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La forza della democrazia Usa anche in elezioni confuse e contestate: la “mano invisibile” dell’empirismo

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Siamo di fronte ad una forte anomalia nella storia della democrazia americana, ma non alla “crisi” che vorrebbero alcuni. Solo nei regimi totalitari le elezioni sono sempre perfette e il loro esito è indiscutibile. Voto per posta e software inaffidabili fanno parte del suo carattere un po’ “naif”, che presenta molti difetti nel breve periodo ma pregi nel lungo. Alla base, una mentalità empirica che è capace di imparare dai propri errori, ma che ha bisogno di fare errori per imparare, spingendo a mettere alla prova le proprie idee come unico mezzo per dimostrare la loro validità. Anche per questo, le prospettive del pensiero unico globalista, forti in tutto l’Occidente, in America sono contrastate da una visione alternativa competitiva, mentre non sembrano trovare vere alternative politiche praticabili nell’Europa continentale

Dire che le elezioni presidenziali americane del 2020 saranno ricordate come delle elezioni anomale è come scoprire l’acqua calda, non fosse per il fatto che ancora non si sa chi sarà il vincitore e la decisione finale potrebbe ancora essere presa dai giudici. Quindi, inevitabilmente, lasceranno in eredità uno strascico di polemiche e, negli osservatori più distaccati, una serie di dubbi in merito alla loro effettiva correttezza, anche solo dal punto di vista politico-morale. Ciò, sia che si ritenga possibile che un candidato (Biden) abbia anche solo inconsapevolmente tratto profitto da irregolarità nelle votazioni, sia che si consideri invece l’ipotesi che un candidato (Trump) abbia montato anche solo a cuor leggero un’accusa di brogli.

Tutto sommato, però, siamo di fronte ad una forte anomalia nella storia della democrazia americana, ma non alla “crisi” (magari “definitiva”) della stessa, come un po’ troppo frettolosamente si affrettano a dire alcuni. La storia degli Stati Uniti ha visto, sia pure raramente, episodi analoghi di procedure elettorali durante le quali non tutto è andato liscio: solo vent’anni fa le elezioni del 2000 furono decise dalla Corte Suprema, che in sostanza assegnò la presidenza a George W. Bush; nel 1876 si dovette addirittura ricorrere ad una speciale commissione elettorale composta da deputati, senatori e giudici, che finì per attribuire i delegati contestati e quindi la vittoria a Rutheford B. Hayes; elezioni anomale furono anche quelle del 1824 che portarono alla presidenza John Q. Adams e, quasi agli albori della storia dell’Unione, quelle del 1800 che diedero la vittoria a un “mostro sacro” della storia americana, Thomas Jefferson. Solo nei regimi totalitari le elezioni sono sempre perfette e il loro esito è indiscutibile, nel senso che è vietato discuterlo, mentre le contestazioni e le accuse di irregolarità (fondate o no che siano) sono invece tipiche delle democrazie, come peraltro è accaduto in passato anche in Italia quando, com’è noto, Umberto II e i monarchici contestarono a lungo l’esito del referendum del 2 giugno 1946. Il fatto, quindi, che le contestazioni elettorali in America siano particolarmente “plateali” e finiscano davanti ai giudici è piuttosto un segno di forza della democrazia d’oltreatlantico, perché tale è sempre la trasparenza, anche riguardo alle cose poco “telegeniche” come le accuse di irregolarità elettorali, per una democrazia liberale.

Andando ancora un po’ oltre potremmo quasi dire, per paradossale che possa sembrare, che la forza della democrazia americana, la democrazia più liberale dell’Occidente, sta nel suo carattere “naif”, nel modo di agire quasi da “dilettanti allo sbaraglio” che è tipico di molti di coloro che svolgono funzioni pubbliche negli Stati Uniti. Si pensi al sistema di votazione postale, adottato per la prima volta in modo così esteso, che rende molto difficile identificare l’elettore, o al software di conteggio dei voti, risultato in parte inaffidabile. Questo modo di essere della democrazia americana presenta molti difetti nel breve periodo che però a lungo termine si trasformano in pregi, quei pregi che le hanno consentito e le consentono di affrontare meglio le possibili difficoltà e i pericoli di deviazione, ieri nel totalitarismo ideologico, oggi nella tecnocrazia politicamente corretta. Da questo punto di vista gli Stati Uniti sono come un elefante (nessun riferimento ovviamente al simbolo del Partito Repubblicano), i cui movimento sono impacciati e goffi, ma che arriva in maniera quasi inarrestabile al suo obiettivo e ad ogni passo lascia il segno.

