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Un Piano Quinquennale di matrice ideologica: la via della schiavitù (individuale e nazionale)

Federico Punzi di Federico Punzi, in Politica, Quotidiano, del

Troppe aspettative sono state riposte in Mario Draghi alla nascita del suo governo e ora di troppe aspettative si sta caricando il Recovery Fund, o Next Generation Eu, il programma di fondi europei a cui dovremmo accedere tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) presentato dal premier e approvato ieri dalle Camere per essere trasmesso entro fine settimana a Bruxelles. Grandi aspettative anche nei partiti del centrodestra – non solo quelli che comprensibilmente hanno preferito entrare nel Governo Draghi, sperando di avere qualche voce in capitolo nella gestione dei fondi in arrivo.

Primo problema. In arrivo? Già, perché il fondamentale processo di ratifica da parte dei parlamenti nazionali della decisione sulle risorse proprie del bilancio Ue è ancora impantanato. Sbloccato in Germania dalla Corte di Karlsruhe, altrove è ancora in sospeso: il Parlamento olandese se la prende molto comoda e il Parlamento finlandese ha deciso proprio ieri che servirà una maggioranza di 2/3. Ma lasciamo per un attimo da parte il problema del se e del quando queste risorse arriveranno, di cui su Atlantico Quotidiano ci siamo più volte occupati con gli articoli di Musso.

Entriamo nel merito. Si tratta davvero di un’operazione decisiva per il rilancio economico del nostro Paese, in grado di arrestarne il declino? Si tratta, a nostro parere, di un’operazione di stampo politico ed ideologico. Essenzialmente, serve più all’Unione europea che al rilancio della nostra economia duramente colpita dalla pandemia.

Perché del Recovery Fund bisogna innanzitutto comprendere questo: non c’entra nulla con la crisi economica provocata dal Covid e dai lockdown. E lo dimostrano tre dati: l’entità modesta delle risorse; la tempistica troppo diluita e le modalità farraginose di erogazione; i settori e i soggetti economici beneficiari.

A seconda delle stime, il trasferimento netto a nostro favore – al netto cioè dei prestiti, che dovremo restituire, e della maggiore contribuzione che ci verrà richiesta – ammonterebbe a 30-40 miliardi in 5-6 anni. Quello che ci verrebbe concesso, in pratica, è di tornare ad essere beneficiari netti del bilancio Ue per una manciata di miliardi l’anno. Una bella somma, ma nulla per cui possa essere davvero in gioco il “destino del Paese”. Tanto che il governo stima in 3,6 punti percentuali di Pil nel 2026, quindi a conclusione dei 6 anni, l’impatto del piano. In pratica, ci sta dicendo che il contributo del Pnrr al Pil che avremo nel 2026 sarà nell’ordine di 70-80 miliardi su 249 investiti. Anche se questa stima si rivelasse realistica e non troppo ottimistica, sarebbe ben poca cosa, considerando che veniamo da una perdita di Pil del 9 per cento nel 2020 e che un deciso rimbalzo è nell’ordine delle cose.

Se si fosse trattato di un bazooka anti-crisi, tempi e modalità di erogazione sarebbero stati più spediti, come avvenuto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Per sostenere le attività economiche messe in ginocchio dal Covid i fondi servivano ieri, servono oggi, mentre forse riceveremo i primi miliardi a settembre, il che significherebbe riuscire a spenderli nel 2022 e vederne i primi effetti nel 2022-23 (sempre che nel frattempo non venga chiuso o ridotto il programma di acquisti pandemico di Bce, allora sarebbero guai comunque).

Ma in realtà lo scopo del piano non è sostenere i settori e i singoli soggetti economici più colpiti dalla crisi, per aiutarli a riprendersi più di quanto non siamo riusciti a fare con i parzialissimi “ristori” a livello nazionale. Non si tratta di un bazooka anti-crisi per la logica stessa del programma, che non prevede indennizzi, misure di sospensione e riduzione orizzontale delle tasse, ma investimenti pubblici.

La “ripresa e resilienza” dal Covid è solo il pretesto per una duplice operazione dirigistica ideologicamente motivata: da una parte, accrescere il potere di intermediazione della spesa pubblica da parte dell’Unione europea; dall’altra, come dimostrano le priorità – green e digitale – avanzare un’agenda di riconversione forzata dell’economia e della società. Un’agenda che era ampiamente preesistente al Covid.

