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Johnson fa sventolare la Union Jack sui mari asiatici: una Global Britain per contenere Pechino

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Molti hanno ironizzato sulla decisione del premier britannico Boris Johnson di inviare nei mari asiatici la Royal Navy. Non diversamente da quanto fece in un altro contesto Margaret Thatcher, che nel 1982 spedì la flotta nell’Atlantico meridionale per riprendersi le Isole Falkland occupate a sorpresa dalla giunta militare argentina.

L’ironia è, ovviamente, di marca prevalentemente pacifista. Il Regno Unito è – con la Francia – l’unico Paese europeo ad aver mantenuto una rispettabile forza militare. Occorre riconoscere che “rispettabile” non equivale a “determinante”, e senza dubbio gli inglesi, proprio come i francesi, non detengono più il potere dei tempi imperiali.

Eppure l’operazione ha un suo profondo significato. Lasciata la Ue alle spalle con la Brexit, Downing Street dimostra, con questo, di non avere più le mani legate dai burosauri di Bruxelles e di essere in grado di agire sullo scacchiere internazionale in maniera del tutto indipendente, anche dal punto di vista militare.

La flotta che ha preso il largo nei giorni scorsi è guidata dalla grande portaerei Queen Elizabeth di 65 mila tonnellate, che imbarca un buon numero di caccia “invisibili” F-35 e di elicotteri. Affiancata da altre sei unità da guerra e da un sommergibile nucleare dotato di missili Cruise. Presente pure un reparto di Royal Marines, tuttora considerati le migliori truppe da sbarco esistenti.

Il messaggio che Johnson e il suo governo vogliono trasmettere al mondo è piuttosto chiaro. Il Regno Unito vuole recuperare, entro i limiti delle sue possibilità, il ruolo di nazione in grado di pesare sugli equilibri internazionali non solo grazie a fattori economici e commerciali, ma anche – e soprattutto – in virtù di un apparato bellico che, a differenza di quanto è avvenuto in altri Paesi occidentali (Italia in primis) non è affatto stato smantellato.

A Londra brucia moltissimo la ferita di Hong Kong, l’ex colonia che, secondo gli accordi stipulati ai tempi di Deng Xiaoping, avrebbe dovuto mantenere un ordinamento autonomo (e democratico) fino al 2047. Accordi poi stracciati senza alcuna remora da Xi Jinping e dal suo gruppo dirigente, che hanno “normalizzato” con la forza bruta la città-isola imponendovi il modello di governo dittatoriale e autoritario in vigore a Pechino dal lontano 1949.

Il Regno Unito vuole insomma recuperare il “ruolo attivo” nella politica internazionale che aveva perduto negli anni dell’adesione all’Unione europea. Una struttura costruita su basi astratte e di tipo puramente mercantilistico, senza tenere in alcun conto il fatto che, per farsi rispettare da Paesi autoritari e potenzialmente ostili, occorre anche dimostrare di possedere i mezzi per difendersi (ed eventualmente offendere) dispiegando una forza bellica credibile.

Di qui il tentativo, finora riuscito solo parzialmente, di ricostruire rapporti attivi di partnership con le nazioni del Commonwealth britannico, in primo luogo Australia, Canada e Nuova Zelanda. E i segnali positivi, in effetti, ci sono. Per esempio l’Australia si è recentemente ritirata dal progetto cinese della “Nuova Via della Seta”, fortemente voluto da Xi Jinping per ribadire la strategia cinese di rimpiazzare in tempi brevi gli Stati Uniti quale prima potenza mondiale.

I dubbi di altri Paesi alleati sul grande progetto di Pechino stanno nel frattempo crescendo in modo esponenziale, e spiace constatare quanto poco se ne parli in Italia, prima nazione europea ad averlo sottoscritto ai tempi del primo governo Conte, non solo grazie alla spinta filo-cinese del movimento grillino.

Il tentativo è anche quello di coinvolgere India, Giappone, Filippine, Corea del Sud, Vietnam e altre potenze regionali in una strategia che punta a contrastare l’espansionismo della Repubblica Popolare Cinese nei mari asiatici (e non solo). Alla sempre più potente flotta di Pechino è stato sinora consentito di scorrazzare liberamente in quei mari, creando addirittura una catena di isolotti artificiali diventati delle vere e proprie basi militari.

È evidente che la rinnovata comparsa della Union Jack in Asia avrà senso soltanto se sarà accompagnata da un’intensificazione della presenza militare americana in quel contesto. Finora non si è ancora capito sino a che punto Joe Biden sia disposto a sfidare Pechino anche dal punto di vista bellico. Impegnandosi, per esempio, a difendere Taiwan dalle crescenti mire annessionistiche di Pechino.

Tuttavia, come si diceva in precedenza, la mossa britannica ha un significato molto importante. Dimostra, una volta di più, che la potenza militare è indispensabile ai fini dell’influenza politica sul piano internazionale. E non v’è dubbio che, a differenza di quanto sostengono tanti politici europei, la Brexit ha avuto per il Regno Unito effetti positivi.

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Michele Marsonet


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