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Perché lo smart working non può essere la nuova normalità: problemi giuridici, sociali, economici

di Marco Proietti, in Economia, Quotidiano, del

Torna nuovamente d’attualità la questione che riguarda lo smart working, complice un (finalmente!) progressivo, seppur ancora lento e macchinoso, ritorno alla normalità lavorativa. Durante il question time alla Camera dei Deputati, il ministro per la pubblica amministrazione, Renato Brunetta, è stato abbastanza chiaro:

“Il lavoro agile può servire nell’emergenza ma non può proiettarsi nel futuro […] Oggi chi fa lavoro agile non ha un contratto specifico, non ha obiettivi, non ha tecnologie, in più non c’è sicurezza, vedi il caso del Lazio, insomma è un lavoro a domicilio all’Italiana”.

Una posizione chiarissima che personalmente condivido e sulla quale si è anche avuto modo di parlarne proprio qui su Atlantico Quotidiano quale mese fa.

La questione è giuridica, è sociale ed è economica.

È una questione giuridica. Il lavoro agile viene frettolosamente confuso con il telelavoro, seppur si tratti di una disciplina diversa che risponde ad esigenze aziendali diverse. Punto di contatto tra questi due istituti è rappresentato dalla natura flessibile della prestazione che, per definizione, non viene obbligatoriamente eseguita all’interno degli uffici ma può concretizzarsi altrove: nel caso del telelavoro, infatti, la postazione di lavoro è fissa, predeterminata e conosciuta dal datore di lavoro e in genere corrisponde alla residenza o al domicilio del telelavoratore. Nel caso dello smart working, invece, la sede di lavoro non è fissa e né conosciuta dal datore di lavoro in quanto il fine ultimo sta proprio nella flessibilità operativa.

È una questione sociale. Non c’è alcun motivo di stare allegri pensando di poter lavorare in ciabatte a casa, o sognando di poterlo fare magari da una spiaggia, per il semplice motivo che il lavoro a distanza è iper-connesso e iper-controllato, grazie anche all’impulso della tecnologia algoritmica e più genericamente del digitale che sono entrati nella gestione dei rapporti di lavoro a piene mani: si verifica il tempo trascorso su una pratica, la durata della connessione, si rendiconta all’istante il rendimento del dipendente che, molto semplicemente, non smette mai di lavorare.

Altro che pc portatile e bermuda in riva al mare! L’immagine migliore è quella dell’Hikikomori giapponese, ovvero di chi resta chiuso in isolamento perenne dentro le quattro mura di casa, e la cui unica luce che vede è quella artificiale della propria scrivania. Un abbrutimento profondo, intimo, che penetra nella psicologia più recondita delle persone.

È una questione economica. Perché lo smart working ha semplificato, certamente, una serie di procedure dalla interoperabilità dei dati alla modalità di svolgere concorsi e colloqui, ma vivere senza recarsi in ufficio significa portare alla desertificazione del tessuto economico delle nostre città: bar e ristoranti, per non parlare di negozi di abbigliamento e calzature, vivono del quotidiano passaggio di chi lavora e si reca in ufficio. Chiusi in casa, molto semplicemente, non avremo neppure l’impulso di comprarci un paio di calzini nuovi, e le nostre città assomiglieranno molto a delle immense cattedrali nel deserto, ove gli uomini vivranno nei propri micro appartamenti.

Una realtà distopica, è chiaro, ma meglio vedere il lato brutale della faccenda per potersi rendere poi chiaramente conto dell’altra faccia della medaglia.

Ma la vicenda ha anche un significato in quello che, più comunemente, possiamo definire il buon senso delle cose pratiche. Il lavoro deve essere in presenza poiché ognuno di noi vive di rapporti sociali, e la crescita professionale passa inevitabilmente per gli scambi di opinione fatti di persona, dei confronti nelle riunioni, delle pacche sulla spalla, degli errori corretti a video in presenza: l’interazione umana non può essere esclusa, ne risentirebbe la qualità del lavoro – che sarebbe indubbiamente inferiore – ma a subire delle conseguenze negative ne sarebbe la tenuta psicologica complessiva di chi lavora che, privato dei rapporti tipici di un ufficio, si sentirebbe in una condizione
di clausura forzata.

Bisogna ripensare il lavoro agile come uno strumento in ausilio al lavoro ordinario, poiché quest’ultimo deve essere sempre e comunque in presenza fisica sul luogo di lavoro.

Marco Proietti


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