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Mala tempora currunt: la seconda rovinosa caduta di Costantinopoli

Marco Cesario di Marco Cesario, in Cultura, Quotidiano, del

Con un colpo di spugna propagandistico, Erdogan cancella in un solo colpo la tradizione antichissima di Bisanzio, Costantinopoli e l’eredità stessa di Atatürk. Triste e desolante per la Turchia ma anche per l’Europa…

Mala tempora currunt. Costantinopoli è caduta di nuovo. Santa Sofia, gioiello dell’architettura cristiana bizantina, modello al quale tutta l’arte bizantina ed anche islamica si è ispirata per secoli, potrebbe essere riconvertita in moschea, come all’epoca dell’arrivo di Maometto il Conquistatore, dopo l’assurda decisione del Consiglio di Stato turco: a ricordarci che viviamo in una nuova epoca di barbarie e sconvolgimenti politico-religiosi senza precedenti e che nessun simbolo è al riparo.

Dopo le statue abbattute ora anche quest’onta, il gioiello dei gioielli della Costantinopoli cristiana che potrebbe ridiventare luogo di culto per una singola religione perdendo così il suo intrinseco ecumenismo e la sua stessa sacralità e saggezza (da cui il nome “Hagia Sophia”, Divina Sapienza). E in tal modo, con un gesto arrogante e prettamente politico, verrebbe cancellata la storia d’Oriente e d’Occidente, l’apertura laica di Atatürk che giustamente l’aveva trasformata in museo dato il suo inestimabile valore, i mosaici del Cristo Pantocrator, di San Giovanni Battista ed altri simboli ieratici ancora perfettamente visibili (nonostante i tentativi iconoclasti di due religioni diverse). Con un colpo di spugna propagandistico (in vista dei 100 anni della Repubblica turca nel 2023) e sfruttando il prestigio storico-artistico e simbolico di Santa Sofia, Erdogan cancella in un solo colpo la tradizione antichissima di Bisanzio, Costantinopoli e l’eredità stessa di Atatürk. Triste e desolante per la Turchia ma anche per l’Europa.

Considerando sia la sua età (quasi quindici secoli), sia le sue dimensioni impressionanti (la navata centrale misura 70 per 80 metri e la cupola, di 32 metri di diametro, sembra sospesa a 56 metri dal suolo), sia il fatto che è ancora in piedi, solo il Pantheon di Roma (costruito quasi quattro secoli prima) può essere ragionevolmente paragonato alla bellezza senza tempo di questa basilica. La Basilica, che Giustiniano ha voluto che superasse in splendore il Tempio di Salomone, rimarrà per quasi mille anni il più grande santuario del mondo cristiano.

Fu nell’anno 325, il ventesimo del suo regno, che l’imperatore Costantino fece erigere la prima basilica, consacrata alla Divina Sapienza (in greco: Haghia Sophia), in un luogo dove erano stati già eretti templi pagani quando la città greca si chiamava ancora Bisanzio. Suo figlio la fece ingrandire e l’Haghia Sophia divenne la Chiesa Episcopale di Costantinopoli. Nel 404, sotto l’imperatore Arcadius, fu in parte incendiata durante una rivolta provocata dall’esilio di San Giovanni Crisostomo. Ricostruita nel 415 da Teodosio II, la basilica bruciò una seconda volta nel 532 durante la grande sedizione di Nika, nel quinto anno del regno di Giustiniano I.

È a quest’ultimo imperatore che dobbiamo l’edificio che esiste ancora oggi. Voleva che il santuario della sua capitale fosse il più magnifico monumento visto dalla fondazione della città, così fece raccogliere i materiali più preziosi, i marmi più rari, le colonne più belle dei templi più famosi di tutte le province dell’impero. Così ricevette da Efeso otto colonne di breccia verde, probabilmente dal famoso tempio di Diana, e da Roma otto colonne di porfido, che l’imperatore Aureliano aveva rimosso in precedenza dal tempio di Giove Eliopolita a Baalbek. Dall’Egitto provennero materiali dai templi greci di Atena, Delo, Cizico, Iside e Osiride.

Due architetti greci, Anthémios di Tralles e Isidoro di Mileto, furono responsabili della direzione dei lavori, ma si diffuse la leggenda che l’imperatore avesse ricevuto da un angelo la pianta dell’edificio e il denaro necessario per la sua costruzione. Giustiniano voleva gettare lui stesso le fondamenta di un’opera che attraversasse i secoli. Una vasta spianata dunque, ricoperta da una specie di cemento laterizio che forma uno strato di venti piedi di spessore, che alla fine ha acquisito nel tempo la durezza del calcestruzzo, ed è servita come base per la costruzione. Le pareti erano costruite in mattoni, ma i pilastri furono edificati utilizzando grandi pietre calcaree cucite con spuntoni di ferro, così come le lastre di marmo: tutte le pareti erano rivestite dei marmi più preziosi dell’impero. Diecimila operai guidati da un centinaio di maestri muratori vennero impiegati nel cantiere. L’imperatore veniva a tutte le ore per sorvegliare il lavoro e premiare i più zelanti.

Per la costruzione della cupola, Giustiniano fece fare a Rodi dei mattoni di terracotta così leggera che secondo le cronache dodici di essi non pesavano più di un normale mattone. Portavano la seguente iscrizione: “È Dio che l’ha fondata, Dio l’aiuterà”. Riuscirà ad aiutarla anche contro il neo-ottomanesimo di Erdogan? Forse no. Il tempio dunque fu splendidamente decorato e completato nel 548. L’imperatore lo inaugurò con magnificenza. Dopo una marcia trionfale sull’Ippodromo, si recò alla basilica e gridò: “Gloria a Dio che mi ha giudicato degno di compiere quest’opera; ti ho superato, o Salomone!” Ci furono preghiere e feste pubbliche durate quattordici giorni.

