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Il tramonto di Virginia: da “femmina alpha” del Movimento a figura sullo sfondo

di Mauro Bondì, in Politica, Quotidiano, del

Titoli di coda in Campidoglio dove il sindaco Virginia Raggi si prepara a lasciare la fascia al suo successore (quasi sicuramente un uomo). La ricandidatura, che sembrava inizialmente aver scaldato i cuori di molti, stenta a decollare, in un’estate tutt’altro che semplice per la pasionaria grillina.

Due mesi fa, quando l’unica candidatura antagonista paventata era quella di Carlo Calenda, la corsa della Raggi per la riconferma sembrava destinata ad avere comunque un certo seguito. In molti pensavano che il sindaco uscente sarebbe agevolmente arrivato al ballottaggio e che, se la sorte l’avesse assistita, avrebbe potuto beneficiare al secondo turno dei voti del Pd, in un’ipotetica sfida col centrodestra o addirittura con il leader di Azione.

Ma le primarie del centrosinistra (decise praticamente a tavolino) e la discesa in campo della coppia Michetti-Matone per il centrodestra hanno guastato la festa alla Raggi.

I sondaggi, via via, sembrano farsi ogni giorno più amari e dal primo posto di un tempo, la candidata grillina è scivolata prima al secondo posto, poi al terzo, arrivando pure a giocarsi la medaglia di bronzo (e quindi l’esclusione dal ballottaggio) con lo stesso Calenda. A mettere i grillini in allarme anche le rilevazioni circa gli ipotetici ballottaggi: secondo molti istituti, qualora riuscisse ad arrivare seconda al primo turno sarebbe sconfitta in ogni caso e da tutti i candidati.

In sostanza, la Raggi avrebbe potuto avere qualche speranza correndo praticamente senza avversari. Ma non appena gli schieramenti hanno messo a punto le strategie e tirato fuori i propri cavalli, le cose sono radicalmente cambiate. Pesano, senza alcun dubbio, i disastri amministrativi di questi cinque anni, la giostra impazzita degli assessori, il gradimento a picco e le continue figuracce collezionate fino a qualche giorno fa (“da qui si vede il cupolone del Colosseo”).

A danneggiare la corsa alla riconferma sono state anche le beghe interne al Movimento. I principali sponsor della Raggi sono praticamente evanescenti: da un lato Luigi Di Maio, sempre più lontano dalla politica attiva, si sta godendo la comoda poltrona della Farnesina; dall’altro Alessandro Di Battista, ormai fuori dai 5 stelle e critico con la svolta governista dei suoi ex compagni. In mezzo, un sempre più in faccende affaccendato Giuseppe Conte, che non ha mai mostrato grandissimo sostegno al sindaco uscente e si è limitato a qualche dichiarazione a mezzo stampa. Il candidato del Pd Roberto Gualtieri, colui che con ogni probabilità soffierà la seconda piazza alla Raggi e la lascerà fuori dal ballottaggio, è stato pur sempre il ministro di punta del governo giallo-rosso (ed è quanto dire!) e innescare una guerra contro il centrosinistra significherebbe dare il colpo mortale alla traballante alleanza.

Infine, l’ultima rogna per Virginia riguarderebbe le liste. Quasi certa la presenza di una “Civica Raggi” (per riempirla oggettivamente basterebbe soltanto mobilitare la valanga di assessori cambiati in questi cinque anni), mentre paradossalmente è ancora da capire se ci sarà il simbolo del Movimento. Secondo quanto riportato recentemente da Roma Today, lo scontro giudiziario interno ai vertici grillini rischia di bloccare la presentazione dei contrassegni ufficiali, non solo nella Capitale ma in tutta Italia. Un fattore di non poco conto per le elezioni romane, in cui anche mezzo punto percentuale potrà fare la differenza.

Insomma, la situazione per la Raggi si fa sempre più impegnativa e i tempi in cui la sua fascia tricolore gasava milioni di attivisti in tutta Italia sembrano ben lontani. Qualche malizioso sostiene però che Virginia stia facendo tutto questo, con la consapevolezza di non avere chance. Il suo protagonismo di questi anni e il suo “sacrificio” elettorale potrebbero regalarle la ribalta nazionale e un ruolo da leader nel Movimento 5 Stelle (o quel che ne resta), alla faccia dello stop al doppio mandato e all’“uno vale uno”. Anche stavolta, Orwell ringrazia.

Mauro Bondì


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