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Se Boris Johnson volta le spalle al Thatcherismo

di Matteo Bellini, in Esteri, Quotidiano, del

Per i più convinti sostenitori di una Brexit liberale, le ultime mosse di politica economica scelte dal premier Boris Johnson e dal Cancelliere dello Scacchiere Sunak risuonano alquanto preoccupanti. Se da un lato il governo di Londra sta dimostrando di tenere maggiormente alle libertà civili rispetto al nostro, rifiutando l’obbligo di Green Pass, sul lato delle libertà economiche sono molti gli errori che si stanno compiendo.

L’attuale governo Tories ha infatti deciso di aumentare la pressione fiscale su lavoratori e imprese per finanziare un ulteriore aumento della spesa sanitaria, giustificata dai tempi bui dell’emergenza Covid. Scontata la reazione negativa della stampa liberista, primo fra tutti il Daily Telegraph: “Highest taxes since the war”, è il titolo di apertura dell’8 settembre. Proprio dal Telegraph è infatti partita un’ondata di indignazione e disapprovazione per la nuova linea socialdemocratica dei Tories, che sembrano aver dimenticato gli insegnamenti di Margaret Thatcher.

Come scrive il team editoriale del Telegraph, piuttosto che aumentare il carico fiscale, il governo avrebbe potuto trovare le risorse di sostegno al National Health Service riducendo altri comparti di spesa:    

“The current tax increases are a choice, not a necessity. The ongoing additional spending caused by the pandemic could have been covered by reducing spending in other areas”. 

Curiosamente, il Regno Unito appena uscito dall’Ue si ritrova a prendere una strada che sembra ricordare quella di molte cancellerie europee. Una sorta di “moral outrage“, come ha affermato il direttore dell’Institute of Economic Affairs Mark Littlewood.

Inutile negare che il primo ministro abbia guardato al nuovo bacino elettorale potenzialmente in palio per i Tories. Come già hanno dimostrato le scorse elezioni, i Conservatori hanno sfondato alcuni “red walls”, territori precedentemente appannaggio dei Laburisti. Il nuovo elettorato di maggioranza è ormai diffidente nei confronti del libero mercato, pro-Brexit e contrario all’ondata di progressismo in arrivo dagli Stati Uniti. Se le ultime due inclinazioni possono essere comprensibili da un punto di vista liberale, il primo è una cocente delusione.

Nella patria di Adam Smith sembra ormai ultimato il vero e proprio riallineamento politico in corso da tempo. Dopo decenni di influenza del Thatcherismo, la politica britannica sembra aver abbandonato la sua inclinazione liberista. Ciò che preoccupa è che proprio dai Tories arrivi questo nuovo corso statalista.

Ci si chiede perché l’opposizione interna al Partito di maggioranza, ovvero quegli irriducibili thatcheriani, non alzino maggiormente la loro voce. Ci si chiede che futuro avrà una Brexit senza i presupposti di un’economia libera, avendo a Westminster un’opposizione dichiaratamente statalista e una maggioranza che abbandona le sue posizioni low tax e less spending.

Se Johnson pensa, come ha recentemente fatto intendere, di voler addirittura superare la Thatcher nella permanenza a Downing Street, rischia di dover rivedere i suoi piani per il futuro, dopo aver già tradito uno dei fondamenti del suo manifesto elettorale, nonché un caposaldo della Destra d’oltremanica.

Matteo Bellini


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