Alla base di questi difetti che a lungo andare si trasformano in pregi c’è una mentalità empirica che è capace di imparare dai propri errori, ma che ha bisogno di fare errori per imparare: ad esempio, dagli errori della schiavitù legalizzata e del segregazionismo verso le persone di colore si è giunti alla attuale società multietnica (l’unica società multietnica basata, nonostante le contestazioni più o meno violente di gruppi marginali, su valori comuni che esista al mondo). Si pensi anche al fatto che per far decidere gli americani a combattere le dittature dell’Asse fu necessario il disastro di Pearl Harbor, o per venire a cose più leggere (su cui la filmografia di Hollywood si è sbizzarrita) si pensi all’idea “folle” di inserire in Costituzione il divieto di consumo di sostanze alcooliche (XVIII emendamento, 1919), salvo poi abrogarlo dopo poco più di un decennio (XXI emendamento, 1933). Sembra quasi che gli americani in un certo senso sollecitino le posizioni estreme a venire allo scoperto per poi correggerle se dimostrano di essere errate: una strategia culturale dannosa (talora in maniera tragica) nel breve periodo, ma estremamente redditizia a livello di valori umani e sociali (oltre che in termini di progresso economico) a lungo termine; una strategia che è l’eredità più duratura della cultura del protestantesimo radicale anglosassone e dei Padri pellegrini del Mayflower, e che (al di là delle convinzioni religiose e anche al di là delle differenze politiche) è condivisa da quasi tutti coloro che oggi si scontrano (pacificamente) nelle piazze e nei tribunali per sostenere le ragioni di Trump o quelle di Biden.

Uno dei più importanti valori, al tempo stesso individuale e sociale che rappresentano il risultato di questa mentalità è quello della chiarezza delle diverse posizioni in campo. Intendiamoci, non che gli esseri umani che vivono oltreatlantico siano per natura più schietti ad esempio di quelli del vecchio continente, ma proprio questa mentalità empirica che spinge a mettere alla prova le proprie idee come unico mezzo per dimostrare la loro validità, così lontana dai compromessi e dagli accordi in vista della pace sociale e/o del “bene comune” così tipici delle nazioni europee continentali, che spesso portano i loro cittadini a dissimulare le proprie opinioni e/o ad accettare le imposizioni autoritarie anche ingiustificate, proprio questa mentalità serve quasi come la famosa “mano invisibile” a mettere in piazza in maniera palese anche gli eventuali errori e gli eventuali eccessi che l’esperienza successiva potrà correggere.

In questa campagna elettorale si sono avuti molti esempi, in primo luogo da parte di entrambi i candidati, di questo modo di portare avanti in maniera quasi “brutale” le proprie posizioni con l’effetto (non voluto, ma qui sta la “mano invisibile” dell’empirismo) di consentire agli altri di valutarle appieno ed eventualmente di criticarle e di correggerle. Ma a mio giudizio uno è stato particolarmente significativo: si tratta del rifiuto da parte di molte televisioni di trasmettere le dichiarazioni del presidente uscente Trump relative a possibili irregolarità elettorali ai suoi danni, con tanto di “oscuramento” televisivo ai danni di quello che spesso si definisce “l’uomo più potente del mondo”, trattato come un inopportuno e insignificante guastafeste. Da sempre tutti noi siamo abituati a criticare i governanti del passato e del presente che hanno ridotto al silenzio i portavoce della libera informazione: per la prima volta, abbiamo visto la realtà inversa, un esponente del potere pubblico (e ai suoi massimi livelli) zittito dai portavoce della libera informazione. Per fare un tipico esempio giornalistico (dato che siamo in tema), eravamo abituati a vedere il cane che morde l’uomo ed abbiamo visto l’uomo che morde il cane. Nulla di simile sarebbe successo in Europa, dove giornalisti in ipotesi altrettanto ostili al politico che fa dichiarazioni non in linea con le loro idee avrebbero agito in maniera più “scafata”, consentendogli di parlare per poi “demolirlo” e ridicolizzarlo nei loro commenti. La contestazione da noi si lascia casomai alla “piazza” più o meno organizzata e, magari, più o meno favorita da articoli e/o servizi televisivi non proprio imparziali: anche in questo gli americani sono pur sempre dei “dilettanti allo sbaraglio”. Se è vero però quanto detto sui difetti e sui pregi della mentalità degli americani è molto probabile che anche questi eccessi del mondo dell’informazione potranno essere ridimensionati e gli errori a cui stanno portando potranno essere corretti.

