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La fantasia al potere: pulizia linguistica anche con cani e gatti

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Oggi parliamo di cani e gatti, quegli incredibili esseri che un pò impropriamente annoveriamo alla categoria “animali domestici”. Diciamo subito che stanno in casa perché colà ve li teniamo noi e che non tutti ci stanno davvero bene, ma la ritengono la meno peggio tra le alternative. Anche il più delizioso micetto, tuttavia, non ci farà mai dimenticare di essere libero per natura, e la sua libertà verrà sempre prima di tutto, anche prima dei suoi “padroni”, perché tale è la sua indole, come ci sarebbe da chiedersi perché non pochi cani, alla prima occasione, decidano di cambiare entusiasticamente padrone. A proposito, mi domando quando (penso prestissimo) ci verrà imposto di non utilizzare più il termine “padrone” per indicare chi si prenda quotidianamente cura e/o dia ospitalità continuativa ad un animale. Scommetto una prosaica pizza che, prima o poi, ma più probabilmente prima che poi, verrà emesso il diktat, pardon, il Dpcm, che suggerirà, con uno di quei suggerimenti la cui inosservanza viene sanzionata, l’utilizzo di uno di quei fantastici neologismi o acronimi che hanno crescente successo in Italia. Non esisterà più il “padrone” di cani e gatti ma sarà “appassionato socialmente impegnato nell’ospitalità” (ossia A.S.I.N.O.) oppure “facoltativo amatore creature o comunque esseri raziocinanti ospiti”, ossia F.A.C.O.C.E.R.O. (Pumba, per capirci). Superata a malapena la fase storica del cappottino al gatto, ma solo a quello, perché la cappotta al cane tiene eccome, mandata giù a fatica l’interminabile fase dei nomi obbligati (Fuffi, Fido, Dik, Axel, Silvestro) siamo finalmente approdati ad una nuova consapevolezza (ennesima sostantivazione moderna di un aggettivo), quella della necessità di fare del nostro animale da compagnia (altro termine sub judice per via della pericolosa somiglianza con quel ruolo di badante non messa in regola) l’insegna di quali esseri meravigliosi possiamo diventare, se ben istruiti.

Diventeremo persino migliori di quei cittadini che dispongono curiose bottiglie di plastica piene d’acqua ai quattro cantoni di casa per evitare noiose ed incivili discussione coi vicini a causa delle deiezioni liquide dei loro animaletti. Il nostro processo di crescita etica e sociale raggiungerà, però, il suo culmine quando avremo finalmente imposto al nostro animaletto di vivere da umano, di comportarsi come tale, di approvare le nostre imposizioni di buon grado, con il suo silenzio-assenso. Guai a parlare della banale empatia (riservata unicamente a manifestanti, cantanti, attori) ed altrettanto guai a chi voglia semplicemente bene (a volte davvero tanto e per sempre) al suo o ai suoi animali. Voler bene è riduttivo, roba da pezzenti, da incolti zerbinotti che si permettono persino di abitare fuori dalla ZTL. Ora si “ama”, perché, già che si sparano fesserie, è meglio spararle grosse ed esagerare, ma soprattutto perché l’esasperazione delle manifestazioni d’affetto è ormai d’obbligo. Baciarsi sulla bocca tra genitori e figli, tra amici, tra umani ed animali è proprio il minimo livello sindacale di civiltà richiestoci, al di sotto del quale vivacchiano ammassati e fastidiosi i mediocri sprovvisti della certificazione sociale. Soltanto quel buzzurro del coronavirus sta limitandoci nel delizioso universale sbaciucchiamento umidiccio, che tuttavia contiamo di riprendere prestissimo, perché noi intellettuali, rigorosamente di sinistra, di baci e di “ti amo” siamo prodighi con tutti, umani, animali e financo politici, al punto che si fa prima ad enumerare le creature viventi che non siamo ansiosi di baciare piuttosto che il contrario.

Altra colpa capitale del virusaccio, che mi sovviene mentre scrivo? Quella di obbligarci al colpetto di gomito (carino e sciccoso, diciamolo) in sostituzione dei languidi baci e voluttuosi abbracci ai quali siamo abituati, anche con persone delle quali ignoriamo persino il nome, che tanto ci mancano. Ma, poveri incolti che mi leggete, la ragione di tale privazione ve la spiego io e, stavolta, in termini scientifici, in modo che non possiate eccepire: dove ci è stato imposto di dirigere l’eventuale starnuto o il colpo di tosse? nella piega del gomito, e come dobbiamo salutarci? mettendo a contato il nostro gomito con quello di chi vogliamo salutare. Non fa una piega, no? Ora non scherzo: è obbligo imposto anche nei cerimoniali ufficiali. Praticamente, come salutarsi scontrando il nostro fazzoletto usato con quello altrui, per poi ri-utilizzarlo. Perfetto. Pensano a tutto, quelli, nei minimi particolari.

Tornando a bomba, pare che nel prossimo Dpcm sarà prevista la sostituzione automatica di certi nomi affibbiati agli animaletti di casa: i Fuffi diventeranno Kevin, le Pallina diventeranno Valentina, i Fido saranno rinominati d’ufficio Ale. Nomi umani anche troppo inflazionati? Ma no, dai! Sono nomi fichissimi e soltanto voi, biechi reazionari sovranisti e fan di Orban (del quale ignoriamo assolutamente tutto, ma fa sempre “informato” insultare qualcuno con una botta di “amico di Orban”) potete pensarlo. Noi siamo la fantasia al potere! Noi illuminati intellò della ZTL di sinistra, sempre pronti a posare un ginocchio per terra e alzare il pugno chiuso, ma sempre con eleganza, ai nostri gatti e cani daremo nomi politically correct, e ci mancherebbe! Basta con quegli orrendi “Nerone” o “Palla di Neve” affibbiati dal vostro razzismo latente al cane dal pelo come la pece o alla gattina bianchissima. Diamo loro, finalmente, dei nomi che c’identifichino come persone di rango e cultura superiore, magari chiamando il primo “sono coloured ma non per questo meno rispettabile di un barboncino bianco” e la seconda malcapitata “sono tondetta ma non grassa, di colore chiarissimo ma non per questo vetero-democristiana e men che mai contraria alla black people”.

Insomma, per concludere: dimostriamo che i nostri animali sono la proiezione della nostra eccellente e corretta caratura sociale, anzi, smettiamola del tutto di definirli “nostri” perché appartengono solo a loro stessi; definirli come nostra proprietà fa di noi degli ignobili colonialisti oppressori e, tra un colpo di gomito e l’altro, affidiamo ad una nuova, imprescindibile, commissione di valutazione preventiva che decida quale nome affibbiare al gatto o al cane. E le bottiglie di plastica anti pipì del cane altrui, se davvero credete che siano efficaci, siano almeno d’alluminio, perbacco! Ma ora scusatemi, devo andare a sedare un inizio di rissa tra i miei gatti che, avendo finito la pappa molla, si stanno azzuffando nei pressi della ciotola dei croccantini. Tranquilli, userò metodi non violenti e certamente rieducativi, come lanciare loro una morbidissima ciabatta da bagno in spugna e di colore rigorosamente neutro. Non si sa mai.

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Roberto Ezio Pozzo


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