare millenni di storia in nome di un radicalismo religioso che non rispetta neppure la sua tradizione e il suo passato. Che fu, in parte, anche segnato dalla tolleranza.

AAS: La loro sede spirituale è nel complesso templare di Lalish. Lo descrivi come una sorta di Lhasa per i tibetani, forse con monumenti meno imponenti e più storico naturali. Si dice anche che la loro collocazione geografica li abbia salvati da diversi attacchi nel tempo. Credi che il disegno di sterminio nei loro confronti fosse premeditato?
SZ: Senza dubbio lo era. Un’azione premeditata e propagandata immediatamente, anche grazie ai canali dello Stato Islamico nel web, che l’hanno subito amplificato. Il fatto che ragazze, donne e bambini siano stati presi di mira con particolare ferocia ci spiega le vere intenzioni di quei criminali: cancellare il futuro di questa comunità, la stessa possibilità fisica di perpetuarsi nel tempo, oltre la generazione presente.

AAS: Adesso la situazione com’è? E l’Onu che dice, che fa?
SZ: La situazione rimane assai precaria, con migliaia di ragazze yazide che, nonostante la fine dell’esperimento statuale di un nuovo califfato, sono tuttora scomparse. Una figura come quella di Nadia Murad, riuscita a fuggire per il suo grande coraggio dai suoi carnefici, resta purtroppo un’eccezione. Gli yazidi non si sentono sicuri in Iraq, nonostante la solidarietà di molti curdi. Dispersi per il mondo, gli yazidi resistono, ma sono fragili, per molti versi. E il loro futuro in Iraq e in Medio Oriente, anche dopo il genocidio, non è per nulla scontato. L’Isis è stato sconfitto in quanto entità statuale, ma permangono l’ideologia che l’ha segnato e le ragioni di un odio diffuso in molte società mediorientali. Fino a che non si metteranno alla sbarra i responsabili e si proteggeranno gli yazidi senza ambiguità e sconti, il pericolo di un nuovo sterminio resta alle porte. E l’Onu, che pure ha denunciato in modo inequivocabile questo genocidio, fa assai meno di ciò che sarebbe necessario.

AAS: Io sostengo, e mi prendo tutta la responsabilità di ciò che dico, che l’islam non sia compatibile con una società aperta e democratica. E sostengo anche che le sue fondamenta siano di guerra; è la religione della spada, nata per convertire gli altri popoli e sottometterli, come ben ripetuto da Papa Ratzinger nella tanto vituperata lezione di Ratisbona. Al contrario del cattolicesimo che si è secolarizzato e oggi non fa più guerre di conquista, anzi, è in notevole calo di adesioni e vocazioni, l’islam punta al dominio del mondo e non ne fa mistero se si vanno a vedere i comportamenti dei suoi aderenti e soprattutto di quegli stati teocratici che stanno con un piede nel mercato globale e con l’altro nella finanza islamica che sovvenziona guerre, gruppi armati e terroristi in giro per il pianeta. Il genocidio degli yazidi io lo leggo come una delle loro tante vendette storiche. Fra queste c’è anche il genocidio degli armeni compiuto dai turchi, che già allora non erano per niente laici o aperti al nuovo laicismo di Ataturk. Insomma, ciò che sto chiedendo è: l’islam in quanto religione c’entra con quanto avvenuto?
SZ: C’entra e non c’entra, a mio avviso. Ho una visione diversa dalla tua, anche dopo aver trascorso cinque anni della mia vita in Iran. Un Paese dove la violenza di stato è una realtà terribile, ma dove ho avuto modo di conoscere tante persone, credenti e non, che rispetto e hanno un grande coraggio. Lo stesso vale per tanti Paesi a maggioranza musulmana che ho visitato. Concordo però pienamente sul fatto che l’islam radicale, promosso soprattutto da Erdogan e dalle monarchie del Golfo, sia un veleno pericolosissimo nei confronti sia dell’Europa che, in primis, di attivisti e oppositori che, in quei Paesi, pagano a caro prezzo gli affari d’oro che i nostri governi fanno con i loro. Un pericolo sottovalutato dai nostri politici, ma anche da tante figure di sinistra che, anche involontariamente, con la loro complice indifferenza nei confronti del fenomeno nutrono in realtà un’islamofobia che finisce per colpire proprio quei musulmani – e sono tanti – che nulla hanno a che fare con la violenza e il terrore. Servirebbe, sia a destra che a sinistra, un approccio meno ideologico al fenomeno. È una sfida, a mio avviso, quella dell’estremismo islamico, che va combattuta con lucidità e coraggio, non con contrapposte sirene. Una sfida da vincere andando a colpire innanzitutto le leve economiche, l’esportazione delle armi e gli interessi politici e strategici di quegli autocrati che, come ha fatto Erdogan di recente, non esitano a minacciare e a ricattare l’Europa.

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Adriano Angelini Sut


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