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Tomba per 500 mila elettori: dalla paralisi a Roma il centrodestra rischia l’implosione nazionale

di Andrea Venanzoni, in Politica, Quotidiano, del

Come diamine puoi aspirare a governare un Paese intero, in una fase delicata e post-pandemica, se non appari in grado nemmeno di voler amministrare una città? Uno dei più straordinari casi di masochismo politico degli ultimi anni, che potrebbe determinare l’implosione collettiva e nazionale dell’intero schieramento di centrodestra

Non parlerò della disastrosa situazione cimiteriale romana, dello sdilinquimento osceno di salme ammassate dalla burocrazia e dalle disfunzioni di una articolazione amministrativa ormai da anni alla deriva, nonostante pure questo fosco e gotico quadro di ossa, teschi, dolore, sofferenza e cattiva amministrazione sia parte del thema.
Parlerò invece di uno dei più straordinari casi di masochismo politico degli ultimi anni, il fattore che potrebbe, in ipotesi, determinare l’implosione collettiva e nazionale dell’intero schieramento di centrodestra, il quale appare sempre meno coeso, sempre meno coalizione, e di certo sempre meno schieramento.

La tomba è proprio ciò che avrete intuito: la tomba di quel peso elettorale che il centrodestra, conservatore, ‘destra sociale’, liberale, aggiungete altre anime e sfumature a piacere, potrebbe pur vantare, proprio a Roma, e che i leader assoluti dei tre partiti maggiori, e relativi cespugli, stanno via via dissipando con una inerzia sconcertante, protratta fin oltre la umana sopportazione.

E mi perdonerà Pierre Guyotat se ho preso a prestito uno dei suoi più feroci e obliqui romanzi per suonarle, in metafora e spirito, al sornione centrodestra romano, ma la tentazione, vista la splendente brutalità di quelle pagine, era ghiotta assai.

E si dirà: c’è la valenza locale della elezione che stringi stringi è pur sempre una tornata comunale, inutile caricarla di valore nazionale. Non ci si può mica bruciare i soldi del Monopoly quali sono i sondaggi con vento in poppa, finendo prigionieri del castello kafkiano di dipartimenti e strutture amministrative paralizzate, begando con quisquilie come le strade, i permessi di costruire, i mezzi pubblici, la spazzatura, i cinghiali grufolanti per via.

Vivaddio, stiamo parlando di Roma, e non che in altri lidi, si chieda a Milano e Torino, le cose sembrino andar poi meglio, ma Roma è ancora oggi non solo la Capitale e l’epicentro del potere, nei suoi articolati e bizantini intrecci, ma è pur sempre una città di oltre tre milioni di abitanti, un test elettorale che in termini certo simbolici ma pure quantitativi nessuno sano di mente rubricherebbe a bega esclusivamente localistica, soprattutto se poi all’orizzonte si staglia la fisionomia impegnativa del Giubileo del 2025.

Il messaggio che si lancia rifiutando di partecipare alla tenzone è quello di voler sfuggire alla responsabilità di governo, perché sarà pure una sfida locale, comunale, limitata ma ha comunque a che fare con pura amministrazione attiva, con i bisogni primari della cittadinanza. Come diamine puoi aspirare a governare un Paese intero, in una fase delicata e post-pandemica, se non appari in grado nemmeno di voler amministrare una città?

Soprattutto perché, altro elemento a carico, Salvini ad esempio negli ultimi mesi ha ingaggiato un furibondo corpo a corpo digitale e comunicativo con il sindaco Raggi, caricando l’aspettativa elettorale del valore messianico della sfida totale. Difficile allora, data questa premessa metodologica, non vedere sfumature politiche di respiro nazionale.

Si dirà pure: anche l’altro schieramento ha penato non poco, per poi uscirsene con un candidato oggettivamente non irresistibile quale è Gualtieri. Parzialmente vero, ma alla fine ne sono usciti, e se qualcuno pensa e anela alle primarie come potenziale sorpresa non è tanto avvezzo al realismo sovietico che permea ancora l’apparato partitico di una certa parte che potrà pure farsi la ceretta al nome e cespugliare la falce e ovattare il martello ma che poi gratta gratta sempre quella roba è. Disciplina, vincolo di partito, fedeltà alle umane sorti progressive indicate dalla tetragona voce degli uffici e dei commissari politici democratici, votate questo e tutti voteranno proprio quello.

