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Le ultime bordate di Trump irritano Pechino, che considera Taiwan “roba sua”. Che farà Biden?

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Non c’è solo Hong Kong, del resto ormai ridotta all’impotenza, a turbare i piani espansivi di Xi Jinping e dei dirigenti del Partito Comunista cinese. Occorre infatti aggiungere Taiwan, l’isola che la Repubblica Popolare considera a tutti gli effetti una propria provincia, a dispetto dell’indipendenza reale di quella che si autodefinisce “Repubblica di Cina”.

Uno degli ultimi atti internazionali della presidenza Trump ha tuttavia causato un grande allarme a Pechino. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha dichiarato in modo netto che i rapporti tra gli Stati Uniti e Taiwan devono essere impostati su basi nuove, eliminando le restrizioni “autoimposte” che impediscono normali relazioni diplomatiche tra i due Paesi – in omaggio alla One China Policy, lo slogan che ammette l’esistenza di “una sola Cina”, e che la Repubblica Popolare giudica da sempre il pilastro principale della sua politica estera.

E non è tutto. Per la prima volta un esponente di spicco del governo Usa come Mike Pompeo ha auspicato un “cambiamento di regime” a Pechino, facendo capire senza mezzi termini che gli Stati Uniti vedrebbero con grande favore la fine del monopolio governativo del Partito Comunista che risale, senza alcuna interruzione, al lontano 1949.

Naturalmente gli americani la pensano così da sempre. Ma la posizione ufficiale è un’altra. Da quando Nixon e Kissinger si recarono in visita a Mao Zedong al fine di instaurare rapporti diplomatici prima inesistenti, gli Stati Uniti sono stati costretti, da un lato, a troncare le relazioni diplomatiche con Taipei e, dall’altro, a riconoscere ufficialmente che la One China Policy imposta al mondo intero (o quasi) da Pechino è giusta e corretta.

Tutto ciò ha generato una dose monumentale di ipocrisia. Washington non riconosce de jure l’indipendenza di Taiwan, ma la riconosce de facto fornendo a quest’ultima un massiccio supporto militare. E facendo sempre intendere che non lascerebbe impunita l’eventuale invasione dell’isola che i comunisti cinesi minacciano sin da quando conquistarono il potere nel 1949.

La questione è tuttavia complicatissima. Dopo le dichiarazioni di Pompeo, Donald Trump aveva deciso di inviare a Taipei l’ambasciatrice Usa all’Onu Kelly Craft, e si sarebbe trattato della prima visita di persona di un alto esponente della diplomazia americana in territorio taiwanese. I cinesi si sono letteralmente infuriati e tale visita è stata annullata all’ultimo momento, ufficialmente con la scusa della imminente transizione tra l’amministrazione di Trump e quella di Biden.

In realtà, le pressioni cinesi sono state così forti da indurre gli americani a soprassedere per il momento, lasciando all’amministrazione entrante il compito di decidere se proseguire o meno su questa strada. E questo la dice lunga sui futuri rapporti sino-americani. Si sa che Biden non è filo-cinese, ma è possibile che, ricorrendo alle sue doti di mediazione, cerchi di allentare la tensione proseguendo nell’ambigua politica che gli Usa hanno sempre adottato nei confronti degli eredi della Cina nazionalista di Chiang Kai-shek, grande alleata degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale.

Vi sono comunque altri motivi che spiegano perché Taiwan continui ad essere nel mirino di Pechino. Il Paese è infatti diventato col tempo una potenza tecnologica di tutto rispetto. Oggi la grande maggioranza dei semiconduttori che formano la base degli apparecchi elettronici viene prodotta proprio sull’isola da tre aziende assai avanzate. Si tratta della Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. (Tmsc), della United Microelectronics Corp. (Umc), e della Powerchip Technology Co. (Ptc).

Per comprendere l’importanza di tali industrie è sufficiente rammentare che, da sole, producono il 70 per cento della fabbricazione mondiale di circuiti integrati. Ciò significa che da queste aziende taiwanesi proviene la gran parte dei circuiti integrati poi venduti alle fabbriche di ogni Paese che costruiscono e commercializzano i dispositivi hardware.

Ne dipendono quindi, e in misura assai rilevante, tanto le aziende Usa della celebre Silicon Valley, tanto quelle cinesi come, per esempio, la Huawei oggetto di pesanti sanzioni da parte dell’amministrazione Trump. Anche per questi motivi, dunque, Taiwan continua ad essere oggetto di desiderio per Pechino, mentre gli Usa sono (o sembrano) disposti a tutto pur di impedire che l’isola entri nell’orbita della Repubblica Popolare.

Nonostante le ridotte dimensioni, l’isola è diventata una delle “tigri asiatiche”, conoscendo un impetuoso sviluppo economico. Tutto ciò è accaduto nell’ambito di un sistema di stampo occidentale, pluripartitico sul piano politico e liberista su quello economico. È per esempio nettamente anti-cinese il partito dell’attuale presidente Tsai Ing-wen. Prima donna a ricoprire tale incarico, ha stravinto le ultime elezioni battendo sonoramente i filo-cinesi. Senza dubbio Taiwan ha un ruolo strategico nell’area in cui Pechino manifesta le maggiori ambizioni di egemonia. Per ovvi motivi, tuttavia, non è in grado di difendersi da sola e ha più che mai bisogno dello scudo americano. Considerate le profonde divisioni che ora attraversano gli Usa e il caos istituzionale seguito alle ultime elezioni presidenziali, si spera che l’amministrazione Biden riesca a mantenere la leadership che ha consentito a Taiwan e ad altre nazioni dell’area di prosperare.

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Michele Marsonet


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