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La purga anti-Trump programmata da mesi: i social media si fanno censori, ma occhio a chi (e come) vuole regolarli

Federico Punzi di Federico Punzi, in Media, Politica, Quotidiano, del

Nella notte tra venerdì e sabato (venerdì sera negli Stati Uniti) è scattata la tagliola della censura su migliaia, forse milioni di account conservatori e di destra, tra cui quello di Donald Trump, su Twitter, Facebook e Instagram (e molti altri social, come YouTube). In una notte, nel mio piccolo, ho perso oltre un centinaio di followers, ma c’è chi denuncia la scomparsa di centinaia e migliaia di “seguaci”. Un vero e proprio rastrellamento digitale, che su Twitter potrebbe aver riguardato milioni di profili. Nello stesso momento, Play Store, l’app store di Google per i telefoni Android, rimuoveva Parler, uno dei social concorrenti di Twitter e Facebook, dal suo “negozio”. E il giorno successivo anche Apple Store assumeva la stessa decisione, dopo un ultimatum di 24 ore entro cui l’app avrebbe dovuto allinearsi alle politiche censorie dei suoi più noti concorrenti. Per inciso, Google e Apple controllano oltre il 90 per cento del mercato dei sistemi operativi su smartphone, quindi di fatto Parler non è più scaricabile su quasi tutti i telefoni. Ieri, inoltre, Amazon ha deciso di revocargli l’uso dei suoi server.

Una vera e propria purga, che però era annunciata. La prima cosa da dire, infatti, per inquadrare in tutta la sua gravità la situazione, è che da mesi era nei piani di Big Tech, e che quindi non si è trattato di una diretta conseguenza dell’assalto al Congresso di mercoledì 6 gennaio e del presunto ruolo del presidente Trump nell’incitare i manifestanti (“I know that everyone here will soon be marching over to the Capitol building to peacefully and patriotically make your voices heard”).

Ultima di una lunga serie, il 7 gennaio era arrivata alle Big Tech la richiesta ufficiale niente di meno dell’ex first lady Michelle Obama, un’avversaria del presidente Trump, di “bannare in modo permanente quest’uomo” (Trump). Detto fatto: si è trattato dunque di un atto di obbedienza politica ai Democratici, sebbene fosse programmato da tempo: l’assalto al Congresso ha offerto solo il pretesto per anticipare di qualche giorno la purga.

Ricordiamo infatti che lo scorso novembre, in una sua audizione al Congresso, il ceo di Twitter Jack Dorsey aveva spiegato che, una volta lasciato l’incarico, Trump non avrebbe più usufruito dell'”occhio di riguardo” concesso dalla piattaforma ai capi di stato e di governo, quindi dopo il terzo tweet “scorretto” sarebbe stato definitivamente bannato (“three strikes and you are out”). E dalla primavera scorsa Twitter aveva comunque deciso di censurare i suoi tweet ed etichettarli come disinformazione o incitamento alla violenza – un trattamento mai riservato ad altri leader mondiali dai cui account scorrono propaganda e incitamenti all’odio, alla violenza e persino al genocidio.

A partire dal 4-5 novembre, i social media hanno messo in atto un’altra politica che era stata annunciata mesi prima delle elezioni presidenziali, ovvero quella di contrastare la disinformazione post-voto, in due sensi: ostacolando la circolazione sia delle dichiarazioni premature di vittoria, sia delle eventuali contestazioni della regolarità del voto. Ma l’operazione sarebbe scattata in ogni caso solo nei confronti di Trump. Non è stata infatti etichettata come “misleading” la dichiarazione di vittoria di Biden la notte del 3 novembre e nei giorni successivi, a conteggi ancora in corso. Nel caso di vittoria di misura di Trump, la Campagna Biden e il Comitato Democratico erano anch’essi ben pronti a contestare l’esito del voto, come prova la mobilitazione di 500 legali e il suggerimento di Hillary Clinton a Biden di “non concedere, in nessun caso”. Ma in quel caso, viceversa, la censura dei social media non si sarebbe abbattuta sulle contestazioni e le iniziative legali dei Democratici, ma sulle affermazioni di vittoria da parte del presidente.

Uno dei principali argomenti di chi approva o sottovaluta la censura anti-Trump dei social media, è che in fin dei conti Twitter e Facebook sono compagnie private: se non vi piace la loro policy, se censurano, potete sempre trasmigrare su piattaforme alternative, c’è il mercato. Peccato che in questi giorni una delle risposte del “mercato” su cui gli utenti stavano convergendo, Parler, sia stata espulsa dagli store Google e Apple, che controllano il 99 per cento del mercato delle app, e dai server Amazon.