Le ‘condizionalità’ sono pesantissime, per questo già dal luglio 2020 qui su Atlantico Quotidiano l’abbiamo ribattezzato Recovery-Mes. Essendo ormai il Mes diventato radioattivo, politicamente impraticabile, anche nella sua versione “sanitaria”, hanno pensato bene di corredare il Recovery Fund di condizioni e “freni d’emergenza” persino più stringenti. I vincoli sono di due tipologie: un vincolo di destinazione d’uso dei fondi, che si potranno utilizzare per investimenti ideologicamente orientati (green e digitale), non certo per tagliare le tasse; e un vincolo politico, l’attuazione di un piano di riforme che di fatto ricalca le raccomandazioni della Commissione europea. L’erogazione dei fondi avverrà a pacchetti, dietro valutazione costante da parte di Bruxelles sul rispetto delle condizioni, per non parlare del meccanismo di “alert” che ciascun Paese può attivare per sospendere i pagamenti verso un altro Paese nel caso ritenga non rispettati gli impegni.

Quindi, a fronte di un trasferimento netto all’Italia di 30-40 miliardi, la Commissione europea intermedia spesa pubblica, cioè decide come, con quali finalità (green e digitale), dobbiamo spendere risorse per oltre 200 miliardi. Di fatto la nostra politica economica viene commissariata per almeno una legislatura (si potrà solo “spendere” e solo in determinati capitoli), dal momento che i prossimi governi potranno vedersi sospesa l’erogazione dei fondi, con evidenti contraccolpi politici interni, se devieranno dal programma di investimenti e di riforme concordato.

Ma non è detto che questi vincoli corrispondano alla ricetta di politica economica di cui il nostro Paese avrebbe bisogno. È vero, nemmeno il ricorso all’indebitamento sui mercati, anche se oggi a tassi molto convenienti, sarebbe stato un pasto gratis, ma l’unico vincolo sarebbe stato quello di una prospettiva realistica di crescita, da declinare secondo le caratteristiche della nostra economia e diverse opzioni di politica economica: per esempio, se proprio dobbiamo indebitarci, perché non tagliando le tasse a famiglie e imprese anziché adottare una politica keynesiana? E perché non un mix equilibrato?

Va da sé che nel piano ci sono molte cose utili che sarebbe comunque bene realizzare a prescindere, ma non tutte. Alcune sono inutili e altre persino dannose.

Il governo centrale e gli enti locali dovrebbero preoccuparsi di rendere più efficiente la macchina pubblica per cittadini e imprese. Semplificare e digitalizzare la pubblica amministrazione, velocizzare il sistema giudiziario, infrastrutture per la mobilità e la connessione in rete, servizi alle famiglie come asili nido, contribuirebbero alla crescita della produttività del nostro sistema economico.

Per ora, purtroppo, di questa riforma della pubblica amministrazione vediamo solo infornate di assunzioni. Il settore pubblico si è auto-concesso un molto rapido ritorno alla “normalità”, la “vecchia normalità”, mentre le attività economiche sono ancora limitate e veniamo “minacciati” quotidianamente con la prospettiva di una “nuova normalità”.

Su tutto il resto, invece, lo Stato dovrebbe astenersi dall’investire risorse “nostre”, pretendendo di saperlo fare in modo più oculato, oggi si dice “innovativo”, di famiglie e imprese. Non è servito un incentivo statale per cominciare ad usare le email al posto del fax, o Google Maps al posto di Tuttocittà. Allo stesso modo, oggi, se converrà davvero ci sarà chi si preoccuperà di installare 20 mila punti di ricarica per le auto elettriche. E serve davvero un’azienda di software pubblica per il “cloud di stato”?

La grande impostura in questo piano è che il “tecnico” Draghi presenta le sue scelte e quelle dei ministri “tecnici” come se fossero neutre e neutralizzanti la dialettica politica, dando per scontato che corrispondano all’interesse generale, al di sopra degli interessi e degli egoismi di parte, più volte infatti stigmatizzati, quando invece sono inevitabilmente scelte tra diverse opzioni politiche, a cominciare da una impostazione fortemente keynesiana, che punta tutto su investimenti pubblici anziché sul taglio delle tasse, per proseguire con le “transizioni”, ecologica e digitale, il Sud, le donne e i giovani (non suona un po’ discriminatorio nei confronti degli uomini over 35 che lavorano al Centro-Nord?).

