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Perché deridere il Cristo crocifisso per affermare la propria identità e rivendicare diritti?

di Fabrizio Borasi, in Cultura, Quotidiano, del

Uno dei dogmi incontestati della cultura politicamente corretta di oggi è quello della protezione delle “identità personali”, le quali sono circondate da una serie di divieti e di prescrizioni, la cui violazione dà luogo a condanne non solo sociali e mediatiche, ma in qualche caso anche penali e/o al risarcimento dei danni. Ben oltre la giusta difesa (morale e giuridica) delle libertà individuali e delle scelte di vita personali dalle ingerenze altrui, anche solo verbali, la stessa possibilità di critica viene spesso soffocata sul nascere nel momento in cui si manifesta all’esterno e bollata come “istigazione all’odio” (razziale, sessuale, religioso ecc.).

In questo clima di protezione all’eccesso, ha creato sconcerto in molti (compreso chi scrive) quanto accaduto in occasione di una manifestazione in favore dei diritti dei gruppi Lgbt, nella quale l’orgoglio (il pride) di qualcuno si è spinto sino a mettere in ridicolo la figura di Gesù Cristo e in particolare di Gesù Cristo in croce, rappresentato con tanto di tacchi a spillo, ferite alle mani a forma di cuore e altri particolari rivolti a sostenere più o meno direttamente, grazie a quella messa in scena, la causa della “libera” identità sessuale e di genere. Si è trattato di uno spettacolo di cattivo gusto: uno spettacolo che non aveva nemmeno la forza di provocare (la vera provocazione è un “pugno nello stomaco” che però invita a riflettere), ma solo l’effetto di rattristare lo spettatore, ovviamente lo spettatore non accecato dalle giustificazioni di chi approva senza condizioni tutte le critiche, anche le più assurde e le più pesanti ai valori tradizionali della nostra società.

Insieme al senso di tristezza nel vedere questa rappresentazione, sorge però una domanda. Perché degli attivisti che si battono in buona fede (e la buona fede altrui, come dicevano i giuristi dell’antica Roma si deve sempre presumere, sino a prova contraria) per quelli che ritengono essere dei loro diritti, devono farlo mettendo alla berlina il Cristo crocifisso? Proviamo, non a rispondere (visto che non si può entrare nella mente altrui), ma a riflettere brevemente su alcuni aspetti di questo interrogativo.

Innanzitutto, ragionando da un punto di vista umano e personale, non si capisce la ragione per cui chi dice di volere difendere i diritti delle minoranze oppresse e discriminate dovrebbe farlo ridicolizzando il profeta-maestro Gesù di Nazareth, che per la sua predicazione e non per altro (“In lui non trovo nessuna colpa”, afferma Pilato prima di condannarlo) subì quasi 2000 anni fa la pena atroce della crocifissione che era vietato infliggere ai cittadini romani, e in seguito alla quale il condannato moriva dopo ore di agonia, quando oggi molti fanno quasi a gara a “santificare” anche le persone condannate per i crimini più efferati. Perché unirsi idealmente agli scherni dei soldati romani (che lo vestirono di porpora per farsene beffe), a quelli dei passanti sul luogo dell’esecuzione e persino a quelli degli altri condannati (o almeno di uno di essi)? Quale utilità o quale valore morale dovrebbe avere questa mancanza di pietà (di pietas nel senso latino) verso un essere umano che innocente ha subito quella sorte? Forse quello di contestarne gli insegnamenti?

Allora come oggi le cose dette e praticate dal profeta-maestro di Galilea non avevano e non hanno la pretesa di imporsi a nessuno, ma solo quella di proporsi alla libera adesione degli altri: oggi a quella di coloro che ne leggono i resoconti nei Vangeli. Questa libertà sta al centro di tutti i suoi insegnamenti: perché dunque la sua figura non dovrebbe essere apprezzata invece che essere fatta oggetto di derisione anche da coloro che tali insegnamenti non condividono?

