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L’islamofobia solo un pretesto: la guerra strisciante tra Turchia e Francia dietro gli attacchi

Avatar di Stefano Magni, in Esteri, Quotidiano, del

Nell’ultimo attacco terroristico islamico in Francia, ultimo in ordine di tempo, un jihadista di origine tunisina ha decapitato tre fedeli cristiani a caso, nella cattedrale di Notre Dame di Nizza. Non passa neanche un’ora e inizia il giustificazionismo, voluto o involontario non si sa, visto che ormai è un riflesso condizionato: se i francesi subiscono così tanti attentati, vuol dire che “se la sono cercata”. In questo caso, per la “liberté” orgogliosa e sfacciata di chi si ostina a consentire la pubblicazione di vignette su Maometto e a farle vedere addirittura a lezione, o proiettarle sui muri degli edifici per solidarietà a Samuel Paty, professore decapitato perché reo di vilipendio a Maometto, appunto. Questa è una retorica moralmente aberrante, equiparabile a chi, in Pakistan, difende la Legge Nera contro la blasfemia. Ed è anche sbagliata. Il terrorismo, in Francia, non è una risposta alla presunta islamofobia francese. La libertà laica difesa da Macron è solo un pretesto.

La prova? C’è un Paese al mondo in cui l’islamofobia uccide e non è la Francia: è la Cina. Eppure non ci sono mai state campagne di boicottaggio nel mondo islamico contro i prodotti cinesi, non si odono le stesse minacce di Recep Tayyip Erdogan e di altri leader musulmani contro il regime di Pechino. Con tutto che i musulmani uiguri, perseguitati dai comunisti cinesi, sono turcofoni, imparentati con i turchi, Erdogan strizza l’occhio a Pechino e ne incoraggia turismo e investimenti. Nei campi di rieducazione cinese sono internati, ogni anno, 1,3 milioni di cittadini uiguri e musulmani di altre etnie, per ammissione delle stesse autorità di Pechino. L’islamofobia cinese arriva al punto che, quale “misura antiterrorismo”, autorità locali fedeli al Partito ordinano ai musulmani di mangiare carne di maiale durante il digiuno del Ramadan. Le moschee sono frequentemente demolite, oppure “sinizzate” anche con l’abbattimento dei simboli islamici. Durante l’epidemia di Covid-19, la campagna contro le moschee si è addirittura intensificata, ma qualcuno ha udito proteste levarsi dai regimi islamici, o dalla Turchia di Erdogan? Il regime cinese ha realizzato l’incubo di tutti i popoli islamici, sterilizzando le donne della minoranza musulmana uigura. L’accusa di aver bruciato una copia del Corano, in Pakistan, può costare la vita di intere comunità cristiane e anche in Europa può provocare sollevazioni delle comunità musulmane, come è successo recentemente a Malmo, in Svezia. Ma se il regime cinese ordina di bruciare anche centinaia di migliaia di copie del Corano, la reazione dell’islam mondiale è nulla.

Perché le comunità musulmane in Europa, la Turchia e i regimi islamici non protestano contro l’islamofobia (reale) della Cina, ma solo contro quella dei Paesi europei in cui le minoranze musulmane godono di pieni diritti? Non si spiega come mai i regimi islamici, sempre pronti a ordinare boicottaggi a sostegno delle popolazioni musulmane emigrate, siano invece così comprensivi con la Cina, al punto di aderire alla coalizione di Paesi che avallano la repressione degli uiguri nella regione dello Xinjiang, come è il caso di Algeria, Siria, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan, Oman, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan, Kuwait, Iran, Iraq, Autorità Palestinese, Somalia e Bangladesh. Curioso che fra questi Paesi, che avallano la persecuzione dei musulmani in Cina, figurino alcuni di quelli che sono ora in prima fila nel denunciare la presunta “islamofobia” della Francia, promuovendo il boicottaggio: Kuwait, Bahrein, Bangladesh, Iraq, Pakistan, oltre alla Turchia.

L’accusa di islamofobia alla Francia, quindi, è solo un pretesto. Allora domandiamoci perché i terroristi islamici attacchino la Francia. La guerra dell’islamismo (l’Islam politico e ideologico) contro l’Occidente è una storia relativamente vecchia, con radici antiche. È noto a tutti che gli islamisti considerino l’Europa (e non la Cina) come la “terra della guerra”, oggetto della loro conquista, pacifica o violenta a seconda dei partiti e movimenti che la propongono. In Francia, così come nel Regno Unito, in Belgio e in Germania, il terrorismo islamico è relativamente frequente, perché le comunità musulmane sono grandi e in certi quartieri sono maggioranza. Per una mera questione numerica, anche le mele marce al loro interno sono più numerose, sono protette da una maggior complicità e si nascondono meglio.

In questa vicenda si è inserito un elemento relativamente nuovo: il presidente Erdogan con il suo disegno neo-ottomano. L’espansionismo turco e la volontà di presentarsi come potenza di riferimento per i musulmani di tutto il mondo, hanno spinto Erdogan a scontrarsi con gli armeni nel Caucaso, con i greci nell’Egeo, con gli egiziani in Libia. E dappertutto trova un ostacolo europeo: la Francia sta appoggiando, attualmente, tutti coloro che si oppongono al disegno egemonico di Erdogan, per motivi di interesse economico, di interesse nazionale, di prestigio o per proteggere antichi alleati (come nel caso degli armeni). La politica del partito islamico turco non distingue gli interessi nazionali dalla propaganda religiosa: tutto è religione e tutto è politica al tempo stesso, così associazioni come Milli Gorus portano in Europa sia il verbo islamista turco che la promozione degli interessi di Ankara. Dopo la decapitazione di Samuel Paty, professore di storia, reo di aver mostrato agli studenti le vignette di Charlie Hebdo su Maometto, l’islamismo in Francia è tornato in primo piano. Ed Erdogan ha subito cavalcato l’onda, schierandosi dalla parte dei carnefici e contro la reazione civile delle vittime. Il presidente turco, prima ancora degli altri leader musulmani, ha subito consigliato a Macron di farsi curare per “problemi psichiatrici”. Ha sfoderato l’arma del vittimismo, annunciando che “i musulmani in Europa sono soggetti a una campagna di linciaggio come gli ebrei prima della Seconda Guerra Mondiale”. Ha rincarato la dose, inventando un’emergenza umanitaria: “L’ostilità anti-musulmana si è diffusa come la peste, i luoghi di lavoro, le case e le scuole musulmane sono attaccati da gruppi fascisti quasi ogni giorno”. E così ha scatenato l’odio.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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