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Restaurazione globalista in atto: sarà “totalitaria”, o dovrà fare i conti con la realtà (e con i suoi avversari)?

di Fabrizio Borasi, in Esteri, Politica, Quotidiano, del

Dopo la fine della presidenza Trump, a partire dagli Stati Uniti ha preso il via in tutti i Paesi occidentali quella che appare a tutti gli effetti una vera e propria “restaurazione” della visione del mondo globalista e politicamente corretta “senza se e senza ma”, volta a ripristinare e a rafforzare a livello mondiale i principi e le regole che la caratterizzano: superamento della sovranità nazionale, libertà di azione delle organizzazioni internazionali, diritto assoluto dei “migranti” ad essere accolti e delle “minoranze” ad essere “protette” con ogni mezzo, ambientalismo ideologico. Per chi non condivide gli eccessi di questa concezione della vita civile e politica, anche se riconosce molte delle sue buone ragioni e si augurerebbe che sui temi citati si sviluppasse invece un confronto non dogmatico, la prospettiva futura sembra poco allegra.

In attesa di essere rieducati (come qualche opinionista ha proposto di fare, ad esempio con gli elettori che negli Stati Uniti hanno votato repubblicano), l’unica strada percorribile sembrerebbe quella di un dissenso sempre più difficile non solo da praticare, ma talora financo da esprimere. La storia (affascinante anche per questo) ci insegna però che a volte lo sviluppo delle società umane avviene per vie non allineate con le dichiarazioni ufficiali dei governanti e le ideologie degli intellettuali o degli opinionisti mainstream, ma porta a risultati più sfaccettati, meno netti e meno “categorici” di quelli che ci si sarebbe potuto aspettare, se non addirittura a conseguenze in gran parte impreviste.

Ad esempio, parlando della restaurazione per antonomasia, cioè quella avvenuta in Francia dopo la caduta di Napoleone, a quasi cinquant’anni dagli eventi il grande scrittore Victor Hugo ne “I miserabili” sostenne che il movimento reazionario, partito per sradicare totalmente ogni traccia dei decenni rivoluzionari e napoleonici si era dovuto necessariamente fermare, pena la distruzione di una realtà sociale ormai irrimediabilmente mutata, e giunse addirittura ad affermare che la restaurazione “fu involontariamente liberale”. Il che per molti versi è vero: in effetti Luigi XVIII lasciò in piedi quasi tutto l’apparato statale napoleonico nonché molte delle riforme politiche e civili intraprese sotto il regime bonapartista, ed arrivò anche ad emanare, sia pure sotto la forma di una graziosa “concessione”, una costituzione che poneva limiti al potere del monarca, che formalmente veniva riaffermato come assoluto e di origine divina.

Viene da chiedersi se qualcosa di simile possa accadere oggi all’ombra della restaurazione globalista, che si trova di fronte in tutti Paesi occidentali ad una situazione sociale che, a causa della crisi economica, dei problemi creati dalla convivenza con gruppi sempre più ampi di persone provenienti da altre parti del mondo non intenzionate ad integrarsi o incapaci di farlo, e non ultimo a causa della pandemia ancora in corso, è  irrimediabilmente diversa da quella di vent’anni fa.

Certo, Trump non è paragonabile a Napoleone: il farlo sarebbe nei suoi confronti da un lato troppo lusinghiero e dall’altro ingiusto. Troppo lusinghiero perché anche se avrà il suo posto nei futuri libri di scuola, l’ex presidente americano non si avvicina certo al ruolo epocale di spartiacque della storia europea moderna ricoperto dal grande corso; ingiusto perché, al contrario di Napoleone (che fu uno dei maggiori geni politici e militari di ogni tempo, ma anche un feroce tiranno che portò le repressione in tutto il continente) Trump, nonostante alcuni gravi errori, ha governato in maniera democratica, rispettoso dei diritti individuali in patria e dell’indipendenza degli stati esteri.

Resta il fatto che la presidenza Trump, così come la Brexit, fenomeno politico ad essa parallelo da questo punto di vista, ha dato voce, mettendo a nudo i suoi eccessi, alla crisi delle società occidentali ispirate ai valori globalisti e politicamente corretti. Una crisi a cui molto probabilmente non potrà essere posto rimedio riportando in vigore e magari esasperando, grazie alle decisioni politiche e/o alle campagne mediatiche, le concezioni utopistiche spesso irresponsabili dei decenni passati. La speranza sarebbe che si potesse giungere, al di là delle affermazioni di facciata, e inevitabilmente dopo una serie di errori e di scelte discutibili, a stabilire democraticamente e in maniera empirica i limiti oltre i quali i valori globalisti e politicamente corretti si trasformano in disvalori, come detto in tema di politiche ambientali, di immigrazione irregolare, di regolamentazione delle attività economiche finanziarie e non finanziarie, di tutela delle visioni soggettive in tema di religione e di vita privata e così via.

Ma si tratta di una speranza realistica? Esiste qualche possibilità che, magari “involontariamente” (per riprendere l’espressione di Hugo) i principi a parole assoluti della restaurazione globalista si confrontino con la realtà e portino a decisioni meno radicali e manichee di quelle sostenute dagli “ultrà” del pensiero unico politicamente corretto? Forse si tratta di un’impressione sbagliata di chi scrive, ma sembra che alcuni fatti recenti, volendo, possano essere interpretati in questo senso, cosa che sottopongo alla valutazione del lettore.