Molti però potrebbero sostenere che l’obiettivo della messa alla berlina nel corteo Lgbt non era la persona di Gesù, ma il simbolo storico del crocifisso e soprattutto la morale cristiana successiva, spesso oppressiva verso le minoranze, e non solo quelle sessuali. Si tratta di un tema ricorrente: ad esempio John Lennon, dopo essersi chiesto pretenziosamente se sarebbe durato più il rock ‘n’ roll o il cristianesimo, affermò che Gesù era un tipo “a posto” (Jesus was all right), ma che i suoi discepoli cioè i cristiani erano “ottusi e conformisti” (thick and ordinary). Si tratta di un argomento che ha alcune buone ragioni dalla propria parte, buone ragioni che però se vengono esagerate nel loro peso e, grazie anche al modo spesso superficiale con cui oggi troppo spesso si ragiona, vengono rese quasi assolute, portano ad una visione totalmente negativa della religione cristiana, una visione non solo sbagliata dal punto di vista etico e civile, ma anche decisamente falsa da un punto di vista storico.

San Paolo scriveva che i valori religiosi sono come un tesoro che gli uomini custodiscono in “vasi di creta”, la creta della propria imperfezione umana: i valori cristiani non fanno eccezione. Nei due millenni di storia che sono seguiti alla predicazione di Gesù molti crimini sono stati purtroppo commessi nel suo nome e brandendo il simbolo del crocifisso: dalle crociate all’inquisizione, dalle guerre di religione alla caccia alle streghe; solo pochi decenni fa, molti ancora proponevano di rieducare forzosamente i “malati” omosessuali. Questo non toglie però che nel cristianesimo (specie in quello occidentale) nel complesso abbia prevalso il messaggio di libertà e di rispetto per le scelte individuali che si ricollega alla predicazione del suo fondatore. Non solo nelle confessioni protestanti e in quelle basate sul “libero esame” della Bibbia, ma anche in quella cattolica dove sin dal Concilio di Trento del XVI secolo si afferma il principio del primato della coscienza individuale (anche se erronea nelle sue convinzioni) sulle prescrizioni ecclesiastiche.

Oggi possiamo dire fondatamente che, nonostante le deviazioni passate (remote e recenti) la tradizione cristiana, grazie all’apporto delle persone credenti, ma anche di quelle non credenti parimenti educate in base ad essa (persino Voltaire aveva studiato dai gesuiti), ha prodotto la società liberale occidentale dove i diritti individuali sono sostanzialmente rispettati (anche se nemmeno essa è ovviamente perfetta), mentre possiamo affermare invece che tutte le impostazioni filosofiche, sociali e politiche alternative che hanno voluto “prendere di petto” quella tradizione, negandone ogni valore (anche ridicolizzandone i simboli), hanno dato pessima prova di sé: si pensi al razionalismo astratto giacobino, al neopaganesimo nazista, all’ateismo sovietico.

Si può azzardare che il pensiero identitario (uno degli aspetti della visione del mondo politicamente corretta) farebbe una diversa riuscita? Che porterebbe ad un miglioramento della situazione di vita e del rispetto dei diritti di coloro che fanno parte delle minoranze sociali, non solo sessuali e “di genere”? Una società non più fondata sui diritti individuali “di tutti” (e il concetto di eguaglianza individuale è una eredità fondamentale della tradizione cristiana), ma basata su quelli dei gruppi identitari non finirebbe quasi certamente per creare una tutela “variabile” a seconda dei soggetti coinvolti? Chi difenderebbe le minoranze sessuali e di genere ad esempio contro le applicazioni della sharia da parte degli integralisti islamici radicali, che in alcuni Paesi giungono sino a punire gli omosessuali con la pena di morte?