Più in generale, anche se il futuro non si può prevedere ed un concetto empirico e liberale della storia rifiuta per principio ogni visione predeterminata dello sviluppo umano e sociale, queste anomale elezioni americane del 2020, qualunque sia il loro esito finale, ci hanno insegnato che nel lungo periodo ben difficilmente prevarrà negli Stati Uniti il pensiero unico e si avranno sempre degli avversari politici che si combattono (si spera più a suon di voti che di azioni legali) all’interno di una società pluralistica. Negli anni ’30 del secolo scorso le tendenze autoritarie in seguito alla grande depressione furono molto forti anche in America e lo stesso presidente Franklin D. Roosevelt fu, contro la tradizione, eletto per ben quattro volte (cosa poi vietata espressamente dal XXII emendamento del 1951) ed adottò alcuni provvedimenti “eterodossi” rispetto al tradizionale liberalismo americano in materia economica e sociale (peraltro alcuni non troppo dissimili da quelli del fascismo italiano), ma nel lungo periodo la democrazia liberale rimase stabile, al contrario di quanto accadde da noi e in tutta l’Europa continentale.

Le prospettive del pensiero unico globalista, buonista e ambientalista a tutti i costi, che non ammette dissenso, ora aggravato dalle sue ricadute in materia sanitaria che quasi sempre si sposano con i dogmi del politicamente corretto, sono forti in tutto l’Occidente, ma rappresentano in America solo una visione, legittima ma parziale della realtà, che non mette in pericolo ma anzi rafforza la democrazia dell’alternanza tra posizioni in senso lato progressiste (ora tendenti al filoglobalismo) o conservatrici (tendenti al filosovranismo), e del resto la verifica delle scelte del nuovo presidente sarà operata dai cittadini già tra due anni nelle elezioni “di mezzo termine”. Diversa è la situazione nei Paesi dell’Europa continentale (la Gran Bretagna da questo punto di vista è simile agli Stati Uniti, nonostante il maggiore “aplomb” del comportamento dei titolari del potere), nei quali le scelte politiche, sempre più legate al pensiero unico cui si è accennato, non sembrano trovare alternative politiche praticabili che possano portare non dico ad una loro eventuale modifica ma nemmeno ad una loro semplice messa in discussione (ad esempio, si potrà mai aprire un dibattito politicamente ampio ed aperto nelle sue conclusioni, riguardo ai pregi e ai difetti dell’euro e alla possibilità di rivedere l’unione monetaria?), e nei quali la stessa democrazia dell’alternanza sembra diventata un ricordo del passato, e questo non solo da noi, grazie al sistema elettorale proporzionale, ma anche in Paesi di più solida tradizione in materia come la Francia o la Germania, governati da un partito pigliatutto nel primo caso e da una coalizione senza alternative nel secondo. Così, se guardiamo alle anomale elezioni americane del 2020 con l’occhio rivolto all’attualità possiamo giustamente deplorare il caos istituzionale d’oltreoceano, ma se alziamo gli occhi alle tendenze di fondo, quelle lungo le quali si sviluppa la storia delle società umane, possiamo con fondata ragione chiederci, dal punto di vista della crisi dei valori dello stato liberal-democratico, se stiamo forse criticando la pagliuzza nell’occhio altrui senza vedere la trave nel nostro.

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Fabrizio Borasi


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