Il nuovo presidente americano Biden, a parole paladino e primo protagonista della ri-globalizzazione e della ripresa del politicamente corretto, da un lato ha fatto proprie con qualche modifica, più appariscente che reale, alcune delle scelte più importanti dell’amministrazione precedente (dalla strategia di contenimento economico dell’espansione cinese alla politica mediorientale; dallo sviluppo delle nuove tecnologie petrolifere alle attività di sostegno all’economia industriale non finanziaria), dall’altro, dove ha apportato delle variazioni sostanziali, lo ha fatto per ora in maniera molto “soft”, come in tema di politica ambientale, di immigrazione o di tutela delle minoranze religiose e/o sessuali, tramite provvedimenti tanto perentori dal punto di vista formale quanto suscettibili di adattamenti concreti in corso d’opera al fine di temperarne gli eccessi.

Parallelamente, da questa parte dell’Atlantico, pur tra cori di esecrazione e di compatimento da parte dei mass media, l’uscita de Regno Unito dall’Unione europea si è per così dire “stabilizzata”, determinando una situazione che realisticamente non pare troppo sgradita né alle gerarchie di Bruxelles né a quelle dei governi degli stati rimasti nell’Unione.

Il Paese però dove appare più evidente questa combinazione tra un ritorno, a parole senza compromessi, ai valori del globalismo politicamente corretto ed una tendenza sotterranea ad individuare in concreto i suoi limiti e quindi a riconoscere di fatto e a tutelare in qualche modo anche le esigenze opposte (pur senza peraltro dare loro formalmente voce) è a mio parere proprio il nostro. Il nuovo governo presieduto da Mario Draghi, nelle dichiarazioni ufficiali ha fatto per così dire una professione di fede perentoria ed ineccepibile dal punto di vista della restaurazione globalista: dalla “irreversibilità” dell’Euro, alla intitolazione di un ministero alla “transizione ecologica”; dalla valorizzazione dell’accoglienza degli immigrati al riconoscimento del ruolo predominante dei mercati finanziari come fattore di sviluppo della società. In concreto, però, si può ragionevolmente ipotizzare che le linee di tendenza su cui il nuovo Esecutivo si muoverà saranno quelle di una serie di compromessi tra le diverse esigenze. Lo dimostra in maniera lampante la stessa composizione del governo, nel quale al fianco dei fautori “duri e puri” della globalizzazione e del politicamente corretto siedono esponenti di partiti guidati da leader politici considerati da sempre pressappoco come l’incarnazione del male, in quanto sostenitori dei principi opposti. Quali saranno questi compromessi e quale tra le due tendenze raccoglierà maggiori successi è ovviamente tutto da vedere, ma ben difficilmente a mio avviso si potrà sfuggire a questa logica.

Peraltro, anche se fosse vero quanto appena detto, la situazione non potrebbe certo essere definita rosea. Questa nuova fase infatti sembra fare propria, in particolare nel nostro Paese, la tendenza elitaria tipica del movimento globalista e politicamente corretto, nell’ambito del quale da sempre una ristretta cerchia composta di tecnici e di “esperti” in campo economico, giuridico, culturale e persino religioso, si sente in dovere (senza chiedersi se ne abbia o no il diritto) di “dettare la linea” allo sviluppo economico e sociale. Se, dunque, è probabile che il nuovo indirizzo politico italiano sarà molto più equilibrato rispetto alle tendenze estreme espresse a parole, è altrettanto probabile che la conciliazione tra le diverse esigenze verrà operata “dall’alto” e non in base ad un mandato espresso dagli elettori.

Questa tendenza ad un governo delle élites caratterizza peraltro tutti i Paesi europei continentali, ma non quelli anglosassoni, eredi di una tradizione rappresentativa che risale ininterrotta sino al Medioevo, in base alla quale le élites di governo rispondono delle loro scelte al popolo. Lo dimostrano, nonostante le note degenerazioni, le recenti elezioni presidenziali americane, dove i cittadini hanno potuto scegliere tra programmi politici alternativi; e lo dimostra ancora di più il referendum sulla Brexit (e il suo valore sarebbe stato lo stesso anche se l’esito fosse stato opposto), grazie al quale gli elettori hanno potuto decidere su scelte di importanza fondamentale operate dai loro governanti.

La storia occidentale moderna insegna che le decisioni prese unilateralmente dall’alto, anche se adottate da personalità “illuminate” dalle proprie capacità tecniche e/o politiche, hanno spesso vita corta e quasi sempre nel lungo periodo creano più danni che vantaggi alla popolazione. Il liberalismo “involontario” della restaurazione francese ottocentesca fu il frutto di una scelta unilaterale delle élites che con senso di realismo in parte cinico (Talleyrand ne fu il simbolo) adattarono il ripristino della monarchia alla società postnapoleonica, e di conseguenza dimostrò di essere un liberalismo molto debole che, come insegna la storia successiva, ebbe bisogno di altri sommovimenti popolari e di altre guerre per affermarsi in maniera compiuta e approvata “dal basso”.

Per questo, anche se, come personalmente credo, la restaurazione globalista non sarà così “totalitaria” nei suoi contenuti concreti, sarebbe un bene (e la cosa vale in particolare per il nostro Paese) che gli esponenti dei diversi partiti, anziché governare fianco a fianco dopo essersi spesso insultati (talora oltre i limiti del buon gusto), portassero avanti delle proposte politiche contrapposte, tra loro alternative, per consentire agli elettori di scegliere in maniera chiara da quali persone e in base a quali programmi essere governati, cosa che da troppo tempo non avviene in Italia.

Fabrizio Borasi


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