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Il segreto di Macron? La Quinta Repubblica

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Emmanuel Macron tira le fila della politica europea e si conferma uno dei leader più interessanti della nostra contemporaneità. Frettolosamente venerato dai liberal(i) di casa nostra come colui in grado di salvare l’Unione Europea dai populismi e dall’ormai onnipresente “destra xenofoba e nazionalista”, si sta dimostrando – al contrario – un credibile erede del generale De Gaulle, e di una tradizione di grandeur che ora permette alla Francia di essere assoluta protagonista ai tavoli di Bruxelles (e non solo). Qual è il segreto di Macron? Per una volta, la risposta non è da rintracciare in taumaturgici algoritmi né in qualche libro di media marketing. Senza dubbio, l’inquilino dell’Eliseo mescola abilmente un moderno neo-gollismo con una visione protezionista – e sussidiaria nei confronti di Parigi – dell’Europa. Tuttavia, la nascita e il rafforzamento di questo homo novus non sarebbero stati possibili, ad esempio, in Italia. Il segreto di Macron, infatti, è la Quinta Repubblica. Ovvero, quell’architettura istituzionale completamente rinnovata, nata nel 1958 con la settima Costituzione voluta da Charles De Gaulle e che, grazie anche ad una saltuaria e opportuna manutenzione, ha mantenuto intatta la capacità di garantire governabilità e stabilità, anche in tempi in cui le leadership nascono e muoiono alla velocità di un click.

La prova del nove, se così si può definire, si è avuta in occasione delle ultime elezioni presidenziali che, seguendo un trend comune nel continente, hanno visto un forte ridimensionamento dei partiti tradizionali e la comparsa di nuove formazioni – prima fra tutte, proprio En marche! di Macron. Anche in presenza di una maggiore frammentazione, il sistema istituzionale francese non ha vacillato, per merito di due ulteriori fattori. Il primo è la riforma del 2002, che prevede lo svolgimento delle elezioni presidenziali poco prima di quelle legislative, così da garantire l’effetto-traino delle prime sulle seconde e ridurre così al minimo il verificarsi di una fastidiosa cohabitation. Il secondo è il sistema elettorale maggioritario uninominale a doppio turno, che unito all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, impedisce al Paese di piombare nel caos: a riprova che il sistema elettorale è da considerare parte integrante e fondamentale di qualsiasi architettura istituzionale. Forse qualcuno, a Roma, dovrebbe prendere appunti.

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Federico Cartelli


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