A parte il fatto che per sviluppare social media in grado di competere con Twitter e Facebook, con una diffusione paragonabile, ci vorrebbero molti anni e capitali enormi, il problema è stato risolto alla radice: alle brutte, qualsiasi competitor si può espellere dagli app store e quindi rendere non scaricabile sui telefoni.

Da liberali, saremo sempre a favore della libertà dei privati e contro gli eccessi regolatori. Ma tutte le aziende agiscono comunque all’interno di un quadro di regole, a seconda del tipo di business. Un ristoratore non sarà mai responsabile dei discorsi dei suoi clienti a tavola, mentre un editore è responsabile di ciò che viene pubblicato sul suo giornale. Bannando Trump o chiunque altro, ed etichettando i contenuti degli utenti, i social media compiono scelte editoriali, implicitamente ammettendo di essere legalmente responsabili di ciò che non bannano. Se cancelli o etichetti un tweet perché “falso”, se ne deduce che quelli che non cancelli e non etichetti li ritieni veritieri o per lo meno affidabili, assumendotene la responsabilità.

Quindi sì, sono privati. Twitter e Facebook sono liberissimi di adottare le policies che ritengono opportune, bannare e censurare. Ma così facendo cambiano tipologia di business: da piattaforme a editori. E gli editori sono legalmente responsabili di ciò che pubblicano, mentre fino ad oggi, proprio per la loro neutralità, le piattaforme sono state tenute al riparo dalla responsabilità legale sui contenuti caricati dai loro utenti.

Senza questa “immunità” – che negli Stati Uniti è prevista dalla Section 230 della legge sulle comunicazioni – i social media non avrebbero potuto nemmeno svilupparsi, arrivando ad avere non dico miliardi ma nemmeno milioni di utenti, perché sarebbero stati esposti legalmente ad ogni cazzata scritta dagli utenti. Pensate solo alla cause per diffamazione.

Da tempo hanno cominciato a compiere scelte editoriali. Etichettano i contenuti come “falsi” o “fuorvianti”, anche quando si tratta di libere opinioni e tesi. Sospendono e chiudono account sulla base di policies che vanno ben al di là dei requisiti di legge, e sulla base di valutazioni di tutta evidenza politicamente orientate.

Come spiegare altrimenti il fatto che non vengono chiusi gli account di estremisti islamici, che non vengono cancellati o etichettati i tweet che celebrano gli attentati, i tweet propagandistici degli account ufficiali del regime di Pechino, quelli incendiari di leader come la Guida Suprema iraniana Khamenei?

E come spiegare la censura, in piena campagna elettorale, dell’inchiesta giornalistica del New York Post su Hunter Biden, il figlio del nuovo presidente, al centro anche di una indagine federale, quindi per nulla campata in aria?

Basti pensare all’uso indisturbato dei social da parte di Antifa e Black Lives Matter, ai tweet di giustificazione e anche incitamento alle rivolte. Per fare un solo esempio, la scorsa estate l’ex quarterback NFL Colin Kaepernick espresse il proprio apprezzamento per le rivolte in corso: “When civility leads to death, revolting is the only logical reaction… We have the right to fight back!”. Rivolte che hanno provocato decine di morti, l’occupazione di edifici federali, incendi e saccheggi, danni per due miliardi dollari. Ebbene, non solo il suo tweet non fu cancellato o etichettato, ma il ceo di Twitter in persona, Jack Dorsey, premiò Kaepernick, versando un assegno di 3 milioni di dollari alla sua associazione.

E ancora, a riprova del bias politico di Twitter, due giorni fa Kathy Griffin, “comica” della Cnn, ha ripubblicato la sua famigerata foto con la testa mozzata e insanguinata di Trump ritwittando un tweet del presidente. Ebbene, il tweet di Trump non è più disponibile, ma la foto è ancora lì, evidentemente ritenuta un modello di satira…

Nel motivare la sua decisione di bannare definitivamente Trump, Twitter non ha sostenuto che i suoi tweet fossero “incitazioni alla violenza”, ma si è fatta scudo di una ipocrisia più sottile e anche più scivolosa: “Abbiamo dovuto prendere atto del fatto che molta gente li stava interpretando come incitazioni alla violenza”.

Chi non se la beve è il dissidente russo Alexey Navalny, che pure è un feroce critico del presidente Trump: “Non ditemi che Trump ha violato le regole di Twitter. Ricevo da anni minacce di morte ogni giorno e Twitter non ha mai bannato nessuno”. Vi rimandiamo all’articolo di Marco Faraci per il commento integrale di Navalny.

Lo ha sottolineato anche Federico Fubini, editorialista del Corriere della Sera: dopo tutto questo, “come possono pretendere di essere mere piattaforme, senza responsabilità editoriali? Se i social media accettano un ruolo e una responsabilità editoriali in circostanze eccezionali, come negli ultimi giorni, chi decide quando le circostanze sono eccezionali? Chi ha preso la decisione? Dopo quale processo?”.