Il rischio politico che intravediamo è doppio. Primo, si sta dicendo da mesi agli italiani che saremo letteralmente inondati di soldi da spendere, ma non che ci siamo impegnati, fino al 2058, a restituire interamente i 2/3 dei fondi ricevuti in forma di prestiti e in gran misura il terzo restante ricevuto in forma di sussidi partecipando con una maggiore contribuzione al bilancio Ue. Il Recovery Fund non è solo soldi da spendere, ma anche e soprattutto somme da versare, condizioni da soddisfare, riforme da attuare e nuove tasse da riscuotere – a livello europeo (plastic tax, digital tax, carbon tax…) e nazionale (riforma del catasto, taglio delle agevolazioni fiscali e delle aliquote Iva ridotte). Si vuole garantire ai giovani una casa aumentando i valori catastali, facendo della casa un bene di lusso? O forse l’idea “innovativa” è una casa popolare per tutti?

Secondo: sebbene, come sottolineano alcuni Stati membri, si tratti di una operazione una tantum, rappresenta in ogni caso un precedente, che altri Stati membri vorranno ripetere alla successiva crisi e che già oggi non fanno mistero di voler trasformare in strumento ordinario. Il rischio è che si proceda verso una progressiva omogeneizzazione fiscale, auspicata da molti, con livellamento verso l’alto di tasse e spesa pubblica e, in prospettiva, l’impossibilità pratica, prima che teorica, per i Paesi Ue di competere tra di loro abbassando i livelli di tassazione e regolazione. Uno scenario da “inferno fiscale” da cui sarebbe molto difficile tornare indietro.

Il primo beneficiario di questo vero e proprio piano quinquennale è l’Unione europea: si riafferma il principio, valido almeno dal 2011, che l’Italia può spendere e investire solo quando e dove dice Bruxelles. Se a Bruxelles si decide quando e dove, se Bruxelles ci gira il denaro per farlo, allora sarà Bruxelles a decidere le tasse che dovremo riscuotere per rientrare dal debito contratto. La sede delle decisioni su come allocare le risorse pubbliche si allontana sempre più dai cittadini, dalla già lontana Roma verso la ancor più distante Bruxelles. E al crescere della distanza, si riduce l’accountability.

Le similitudini con i piani quinquennali sovietici non sono trascurabili. Si tratta di un piano imposto e diretto dall’alto. Scritto e attuato dai soviet nazionali, i governi, nel rispetto delle linee guida elaborate dal Soviet Supremo a Bruxelles. Gli investimenti saranno in gran parte gestiti da entità statali: direttamente dal centro, attraverso cabine di regia e burocrazie ministeriali, o in periferia dagli enti locali. Le imprese che ne beneficeranno maggiormente saranno per lo più quelle partecipate dallo Stato o quelle più attrezzate, per dimensioni e relazioni, a ricevere grandi commesse statali. Il piano sembra cucito su misura per le grandi imprese a controllo pubblico, non certo per il tessuto produttivo del Nord Italia, fatto di piccole e medie imprese (e rappresentato dalla Lega), che qualche euro lo vedrà calare al massimo come indotto.

Ogni sincero liberale dovrebbe avere orrore di una pianificazione economica come strumento di potere al servizio di un progetto politico (l’integrazione europea) e di una operazione di ingegneria sociale, culturale e climatica (la “transizione” green).

I “Veri Liberali”, che sostengono il Governo Draghi e questo enorme piano di intermediazione della spesa pubblica, lo fanno solo in quanto lo vedono funzionale al rafforzamento del “vincolo esterno” e al progetto di una “Unione sempre più stretta”. Dovrebbero esserne avvertiti per primi i partiti euroscettici: con questo piano essenzialmente l’Ue vincola le future maggioranze parlamentari e compra consenso. Se lo fanno i governi votati dagli italiani, apriti cielo! Clientelismo della peggior specie. Se lo fa Bruxelles è l’occasione da non sprecare per il nostro futuro. Un futuro di schiavitù.

La “via della schiavitù” da cui oggi dobbiamo guardarci non è solo quella, più evidente eppure da molti sottovalutata, delle restrizioni delle libertà fondamentali motivate con l’emergenza Covid, ma anche quella nascosta e subdola della sussidiarizzazione della nostra economia, della dipendenza di un numero sempre maggiore di imprese e cittadini dalla commessa, dallo stipendio o dall’obolo statale.

Ma appunto, ai nostri “Veri Liberali” questo non importa. In nome di una ideologia europeista sempre più totalizzante, sono pronti a mettere in secondo piano i principi liberali, come la sinistra si è messa sotto le scarpe la tutela dei lavoratori.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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