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Medio Oriente più stabile grazie a Trump, che ha ribaltato dogmi decennali e politiche fallimentari

Simone Zuccarelli di Simone Zuccarelli, in Esteri, Quotidiano, del

Recentemente è apparso un interessante articolo su Foreign Policy riguardo l’eredità mediorientale dell’amministrazione Trump. Secondo l’autore, a differenza di quanto pronosticato da vari esperti, l’azione degli Stati Uniti negli scorsi quattro anni è stata decisamente più efficace rispetto agli anni/decenni precedenti. Andando contro quelle che erano le teorie più gettonate, infatti, l’amministrazione Trump ha attuato una politica che è stata in grado di ottenere la progressiva integrazione di Israele nell’area, il contenimento dell’Iran e dei suoi protetti e, in generale, una regione più stabile rispetto a quattro anni fa.

Questo è stato possibile grazie al rigetto di tutta una serie di convinzioni e approcci mainstream che avevano dominato la politica americana in Medio Oriente negli anni di Obama e che affondano le loro radici nell’approccio liberal-internazionalista in voga fin dalla fine della Guerra Fredda – ma di più antica origine. In particolare, cinque grossi errori di valutazione spiccano tra numerosi altri.

Innanzitutto, era convinzione comune che un accordo tra Israele e Paesi arabo-sunniti sarebbe stato impossibile fino alla risoluzione della questione israelo-palestinese. In realtà, i recenti Accordi di Abramo e l’incontro segreto tra Netanyahu e Mohammed Bin Salman mostrano come la questione israelo-palestinese sia, oramai, solo di secondaria importanza per Paesi come Emirati Arabi Uniti o Arabia Saudita, decisamente più preoccupati della minaccia iraniana e interessati a una partnership strategica ed economica con Israele. Tutto questo era prevedibile, ma molti esperti e analisti sono rimasti vittime di convinzioni derivanti da una comprensione errata delle relazioni internazionali, delle dinamiche mediorientali o, semplicemente, di bias ideologici.

Quest’ultima considerazione vale anche per il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele (6 dicembre 2017) e il conseguente spostamento dell’ambasciata statunitense. Tale mossa avrebbe dovuto causare rivolte diffuse in tutto il mondo arabo e indebolire decisamente la posizione statunitense in Medio Oriente. In realtà tutto ciò non è avvenuto, proprio perché le dinamiche nell’area sono cambiate negli ultimi anni.

Un’altra convinzione forte era che l’Iran Deal sarebbe servito anche per moderare l’aggressività iraniana. Tuttavia, già verso la fine dell’amministrazione Obama appariva chiaro che il piano non stesse funzionando come previsto: Teheran, infatti, non mostrava di voler rinunciare alla sua politica di destabilizzazione e aveva iniziato a utilizzare le maggiori risorse sbloccate dall’accordo per finanziare i suoi proxy nell’area. La campagna di “massima pressione” lanciata dall’amministrazione Trump, invece, ha obbligato un Iran provato economicamente a invertire, almeno parzialmente, la rotta.

Sempre riguardo l’Iran, altre due valutazioni si sono rivelate decisamente sbagliate. Innanzitutto, l’uccisione del generale Soleimani avrebbe dovuto scatenare una durissima rappresaglia iraniana. In realtà ciò non si è verificato. Allo stesso modo, c’era la convinzione che l’uscita unilaterale dal Jcpoa non sarebbe stato un successo per Trump in quanto le aziende europee, protette da Bruxelles, avrebbero continuato a intrattenere rapporti commerciali con l’Iran, indebolendo decisamente l’azione di Washington. In realtà, le sanzioni e la minaccia di sanzioni statunitensi sono state un deterrente più che sufficiente a convincere le aziende europee che il “gioco non valeva la candela”. In sostanza, questi quattro anni hanno mostrato la fallacia di diversi assunti ritenuti insindacabili da vari esperti e analisti.

Se questi ultimi, insieme all’amministrazione Biden, non ripartiranno dalle lezioni dei quattro anni appena trascorsi e non leggeranno adeguatamente la realtà sul terreno, innanzitutto difficilmente la politica mediorientale statunitense potrà rivelarsi efficace e, secondariamente, gli stessi esperti e analisti continueranno a produrre valutazioni sbagliate e strategie già destinate a fallire in partenza.

Simone Zuccarelli

Simone Zuccarelli

Coordinatore Nazionale e Research Fellow, Comitato Atlantico Italiano; Presidente, YATA Italy; Acting President, YATA International.

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