Il caso di una giovane lesbica francese che qualche mese fa ha criticato (forse eccessivamente, ma poco importa) la religione islamica è significativo: ben pochi la hanno difesa, compresi gli attivisti. Il discorso ovviamente vale per tutte le minoranze, comprese quelle etniche, religiose, sociali ecc., che rischiano di essere tutelate anch’esse in maniera “variabile” in base al “peso” (morale, economico o politico) dei gruppi interessati: si pensi alle repressioni che avvengono tutt’oggi in regimi totalitari quali quello cinese che sono passate sotto silenzio, in base al rispetto della “diversità” della cultura orientale.

Anche ragionando da un punto di vista storico non si riesce quindi a capire perché dei militanti che si battono per la tutela dei diritti delle minoranze, anziché biasimare i crimini commessi dai cristiani in passato e criticare i loro presunti errori del presente, dovrebbero fare di ogni erba un fascio e condannare nel suo complesso la tradizione religiosa che sta alla base di quella libertà che vogliono difendere, ridicolizzandone uno dei simboli fondamentali.

Infine, esiste un ultimo aspetto che non va passato sotto silenzio: da 2000 anni a questa parte miliardi di persone hanno creduto e credono che nella persona del profeta-maestro ebraico Gesù di Nazareth si sia manifestata la volontà divina. Una questione di fede, si dirà, che in quanto tale non può essere oggetto di dimostrazione: “Fede è sustanza di cose sperate e argomento delle non parventi…” scriveva Dante, volendo esprimere questo ruolo di “variabile indipendente” della fede nella vita del credente. Indubbiamente è vero che la fede è sempre il frutto di una convinzione personale, così come questione di convinzione personale sono le varie affermazioni sulla figura di Gesù che sono state portate avanti nel corso dei secoli e che tuttora sono fatte proprie dalle diverse confessioni cristiane: se sia solo un uomo o anche un essere divino (la seconda Persona della Trinità); se sia “della stessa sostanza del Padre” o di “sostanza simile”; se abbia in sé una sola natura o due nature, una persona o due persone ecc.; è anche vero però il fatto che i cristiani di tutte le epoche hanno creduto e credono che il profeta-maestro di Nazareth abbia incarnato nella sua persona (“la Parola si è fatta carne”) un messaggio divino agli uomini rivolto all’amore del prossimo (anche se Gesù oggi non sarebbe giudicato un buonista: si pensi ai suoi atteggiamenti verso i farisei, verso i mercanti del tempio ecc.), un messaggio che si basa sulla libertà di accettarlo o meno.

Si tratta di un fatto che meriterebbe, soprattutto da parte di coloro che si proclamano paladini dei diritti individuali quello che si chiama “rispetto” (dal latino re-spicere, cioè considerare con attenzione e cura). Un rispetto dovuto sia alle convinzioni umane dei credenti, sia alla possibilità che le cose affermare dai cristiani siano vere, una possibilità da tenere sempre in considerazione da parte di chiunque, dato che l’ateismo dogmatico è forse peggiore della religione dogmatica. Anche da quest’ultimo punto di vista viene quindi da chiedersi il motivo per cui la battaglia portata avanti dagli attivisti Lgbt per sostenere i propri presunti diritti a non essere offesi da chi la pensa diversamente da loro debba passare per la messa alla berlina, per lo svilimento della fede e delle convinzioni altrui, debba passare il “vilipendio” (nel senso etimologico del termine: considerare come cosa vile, degna di scherno) della fede altrui. In senso giuridico-penale il reato di vilipendio alla religione (quando non vi sia offesa alle persone) è stato giustamente abolito (e dovrebbe esserlo anche per tutti gli altri oggetti dello stesso, dato che la libertà di espressione è sacra): rimane però l’impressione di sconcerto davanti a scene quali quella di cui si è parlato in questo articolo, uno sconcerto che certo il nostro discorso non ha eliminato ma che spero almeno possa avere chiarito agli occhi del lettore.

Fabrizio Borasi


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