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Una Lega europea, non europeista: ecco cosa c’è dietro la scelta di appoggiare Draghi

di Andrea Tosi, in Politica, Quotidiano, del

Sono state chiare le parole di Matteo Salvini al termine del primo incontro interlocutorio con il presidente incaricato Mario Draghi: “L’idea di Italia di Draghi, per diversi aspetti, coincide con la nostra”. Con queste parole il leader della Lega ha aperto ad un possibile appoggio, addirittura ad una possibile partecipazione al governo Draghi. Queste dichiarazioni erano inimmaginabili fino a poco tempo fa, basti pensare che la Lega era agli occhi dell’opinione pubblica, e non solo, la forza più critica con il sistema Europa di tutto il panorama politico italiano.

Ma cosa significa essere europeisti o anti-europeisti? Essere europeisti, per la Lega, non significa di certo accondiscendere a tutte le decisioni prese dai burocrati di Bruxelles o di Francoforte, ma aumentare la sovranità nazionale dei vari Stati membri, nel caso specifico: “Più Italia in Europa”. Da questo punto di vista, è innegabile ci sia sempre stata una coerenza nel pensiero leghista: la volontà di restare in Europa ma anche quella di favorire un cambiamento in meglio del sistema Ue. Mario Draghi è l’emblema di quella Europa, è legato da sempre al mondo delle banche ed è stato per certi versi lui stesso uno di quei burocrati visto con diffidenza dal mondo leghista.

Ma cosa c’è esattamente dietro la scelta della Lega? Sicuramente la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una situazione drammatica, la più difficile dal secondo Dopoguerra, e la volontà di partecipare alla rinascita e alla ricostruzione post-pandemia, di incidere direttamente nella gestione dei famosi 209 miliardi del Recovery Plan. L’apertura di Salvini verso Draghi ha spiazzato un po’ tutti gli addetti ai lavori e ha creato non pochi malumori nel mondo progressista. Il Partito Democratico e Leu si accingono a formare un governo con il nemico di sempre creando non poco imbarazzo nelle rispettive basi e nei rispettivi elettori.

Quella di Salvini, consigliato fortemente da Giancarlo Giorgetti, il numero due leghista e il più europeista tra loro (tra l’altro grande amico di Draghi), è stata una vera e propria mossa strategica che al momento sembra vincente, perché non solo la Lega sta mostrando agli italiani una grande responsabilità di fronte alla situazione drammatica in cui versa il Paese, ma sta anche dividendo la sinistra. Il chiaro intento della Lega è che il ruolo del centrodestra che si è dichiarato disponibile ad appoggiare Draghi (Forza Italia e Lega) sia preponderante all’interno degli equilibri di una maggioranza molto variegata come quella che si appresta a nascere.

Agli occhi della stampa, in quella mezz’ora scarsa di dichiarazioni a Montecitorio, il leader della Lega si è mostrato in una veste mai indossata: un politico mite che non pone veti,  pronto al dialogo con chiunque, disposto anche a sedersi ad un tavolo con chi lo ha mandato più volte a processo e disposto a mettere in secondo piano i suoi cavalli di battaglia, sicurezza e immigrazione. Salvini si è detto pronto anche ad un eventuale ruolo all’interno del nascente Esecutivo, ma al contrario di altri non ha posto veti, risultando il leader più responsabile in questo momento drammatico.

Che la “svolta moderata” sia stata o meno una mossa vincente si scoprirà soltanto con l’evolversi della situazione, certo è che Salvini e la Lega si sono aperti nuovi orizzonti che potranno rafforzarli come forza governativa, matura, responsabile e ben vista in Europa. Chissà che Salvini non stia scaldando i motori per la diciannovesima legislatura…

Andrea Tosi

Studente del Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Pisa, appassionato di attualità politica italiana.

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