E perché non hanno bloccato Trump prima? Perché temevano una rappresaglia quando era nel pieno dei suoi poteri? Mentre ora che i Democratici sono tornati alla Casa Bianca, temono di essere puniti con nuova legislazione restrittiva dei loro interessi?

C’è affinità ideologica, certo, tra Big Tech e la sinistra, ma Twitter e Facebook hanno ceduto alle richieste dei Democratici di bannare Trump quando è stata certificata la vittoria di Biden e i Repubblicani hanno perso la maggioranza al Senato. Come già osservato dal nostro Stefano Magni non molto tempo fa, è il potere politico che ha imposto ai social media di cambiare policies. Incolpati dai Democratici per la vittoria di Trump nel 2016, stanno espiando le loro colpe.

Ma così facendo, diventano censori per conto del potere politico, proprio sul modello cinese. “Abbiamo visto tanti esempi in Russia e in Cina di società private che divengono i migliori amici dello Stato e gli attuatori delle politiche di censura”, è una delle osservazioni di Navalny.

Bannando Trump hanno comunicato alla Washington Democratica che seguiranno gli ordini e quindi non ci sarà bisogno che siano regolati e che il loro modello di business venga distrutto. Basterà a salvarli?

Molti in queste ore sono sorpresi di vedere i giornalisti degli old media esultare per la censura di Trump e degli account trumpiani. Non dovrebbero essere per definizione contrari alla censura? Sicuramente, la approvano in questo caso per bias politico. Ma anche perché vedono nei social media che si assumono responsabilità editoriali il venir meno di un temibile concorrente.

Una delle funzioni del giornalismo dei media tradizionali, per fortuna non l’unica, è proprio “censurare”, nel senso di discriminare tra le opinioni e tra le diverse voci, veicolare e spesso distorcere le posizioni dei politici. A causa dei social, il loro potere si è ridotto. I politici possono raggiungere il pubblico e comunicare direttamente con esso, saltando l’intermediazione giornalistica. Se i social cominciano a censurare e bannare, i leader politici saranno costretti a tornare dagli old media, accettando l’intermediazione giornalistica, per comunicare con gli elettori.

Il problema dei social media, come ha più volte sottolineato lo storico Niall Ferguson, non è nemmeno il bias politico o la loro posizione monopolistica, è più semplicemente la protezione legale di cui godono, quella “immunità” ottenuta agli albori di Internet in ragione del loro essere piattaforme neutrali, grazie alla quale in tutti questi anni hanno ricavato enormi vantaggi e profitti: miliardi di utenti che valgono miliardi di dollari.

Sono liberissimi di cambiare business, ma in tal caso la Section 230 e protezioni analoghe in altri Paesi devono essere revocate, in modo che i social che compiono scelte editoriali, come Twitter e Facebook, siano legalmente responsabili dei contenuti come gli editori, mentre quelli che intendono restare piattaforme neutrali possano acquisire quote di mercato.

Come ha ben spiegato il nostro Italians4Brexit, si tratta di una posizione da non confondere con l’ambiguo slogan “Regulate Big Tech”. Per i Democratici che ora governano a Washington, per la galassia Soros, e per la sinistra in generale, Twitter e Facebook vanno ridimensionati non perché bannano Trump e censurano, ma perché colpevoli di aver reso possibile Brexit e la vittoria di Trump nel 2016, attraverso Cambridge Analytica e il microtargeting per la pubblicità politica, e di non aver censurato e bannato chi dicevano loro quando lo dicevano loro.

Attenzione, dunque, alla regolamentazione in arrivo, che rischia di trovare l’appoggio anche di qualche utile idiota a destra, perché non avrà l’obiettivo di tutelare la libertà d’espressione e aprire spazi di mercato, ma al contrario quello di formalizzare lo status dei social media come censori per conto della sinistra.

D’altra parte, come osservato di recente da Daniele Capezzone, “la censura è la grande storia d’amore della sinistra. Ieri, di quella comunista. Oggi, di quella politicamente corretta. Gli altri (liberali, destra, conservatori) scelgano: sbagliato sottomettersi e sbagliato fare autogol. Ma ancora più sbagliato illudersi d’essere accettati“.

I cosiddetti “moderati”, purtroppo, di fronte a questo pericolo assoluto che stiamo correndo, sembrano dividersi in due gruppi di utili idioti: quelli che pur sapendo come finirà, preferiscono non fare nulla per opportunismo, per essere invitati – si illudono – a cena, ammessi a salotto, minoritari ma “accettati”; e quelli che invece cercano di autoconvincersi che è solo una fase passeggera, che non si arriverà mai a tanto, sono solo esagerazioni dei populisti per attirare voti ma toccherà solo agli estremisti.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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