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La crisi del lavoro come valore: un cardine della civiltà occidentale minacciato dall’ideologia globalista

di Fabrizio Borasi, in Cultura, Quotidiano, del

Quanto accaduto lo scorso Primo Maggio è per molti versi veramente paradossale e forse merita qualche piccola considerazione. Non mi riferisco alle esternazioni, decisamente fuori luogo, fatte in occasione del tradizionale concerto romano dal “rapper” Fedez, ma piuttosto al fatto che nella ricorrenza della Festa dei lavoratori di tutto si è parlato fuorché di lavoro. Come se a Natale non si parlasse della nascita di Gesù o a Ferragosto non si parlasse delle vacanze. Peraltro, se c’è un tema che oggi dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico è proprio quello: siamo nel mezzo di una crisi epocale del lavoro, aggravata dalle misure adottate per combattere la pandemia. Una crisi che da più di un decennio attanaglia il nostro Paese, che per la prima volta dall’epoca del boom economico del Dopoguerra ha iniziato un declino economico e sociale che ha reso tutti (salvo poche élites) più poveri e quindi meno liberi di costruire la propria vita, e di contribuire a migliorare quella dei propri cari.

Al declino economico e sociale si accompagna (forse ne è l’effetto, ma più probabilmente ne è la causa) un altrettanto pesante declino culturale, che consiste nel venir meno di alcuni dei valori fondamentali che negli anni passati avevano contribuito allo sviluppo, economico ma non solo, in senso positivo della società italiana. Tra questi valori perduti uno dei più importanti è proprio quello del lavoro, e quanto accaduto lo scorso Primo Maggio non è che un segnale inquietante di questa deriva.

Il valore del lavoro è tipico della civiltà occidentale moderna, perché solo nella cultura occidentale esso è considerato un modo per gli esseri umani di esprimere e di realizzare la personalità individuale mettendo in opera le proprie capacità. Nelle altre culture il lavoro rappresenta infatti una sorta di “necessità” (al tempo stesso materiale e sociale) che si impone dall’esterno a chi lo compie e che fa il paio con il legame altrettanto rigido che inserisce i singoli in strutture familiari, tribali, clientelari, locali ecc. Ciò non vale solo (ancora oggi) per le culture non occidentali, ma era valido anche per le società dell’antichità classica. Platone distingueva com’è noto la popolazione in sacerdoti (filosofi), guerrieri e “lavoratori”, che rappresentavano il ceto più basso essendo vincolati in tutte le loro modalità di vita (e non solo in quelle strettamente lavorative) dagli altri due gruppi, chiamati a dirigere e a difendere la città-stato. Situazione non molto diversa si aveva a Roma antica, dove i cittadini “ottimati” non lavoravano né erano imprenditori nel senso moderno del termine, ma contribuivano alla vita della res publica con le attività militari, gli incarichi civili e politici, la partecipazione ai dibattiti forensi e le attività svolte per conto dei governanti (appalto delle imposte o dei rifornimenti annonari) o della restante popolazione (spettacoli pubblici). Questa visione del lavoro come una sorta di “peso” esterno destinato quasi a schiacciare la vita umana veniva espressa con chiarezza anche da un’altra delle tradizioni che stanno alle origini della nostra società, quella ebraica: come tutti sanno, nel libro della Genesi si parla di Adamo che cacciato dal Paradiso terrestre viene condannato a lavorare “con il sudore della propria fronte”.

Il modo di considerare l’attività lavorativa iniziò a cambiare solo nel cristianesimo latino che (soprattutto sotto l’influsso del pensiero di Sant’Agostino), nel trasformare la condanna per il “peccato originale” di Adamo in una opportunità di salvezza eterna in forza della grazia divina, trasformò, sia pur lentamente e tra mille contraddizioni e deviazioni più o meno gravi rispetto al principio, anche il lavoro da pena gravante sulla condizione umana in opportunità per rendere migliore l’esistenza degli uomini. Tale concezione inizialmente fu fatta propria soprattutto dai monaci, legati alla regola benedettina “ora et labora”, per i quali il lavoro era una forma di ascesi libera e volontaria diretta a perfezionare il rapporto personale del singolo con Dio. Ma questa forma di ascesi, dopo secoli di “incubazione” nei chiostri, all’inizio dell’epoca moderna fu laicizzata e portata nel mondo secolare, dando vita all’etica del lavoro inteso come modo di migliorare (sia in senso spirituale che materiale) sia la vita dei singoli individui che la società in generale. Com’è noto fu Max Weber che per primo descrisse questo sviluppo storico parlando dell’etica professionale protestante come base della società industriale “capitalista”, anche se a mio avviso il discorso va fatto per tutte le forme del cristianesimo occidentale moderno, le quali (pur con molte e profonde differenze anche in questa materia) si riconoscono in questa visione dell’attività lavorativa.

Dal canto suo, colui che è ritenuto il padre della moderna economia politica, Adam Smith, affermava che il valore dei beni prodotti è dato dalla quantità di lavoro in essi incorporato, e che lo stesso capitale da reinvestire non può che considerarsi come un insieme di lavoro accumulato e monetizzato. Karl Marx, riprendendo le concezioni di Smith, ma rovesciandole da un punto di vista collettivista, condannò la proprietà capitalistica intendendola non come frutto del lavoro passato proprio, ma come indebita appropriazione del “plusvalore” del lavoro presente altrui. Tutti i rapporti e i conflitti sociali degli ultimi due secoli nelle società occidentali si sono incentrati su questo tema: come garantire che il lavoro possa svolgere la sua funzione di miglioramento al tempo stesso della vita individuale di chi lo svolge e di quella collettiva, e quale ruolo debbano svolgere i poteri pubblici per raggiungere questo obiettivo.