E così, allo stato attuale, e sull’altro versante – ma altro per modo di dire visto che Pd e M5S all’eventuale ballottaggio sono già pronti al matrimonio di interesse visto che in caso contrario dalle parti del Nazareno avrebbero candidato Zingaretti – abbiamo un sindaco in campagna elettorale permanente, da cinque anni circa, come se questi anni avesse amministrato un suo ologramma: un carnevale di programmi, annunci, slogan, faremo, vedremo, andremo, finanzieremo, con tante parole, tanti post sui social network, spesso per inaugurare aiuole nuove, segnalare lo sfalcio di un giardinetto o bearsi per la lucina di due lampioni, due lampioni inaugurati dal sindaco della Capitale d’Italia e della Cristianità nemmeno fosse la prima cittadina di un comunello di settantanove abitanti, mentre però tutto attorno i bus irrorano di scintille, fuocherelli e fumo l’aria cittadina, i cimiteri, lo abbiamo visto, si ingolfano di deceduti, gli uffici pubblici si incartano e si ossificano in una stratificazione di burocrazia geologica, le strade si aprono in voragini che sarebbero piaciute al Mosè spalancatore del Mar Rosso, le società partecipate si avvitano in una crisi finanziaria e gestoria sancita con parole draconiane dalla Corte dei Conti, la cittadinanza è stufa, stanca, arrabbiata, sfiduciata.

Abbiamo poi Carlo Calenda, l’unico ad oggi che in effetti si sia dato da fare parlando di programmi, di cose da fare, girando quartieri e zone, assemblando una sua squadra, potenziale nuova classe dirigente e forse proprio per questo il Partito democratico gli ha giurato inimicizia a livelli schmittiani e preferirebbero veder la città governata dal peggiore dei loro antagonisti piuttosto che dal volenteroso Carletto, al quale stampa, intellettuali ed ex compagni di viaggio chiedono il conto di tutto, persino dell’albero genealogico e per fortuna che non siamo Hindu sennò il povero Calenda avrebbe dovuto giustificarsi persino di tutte le vite precedenti.

Però Calenda un errore lo ha commesso sin qui, e lo notava pure Matteo Scarlino su RomaToday: volersi rivolgere prioritariamente al campo elettorale progressista, trascurando lo spazio libero ed enorme che si staglia nell’area moderata, liberale e conservatrice, orfana complessivamente di un proprio candidato, a causa della paralisi del centrodestra.

Quello romano è un voto su programmi, idee, fatti, atti e visione cittadina, inutile volersi avviluppare nella rete di un unico schieramento ideologico.

Il ritardo accumulato dal centrodestra infatti, quelli de ‘il candidato lo scegliamo in mezz’ora’, sta diventando irrecuperabile: in un corpo sociale estenuato da stazioni metro sfasciate, ritardi epocali dei mezzi, servizi ridotti al lumicino, non si concede più fiducia in maniera messianica. La fiducia cieca appartiene solo ai ceti elettorali da ZTL, dove va per la maggiore il centrosinistra e dove il centrodestra, a livello elettorale, non governa dai tempi di Cola di Rienzo.

Si dice ancora, per cercare di lenire questo senso di impotente e inerte frustrazione: tutta strategia. Fermo restando che già si è detto di come questo ritardo costituisca una zavorra letale, a voler proprio essere sinceri se uno vuol vedere strategia dietro questo silenzio e dietro questo attendismo sembra che l’unica strategia vera sia quella del tutti contro tutti interna al centrodestra. Faida strutturale, lotta tribale tra correnti, correntine, antipatie tra singoli esponenti.

Se uno va a vedere bene, e non serve nemmeno un microscopio, il centrodestra romano è in realtà principalmente nom de plume della destra, destra sociale, quella roba lì che sotto ‘sociale’ rubrica protezionismo economico, amicizie scalcagnate, nostalgismo d’antan, nomine fatte male e confuse e una pervicace attenzione per le periferie e per il disagio sociale, come se il lumpenproletariat fosse l’unica sirena attraverso cui alimentare la propria azione politica.

Endemicamente litigioso, ferocemente diviso non per motivi ideologici ma solo per tetri giardinetti personali da preservare, questo centrodestra senza centro e a ben vedere pure senza autentica destra si basa su riti tribali, strette di mano, frequentazioni preoccupanti e frettolose Canossa al mutare del vento: perché, su questo ultimo fronte, quando il vento in poppa alla Lega nazionale ha consigliato a molti ex Fratelli d’Italia il grande salto, già persuasi, da consiglieri municipali, di sedersi a Strasburgo/Bruxelles viste le allora vicine elezioni europee, o di investire per andarsene a svernare nel Parlamento nazionale, c’è stata una discreta transumanza che nei fatti ha reso la Lega romana una copia precisa di Fratelli d’Italia, solo agitata da senso di reciproca revanche e da antipatie personali acuite dal salto.

Il comportamento degli ex amici di partito, che amici non erano nemmeno stando nello stesso partito, ha conciliato un rapido incremento degli sguardi in cagnesco. Epurazioni, divisioni, suddivisioni, dito accusatore puntato, parolacce, datemi tre esponenti del centrodestra a Roma e saranno in grado di mettersi in piedi quattro partiti diversi.

