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Le vedove del Governo Conte criticano Figliuolo ma dimenticano Speranza

Avatar di Matteo Milanesi, in Politica, Quotidiano, del

Al commissario per l’emergenza, il generale Figliuolo, dobbiamo riconoscere due meriti. Il primo: aver moltiplicato per quattro le somministrazioni giornaliere di vaccini. Siamo passati dalle 60 mila dosi ai tempi di Arcuri alle 250 mila di oggi, con picchi di oltre 300 mila iniezioni. È sufficiente? Assolutamente no. Il traguardo del mezzo milione di dosi, che si sarebbe dovuto raggiungere secondo il generale tra il 14 e il 20 aprile, è ancora lontano, ma un cambio di marcia rispetto alla gestione petalosa di Arcuri c’è stato eccome.

Secondo motivo: i primi vaccini sono arrivati in Italia il 27 dicembre, il Governo Draghi è entrato in carica il 13 febbraio 2021 ed Arcuri è stato sostituito dal generale Figliuolo solo il primo marzo. È evidente che, in soli due mesi, nessun governo e nessun commissario al mondo sarebbero riusciti a rimediare alle inadempienze di un anno di gestione giallo-rossa, dall’assenza di una strategia operativa nella campagna di vaccinazione al mancato aggiornamento del piano pandemico, rimasto al 2006, ed ora uno degli aspetti sotto il mirino della Procura di Bergamo.

A ciò si aggiungono le continue incertezze dell’Aifa e dell’Ema sul vaccino anglo-svedese AstraZeneca e il più recente stop al vaccino Johnson & Johnson negli Usa dopo alcuni rari casi sospetti di trombosi – si badi bene: sei casi su quasi sette milioni di dosi inoculate.

All’interno di questo contesto fallimentare, alcuni giornali italiani riservano un trattamento di fuoco al nuovo commissario per l’emergenza Covid. Dalle parole di Crisanti di inizio marzo (“se avessimo dieci milioni di vaccini non sapremmo distribuirli”), alla sfuriata della Murgia (“a me personalmente spaventa avere un commissario che gira con la divisa, non l’ho mai subito il fascino della divisa”), fino agli editoriali del Fatto Quotidiano, che non ha ancora digerito la caduta del Governo Conte II, Figliuolo è quotidianamente oggetto degli attacchi delle vedove della linea Arcuri.

Sia chiaro: le critiche sono doverose, soprattutto in un Paese in cui la campagna vaccinale, dopo quattro mesi, non è ancora decollata.

Nonostante tutto, si fatica a intravedere lo stesso trattamento intransigente nei confronti del numero uno nella gestione dell’emergenza: il ministro della salute Roberto Speranza.

Dopo aver ritirato frettolosamente il libro in cui il ministro si autocelebrava proprio per la gestione dell’emergenza sanitaria (Atlantico Quotidiano lo ha analizzato con una bellissima recensione di Andrea Venanzoni), le ombre sull’operato di Speranza si allungano anche per il caso Ranieri Guerra, il numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità indagato dalla Procura di Bergamo per false informazioni ai pm. Guerra avrebbe esercitato pressioni su Francesco Zambon, ricercatore della divisione europea dell’Oms, affinché modificasse il rapporto in cui era documentata la totale impreparazione dell’Italia nel fronteggiare la pandemia. E il capo di gabinetto del ministro Speranza era a conoscenza di tali pressioni e, anzi, raccomandava di far cadere nel vuoto il rapporto.

Da garantisti, ci permettiamo di valutare solo il piano politico. Le spiegazioni possono essere soltanto due: o Speranza era a conoscenza dei fatti – e quindi si deve dimettere – oppure non era a conoscenza di nulla, e quindi si deve dimettere lo stesso per evidenti incapacità di gestione.

Considerando i ritardi nei bandi per le nuove terapie intensive – aperti a metà ottobre 2020 – e nell’assunzione di medici e infermieri, l’assenza di un piano pandemico, rimasto aggiornato a 15 anni prima, la pubblicazione del libro subito ritirato, il settore sciistico pronto a riaprire e beffato poche ore prima, è forse il caso di spostare l’attenzione dal generale Figliuolo, che è comunque all’inizio del suo incarico, al ministro Speranza, che dopo oltre un anno dovrebbe cominciare a dare qualche spiegazione e, magari, presentare le sue dimissioni liberando il premier Draghi dal crescente imbarazzo.

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Matteo Milanesi


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