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Non solo islam: Saman Abbas e le altre vittime del relativismo culturale

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Lord William Henry Cavendish-Bentinck, governatore inglese dell’India dal 1828 al 1835, appena arrivato a Calcutta decise di mettere fine al sati, istituzione indù che richiedeva alle vedove di suicidarsi bruciando vive sulla pira funebre dei mariti, e decretò la pena capitale per chi fosse coinvolto nella morte di una vedova per averla costretta o persuasa a suicidarsi. Si narra che una delegazione di notabili indiani gli chiese udienza: “non ci potete proibire il sati, è una nostra tradizione”, gli dissero. “Lo capisco – rispose il governatore – e noi condanniamo a morte chi brucia viva una donna: è una nostra tradizione”.

Erano altri tempi. Quando negli anni ’90 del secolo scorso si scoprì che in Italia centinaia di bambine somale e di altre nazionalità ogni anno venivano sottoposte a interventi di mutilazione dei genitali – una istituzione diffusa in molti paesi africani e mediorientali – l’allora ministro della solidarietà sociale Livia Turco ne parlò come di una “irrinunciabile identità culturale” e come di un “atto d’amore”, spiegando che il governo era attento al significato culturale dell’istituzione e di essere disposta a prendere in considerazione l’adozione di leggi specifiche contro le mutilazioni genitali femminili se però richiesto dalle comunità di stranieri residenti in Italia. C’erano antropologi, all’epoca, che nelle aule universitarie ammonivano studenti e colleghi dicendo: “che diritto abbiamo noi di giudicare culture diverse dalla nostra?”. Alla fine una legge specifica fu varata, ma solo nel 2006, durante il III Governo Berlusconi.

Adesso che una giovane pakistana residente in Italia, Saman Abbas, è vittima (e non è neanche la prima) di due tradizioni – il matrimonio combinato/forzato e l’omicidio d’onore – nessuno prende le parti dei famigliari che prima le hanno imposto le nozze e poi, al suo rifiuto, l’hanno uccisa. Però si registrano molti significativi silenzi e c’è chi accusa l’islam, ma quello radicale. Quasi nessuno sembra rendersi conto che il matrimonio combinato ed eventualmente imposto è una istituzione presente in quasi tutte le società arcaiche dove la tradizione assegna alle famiglie non solo il diritto, ma il compito di decidere quando e con chi i figli, soprattutto le femmine, si devono sposare. Un figlio disobbediente che si ribella alla decisione dei genitori su una questione così importante come il matrimonio merita di essere punito e deve esserlo, se necessario con la morte.

Noi lo chiamiamo omicidio oppure delitto d’onore, ma per chi lo commette è una punizione necessaria, un atto doveroso nei confronti della famiglia lesa, per restituirle dignità e rispetto agli occhi dei parenti e della comunità. L’onore di una famiglia si ritiene compromesso quando i suoi componenti non obbediscono al capofamiglia, dimostrando al mondo che manca dell’autorità e della determinazione necessarie a farsi rispettare. Per il decoro e la stima famigliare si ritiene che i capifamiglia abbiano il dovere di vegliare sul comportamento dei congiunti, in particolare di donne e bambini, di punirli a discrezione se lo ritengono giusto. Dove è l’islam a definire le regole di buon comportamento, le donne inoltre, siano esse mogli, figlie, sorelle, non devono suscitare dubbi sulla loro modestia e sulla loro integrità fisica e morale intrattenendo rapporti inappropriati con uomini estranei alla famiglia: a seconda dei contesti, si ritiene inappropriato, disonorevole, un semplice contatto fisico o anche solo un incontro, uno scambio di parole senza la presenza di terze persone.

Non sempre chi si trasferisce altrove, tra gente che vive sotto altre regole e valori, si lascia alle spalle le istituzioni della sua tradizione. Ai nostri occhi Saman è la vittima, chi l’ha uccisa il colpevole. Invece agli occhi dei suoi parenti, è lei che ha commesso un delitto, che si è macchiata di una grave colpa. Vittime innocenti sono i suoi genitori e gli altri suoi famigliari sui quali ingiustamente ricade l’onta del suo comportamento.

Si è sperato per settimane che fosse viva, che fosse riuscita a fuggire. Qualche volta succede. Ayan Hirsi Ali, somala, fondatrice della AHA Foundation, oggi uno dei più autorevoli esperti di islam, aveva 26 anni e viveva in Kenya quando suo padre l’ha informata del suo matrimonio per procura con un cugino residente in Canada. Il volo dal Kenya al Canada faceva scalo a Francoforte. Lei ne ha approfittato per scendere e chiedere asilo. Waris Dirie, somala anche lei, ex top model tra le più affermate, impegnata contro le mutilazioni genitali femminili che lei stessa ha subito, aveva 12 anni quanto il padre le ha presentato un uomo anziano dicendole che qualche giorno dopo sarebbe diventata sua moglie. È scappata di notte, percorrendo chilometri nella savana, riuscendo miracolosamente a raggiungere la capitale Mogadiscio dove una zia materna impietosita ha rifiutato di riconsegnarla al padre e al suo destino. Entrambe sono state disconosciute dal padre.

Lord Cavendish-Bentinck in India proibì anche l’infanticidio delle figlie e i sacrifici umani. Ma in India si continuano a uccidere le neonate e sono in aumento gli aborti selettivi. Secondo un nuovo studio pubblicato ad aprile sulla rivista scientifica Lancet, nel trentennio tra il 1987 e il 2016 all’appello mancano circa 22 milioni di bambine, con un aumento di aborti e infanticidi del 60 per cento nel decennio 2007-2016.

Se non in India, i sacrifici umani sono tuttora praticati in molti stati africani. Le vittime sono quasi sempre i bambini e gli albini di ogni età. Si ritiene infatti che con gli organi degli albini gli stregoni confezionino i talismani più potenti che garantiscono successo e fortuna. Un singolo organo, ad esempio una gamba, un occhio, le labbra, il cuore, viene pagato fino a 2.000 dollari e un corpo intero vale circa 65-70.000 dollari. I paesi in cui gli albini corrono più pericoli sono il Tanzania, il Mozambico, l’Uganda e il Malawi. Il rischio di essere rapiti o venduti dai famigliari e uccisi aumenta in certi periodi: ad esempio, all’approssimarsi di un appuntamento elettorale allorché i candidati cercano di aumentare la probabilità di essere eletti ricorrendo alla stregoneria. L’Uganda ha varato a maggio una legge contro i sacrifici umani, la Prevention and Prohibition of Human Sacrifices Bill 2020.

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Anna Bono

Storia e istituzioni dell’Africa all’Università di Torino, autrice di “Migranti!? Migranti!? Migranti!?” (Edizioni Segno).

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