L’interno della chiesa ancora oggi è un capolavoro di leggerezza. La luce entra da tutti i lati attraverso sette ripiani architettonici ben contraddistinti. La base della cupola, a sua volta traforata maestosamente da una “corona” di 40 finestre, e affiancata a est e a ovest da due semicupole, è sostenuta da quattro pennacchi, che poggiano su massicci pilastri e permettono di passare da una pianta quadrata a una circolare (capolavoro assoluto dell’architettura dell’epoca). Questa cupola in mattoni, del diametro di 31 metri e la cui chiave di volta è posta a 55 metri dal suolo, è sostenuta da quattro massicci pilastri e dagli archi delle due semicupole. A terra il santuario si presenta internamente come un rettangolo lungo 77 metri e largo 71,20, diviso in tre campate. La navata centrale è sovrastata a est e a ovest da due semicupole. Queste semicupole, che fiancheggiano la cupola centrale, sono a loro volta affiancate da piccole cupole (una successione di volte a cascata che gli architetti ottomani ripresero nel XVI secolo). Le campate laterali sono sormontate, oltre che dal doppio nartece che dà accesso alla navata centrale, da una galleria con magnifiche colonne di marmo verde.

La ricca decorazione interna è caratterizzata da una lussureggiante policromia: marmi colorati e mosaici a fondo oro; i più famosi sono, tra gli altri, quelli che ornano il timpano della porta che si apre sul nartece (la Madonna in trono con il Bambino; al suo fianco, Costantino I le offre simbolicamente la città di Costantinopoli, mentre Giustiniano le presenta un modello di Santa Sofia) e quello sopra il timpano della Porta Reale (Cristo in trono). I mosaici sono stati liberati dall’intonaco nero che li ricopriva quando l’edificio era ancora una moschea e bisognava bigottamente cancellare tutti i simboli della cristianità. Ma il tempo li avrebbe preservati fino alla loro scoperta da parte di un architetto italiano nel XIX secolo.

La cupola, costruita con eccessiva audacia, crollò nel 558 a causa di un terremoto. L’architetto Isidoro fu incaricato di ricostruirla. Ne ridusse il diametro e rinforzo’ i pilastri fissando all’esterno delle robuste e solide pareti. Nel 975, sotto gli imperatori Basilio II e Costantino IX, fu necessario un nuovo restauro. Nel 1347 un terremoto danneggiò la cupola, che dovette essere restaurata sotto la direzione degli architetti Astaros, Faciolatus e Giovanni Peralta.

Il 29 maggio 1453, i turchi di Maometto il Conquistatore, dopo una strenua resistenza dei Bizantini durata diversi giorni, presero d’assalto la città dopo una serie di nefasti presagi (eclissi, statue che cadevano e si frantumavano durante processioni e veri e propri ‘bombardamenti’ ottomani con polvere da sparo). Il sultano, dopo la vittoria, fece visita a Hagia Sophia la sera stessa dando l’ordine di trasformarla in moschea. Il 1° giugno vi recitò la sua prima preghiera. Fece costruire un minareto e i due contrafforti che sostengono l’edificio a sud-est. Bayazid fece erigere il minareto di nord-est, e il sultano Selim II fece erigere il minareto occidentale e nuovi muri di contenimento. Le iscrizioni che vediamo ancora oggi sui cartigli sono state scritte da un famoso calligrafo del XVII secolo: sono i nomi di Allah, Maometto e dei compagni del Profeta, Abu Bakr, Othman, Hossein, Hassan, Ali e Omar. Nel 1847 il sultano Abdülmeçit affidò all’architetto Fossati il restauro dell’edificio, restauro che portò alla luce i meravigliosi mosaici ancora visibili oggi. Nel 1934 Atatürk la fece trasformare in un museo intuendo la sua bellezza ed il suo essere un patrimonio ecumenico dell’umanità.

Oggi però, con il Consiglio di Stato turco che ha annullato quel decreto del 24 novembre 1934, oggi come nel 1453, la Basilica di Santa Sofia viene nuovamente violata e saccheggiata ed ingiustamente trasformata in un edificio religioso che corrisponde solo ad una parentesi della sua storia (invasione degli Hyksos, verrebbe da dire con Croce). La basilica fu cristiana per molto più tempo, quasi 1.000 anni. Oggi, con questa decisione sconsiderata del Consiglio di Stato (di uno stato retto in maniera egemonica e totalitaria da un solo uomo al comando, l’islamico-nazionalista Erdogan) della storia incredibile di Santa Sofia resta solo una grottesca, squallida manipolazione politica fatta da barbari contemporanei che dopo oltre quindici secoli oltraggiano ed offendono con la propria cecità politica e culturale uno dei monumenti più preziosi e prestigiosi dell’umanità.

Marco Cesario

Marco Cesario

Giornalista professionista e scrittore. Dopo la laurea in filosofia all’Università di Napoli ed un Master in filosofia alla Sorbona di Parigi lavora per l’agenzia nazionale ANSA, al desk di ANSAmed. Da Parigi, ha collaborato per Micromega (La Repubblica), Linkiesta, Pagina99, The Post Internazionale, EastWest.

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