Le elezioni europee del 2019 hanno segnato un bel punto di degrado politico con le scialuppe imbarcate fino all’inverosimile di gente che cercava di incamminarsi verso il Parlamento europeo, e sono state così contraddistinte dal servizio completo del repertorio della destra capitolina: veti incrociati, non andare all’aperitivo elettorale di quello sennò ti scomunico, ma tu che ci fai qui se sostieni quell’altra, voci calunniose fatte circolare nel ponentino, flussi di voti dirottati su qualche esponente di sinistra pur di non far prevalere l’odiato compagno di lista e di partito.

E quando poi invece la Lega nazionale ha iniziato a sbriciolarsi e molti hanno avvertito il terreno franare sotto i piedi, capito che non era l’asfalto a freddo dentro cui i romani consumano ogni anno milioni di euro in pneumatici ma proprio la mancanza di respiro politico, e visti i sondaggi premiare il ritorno in auge del partito della Meloni, si è avviato un esodo di ritorno, con esuli dalla cenere in testa che abiurata la fede leghista hanno preso ad avvolgersi di nuovo sotto la bandiera tricolore dei patrioti della Garbatella.

Stupirebbe davvero qualcuno immaginare questo coacervo di litigi e antipatie alle prese con il governo fallimentare della città? Resto convinto, ancora oggi, e nonostante le sentenze o forse proprio per quelle sentenze, che la esperienza consiliare di Alemanno non sia stata pessima per i fenomeni di corruttela, non solo per quelli almeno, ma proprio per le divisioni, le lacerazioni, il remare contro interno all’arcipelago partitico e per la totale, ontologica incapacità di gestire il potere una volta che uno se lo ritrova per le mani. Non saper cosa fare, come farlo, a chi farlo fare, lasciar scivolare tutto verso la deriva, in una corrente melmosa densa di nutrie e incapacità.

È evidente che il timore principale di molti è che accedendo al governo cittadino si finirebbe per bruciare la propria carriera politica, virtuale ma tanto ormai viviamo nell’epoca del virtuale, o per dimezzare o peggio l’ascesa nei sondaggi, unico elemento di interesse per la politica contemporanea.

A nessuno in tutti questi anni è venuto in mente di costruire una qualche forma di classe dirigente che sappia almeno cosa sia il potere. Che cosa faccia un determinato ufficio, quali siano i passaggi che potrebbero inceppare un progetto, quale è il vero quadro delle società partecipate, su quali dirigenti amministrativi e tecnici poter fare maggior affidamento e su quali invece minore.

Per gestire il potere, uno deve prima di tutto sapere dove mettere le mani, perché se non ne hai idea, e questo ce lo insegnano plasticamente i Cinquestelle che pure sul lungo periodo si stanno dimostrando più scaltri del centrodestra, lasci tutto ai tecnici, in maniera fideistica, ma i tecnici li hanno tutti scelti, selezionati, promossi quegli altri là, e così ti troverai tutti i tuoi progetti, se ne hai, bloccati senza nemmeno capire per quale motivo si bloccano. È la burocrazia, dottò. E ci crederai, perché non sai nemmeno cosa sia la burocrazia.

Vero è che se uno inanella tutti gli scempi che ci stanno passando sotto gli occhi, dalla durissima relazione con cui la Corte dei Conti fa strame della gestione capitolina delle proprie società partecipate, al pranzo elettorale della Raggi con quattrocento invitati, assembramento massimo in un ristorante dopo che per un anno e ormai mezzo si è tuonato contro la irresponsabilità egotica dei ristoratori, nonostante il disastro della proprietà privata umiliata e offesa, le politiche abitative sconcertanti, nonostante si continuino a stipendiare consulenti vari, nonostante ogni giorno che Dio mandi in terra ci sarebbe da presentare una interrogazione, una denuncia, un esposto, un comunicato stampa, il centrodestra sta silente, inerte, fermo e non certo per la gioia dell’eternità, come diceva Nietzsche.

Piuttosto, sembra di assistere allo sfaldamento complessivo di una armata Brancaleone, tutti fermi cercando di resistere alla prossima slavina, nessuno che voglia emergere per non diventare il piccione al centro del proverbiale tiro. E giungono già notizie di dimissioni di massa, di addii, di allontanamenti, fuori da Roma con cerchi concentrici che a Roma si avvicinano, inesorabili.

L’immagine che ne emerge è sconcertante, grottesca, offensiva: a quattro mesi dalle elezioni nessuno ha idea non solo dei candidati che il centrodestra vorrà proporre ma nemmeno di quale sia il programma reale, al netto di cartelloni, poster, banchetti e slogan triti che ormai non interessano nessuno.

Una sconfitta pesante diventerebbe innesco di un redde rationem complessivo, feroce, da arma bianca, e che mi sembra di poter dire non finirebbe per deflagrare solo nel perimetro capitolino.

Andrea Venanzoni


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