Nell’ambito dei sistemi liberal-democratici le soluzioni, com’è noto, sono state diverse a seconda delle differenti culture civiche, più orientate a lasciare agire le libere contrattazioni “di mercato” tra i singoli nei Paesi anglosassoni, più rivolte a favorire un intervento collettivo “sociale” (statale o no) in quelli europeo-continentali. Nei regimi totalitari (il nazionalsocialismo tedesco, il comunismo sovietico) invece il lavoro, esaltato a parole, venne sottomesso alle direttive dei partiti unici dominanti e tornò a ad essere considerato come una imposizione esterna per i singoli: anche in questo quei regimi dimostrarono di ripudiare i principi della civiltà occidentale.

Anche se le realizzazioni pratiche non sono sempre state all’altezza dei principi e troppo sovente il lavoro è stato sinonimo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la cultura occidentale infatti non ha mai perso di vista il senso “alto” del lavoro (non solo del lavoro dipendente, ma altrettanto di quello imprenditoriale a tutti i livelli). La stessa Costituzione italiana (art. 1), inserendosi peraltro nella visione continentale che privilegia il punto di vista “sociale”, afferma come tutti sanno che la Repubblica è “fondata sul lavoro”.

Quanto alla festa del Primo Maggio, e a quella analoga del primo lunedì di settembre che si tiene negli Stati Uniti e in altri Paesi di tradizione anglosassone, esse hanno sempre rispecchiato, insieme a rivendicazioni politiche e sociali talora esagerate, anche questa visione del lavoro umano come finalizzato alla realizzazione di sé stessi e allo sviluppo non solo economico della società (per la nostra Costituzione si veda l’art. 4). Per questo tanto più colpisce il silenzio attuale, quasi che i mass e social media non avessero più interesse a parlare del lavoro e della sua crisi, quasi che non ci fosse più nulla su cui discutere in materia. Tutto ciò non è nato ora: da qualche decennio infatti si esalta la società senza lavoro (jobless society), cioè una società dove l’attività lavorativa (work, per rimanere ai termini inglesi) rimarrebbe ma perderebbe ogni ruolo sociale (job) finendo per essere del tutto strumentale alle decisioni delle sempre più potenti élites finanziarie e mediatiche globali. E soprattutto alla pretesa che molti degli esponenti di tali élites coltivano di guidare tutti verso il benessere e l’equità collettiva, in un gioco globale dell’eguaglianza al ribasso che, anziché migliorare le condizioni di lavoro dei Paesi in via di sviluppo, penalizza e rischia di far saltare del tutto non solo le conquiste e le rivendicazioni dei lavoratori dipendenti, ma anche l’autonomia e la capacità di innovazione degli imprenditori nei Paesi occidentali.

Un gioco basato su due aspetti dell’ideologia globalista che, nonostante l’apparente opposizione rappresentano le due facce di un’unica medaglia, e che sono sempre combinati tra loro nell’agire di queste élites: il liberismo economico e il buonismo sociale, che come tutte le cose rese assolute finiscono per degenerare nel loro opposto, il liberismo in un rigido dirigismo (l’esempio è l’evoluzione in tale senso delle libertà economiche dell’Unione europea) e il buonismo in una discriminazione selettiva tra le diverse identità (rappresentate ad esempio dai sistemi rigidi delle “quote” identitarie nelle assunzioni).

Gli effetti di tutto ciò sono sotto gli occhi di tutti: nel nostro Paese è ripresa ormai da anni l’emigrazione verso l’estero che era quasi cessata negli anni ’80, mentre viceversa l’immigrazione irregolare di persone a cui non si può offrire un lavoro che non c’è, e che pertanto non possono (anche quando lo vogliono) integrarsi, finisce per danneggiare e i residenti e gli immigrati stessi. I livelli di povertà attuali sono per molti versi drammatici e sembra che si stia costruendo una società di pochi ricchi incaricati di gestire una massa di poveri o semi poveri, destinati a diventare loro “clienti”, nel senso romano antico del termine. Una situazione drammatica e che risalta ancora di più grazie al silenzio mediatico su questi temi.

Non mi si fraintenda: è giusto avere il più profondo rispetto per il dibattito in corso (sia per le opinioni favorevoli che per quelle contrarie) sul disegno di legge Zan, che personalmente ritengo di fatto inutile a tutelare le persone (già tutelate) che vuole difendere e potenzialmente pericoloso per la libertà di manifestazione del pensiero di tutti, però il non parlare del problema attuale del lavoro nel nostro Paese nemmeno il Primo Maggio è veramente una cosa grave. Verrebbe quasi da paragonare la realtà di oggi con quanto accadeva a Costantinopoli nel XV secolo dove, quando già le armate degli ottomani marciavano verso la città, i teologi bizantini (che rappresentavano l’élite culturale dell’antico impero) discutevano appassionatamente e polemicamente del sesso degli angeli, così come oggi si discute del “genere” degli esseri umani.

Sarebbe quindi auspicabile, almeno a parere di chi scrive, che questi temi venissero per un attimo messi da parte, soprattutto in occasione di ricorrenze quali quella del Primo Maggio, che dovrebbero essere occasione di profonde riflessioni su cosa ha determinato la crisi dell’attività lavorativa (dipendente, autonoma ed imprenditoriale) in Italia e su quali rimedi potrebbero essere utili a porre fine al declino attuale e a “far ripartire”, magari in forza di una cultura del lavoro individuale libero e responsabile e non legata ai valori dell’ideologia globalista e politicamente corretta, l’economia e non solo l’economia del nostro Paese.

Fabrizio Borasi


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