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No deal vicino: per Johnson meglio di un bad deal, per Bruxelles il fallimento della linea punitiva

Avatar di Daniele Meloni, in Esteri, Quotidiano, del

“Il no deal è molto, molto, molto vicino”. Così ha risposto ai cronisti il premier britannico Boris Johnson dopo l’ultimo stallo delle trattative sull’accordo commerciale tra Londra e Bruxelles. Anche il ministro degli esteri, Raab, gli ha fatto eco, dicendo che le “speranze di un accordo sono molto limitate”.

Eppure, in settimana, le speranze che fosse tutto un bluff da parte di quel consumato attore politico che è BoJo ci sono state eccome. In primis, il ministro per il Gabinetto con delega all’implementazione della Brexit, Michael Gove, aveva annunciato il raggiungimento dell’accordo sul Protocollo Nordirlandese presso la Commissione congiunta Ue-Ue. Accordo che valeva per espungere dal testo del controverso Internal Market Bill britannico quegli articoli che avevano fatto sì che si parlasse di “violazione degli accordi internazionali” e che avevano portato Bruxelles ad aprire una procedura nei confronti del Regno Unito, ancora formalmente nell’Ue fino alla fine del periodo di transizione il 31 dicembre prossimo.

Poi c’è stata la notizia della telefonata a cui è seguita la cena a Bruxelles tra lo stesso Johnson e Ursula Von Der Leyen. Anche se i progressi, per bocca di entrambi, non c’erano stati, l’occasione sembrava propizia per annunciare la quadra e far fare un figurone a entrambe le parti. Invece, da Bruxelles Johnson è tornato ancora più convinto che l’accordo sarebbe stato molto difficile da ottenere.

Allo stato attuale sono ancora tre i temi su cui si sta ancora discutendo, anche se i termini del WTO sembrano sempre più vicini: l’accesso alle acque territoriali britanniche da parte dei pescherecci europei (francesi in primis); il cosiddetto level playing field, che stabilirebbe norme di parità per la concorrenza, imponendo a Londra il divieto di aiuti di Stato e l’allineamento agli standard Ue anche futuri (norma che sta a cuore soprattutto ai tedeschi); e la governance dell’accordo: Londra vorrebbe che le eventuali diatribe sorte sull’accordo fossero decise da un jury indipendente e non portate di fronte alla Corte di Giustizia Europea. Di fronte all’ostinazione di Eurolandia nel volere una Brexit punitiva, Johnson sa che il no deal sarebbe meglio di un accordo che farebbe rientrare il Paese nell’Unione dalla porta sul retro.

Aldilà delle questioni economiche e commerciali, anche le questioni politiche hanno un loro peso. Per Bruxelles e per la presidente della Commissione Von Der Leyen, un’uscita punitiva del Regno Unito dall’Unione sarebbe un monito anche a tutti quei Paesi che in futuro vorranno intraprendere la stessa strada. Per questo, Barnier insiste nel vincolare il futuro di Londra a regolamenti e direttive di Bruxelles: evitare una Singapore by the Thames è sempre sembrata l’idea di fondo dei negoziatori Ue nelle trattative. Ma se si va verso il no deal questa linea sarà pesantemente sconfitta. Il massimalismo punitivo delle istituzioni europee ne uscirà a pezzi. A chiedere, tra virgolette, i danni, saranno soprattutto i pescatori francesi e l’industria tedesca dell’automotive. Comparti entrambi che stanno molto a cuore a Ursula e alla sua maggioranza al Parlamento europeo.

Per Boris Johnson le cose stanno in modo diverso. BoJo cerca di trovare una soluzione che vada bene soprattutto ai backbenchers del suo partito e agli elettori che giusto un anno fa gli hanno dato la più ampia maggioranza Tory dal 1987 a oggi. Per questo, per il leader conservatore un no deal sarebbe un esito delle negoziazioni plausibile: calmerebbe i deputati dello European Research Group e lo metterebbe al riparo da eventuali accordi-pasticcio che in patria i tabloid e i suoi elettori brexiteers difficilmente gli perdonerebbero dopo le promesse dello scorso anno. Già la predecessore, Theresa May, disse in un celebre intervento sulla Brexit che “un’uscita senza accordo sarebbe meglio di un’uscita con un pessimo accordo”. La linea delle alte gerarchie dei Conservatori su questo non è cambiata.

Intanto, il Financial Times, quotidiano che per i Brexiteers duri e puri è considerato “l’ufficio stampa di Berlino a Londra”, ha pubblicato un’indagine che dimostra che l’effetto della Brexit sulla finanza londinese non c’è stato. Anzi. Un sondaggio condotto presso 24 banche internazionali e fondi di gestione degli asset dimostra l’esatto contrario. I 6 mila posti persi sono dovuti a delle ristrutturazioni degli organici a livello globale di gruppi come Crédit Suisse, Deutsche Bank e Nomura. Nove delle società di asset management hanno aumentato il loro personale del 35 per cento, assumendo 10 mila persone dalla data del referendum a fine 2020. I francesi di BNP Paribas si sono espansi e i giapponesi di MUFG hanno aggiunto 400 unità nel loro quartier generale londinese. Goldman Sachs ne ha aggiunte addirittura 900 assumendo nel suo core business e in nuove aree come il consumer banking e il cash management. Il totale dei dipendenti di JP Morgan è passato da 16 a 18 mila, aumentando anche in altri hub come Glasgow ed Edinburgo. Vanguard, la seconda società al mondo di asset management, ha triplicato le sue risorse su Londra, portandole da 200 a 600 dal 2015 al 2020, così come gli americani di T Rowe Price sono passati da poco più di 200 a 575. Invesco, Columbia Threadneedle e Pimco, la più grande azienda globale di gestione degli investimenti, hanno tutte aumentato il loro organico.

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Daniele Meloni


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