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Il problema non è il vaccino, sono le élite dei trinariciuti che hanno perso ogni credibilità

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Mettetela come volete ma la Covid pandemia, o mania, ha prepotentemente riportato in auge il trinariciuto di guareschiana invenzione. Chi era – chi è – il trinariciuto? È il compagno ortodosso, con tre buchi nel naso perché il terzo, quello di mezzo, serve a far sfiatare il cervello perennemente imbottito dalle direttive di partito. Lo abbiamo visto subito, dall’insorgere del misterioso morbo: tutto un coro di muggiti comunisti contro la mascherina, è fascista la mascherina, è razzista, sessista e liberista, e giù aperitivi solidali, caccia al cinese da abbracciare, figure del milieu intellettuale, da Michela Murgia a Gianfranco Carofiglio, pronte a fulminare i reazionari schermati. Poi, di colpo, scatta il “contrordine, compagni!”: la mascherina è sacra, è necessaria, è obbligatoria, un simbolo democratico, di civiltà, di responsabilità e allora si scatena un’altra caccia, quella all’untore, al negazionista: i figli di un cognome, i guitti di partito, i commentatori a servizio che ribollono d’indignazione, “io se trovo uno senza mascherina ci spacco la faccia”, il prodigioso lacerto di stoffa anche al cesso, anche per trombare (virologi di oscura fama sono arrivati a teorizzare perfino questo, e non c’è dubbio che i trinariciuti e le trinariciute più di granito si saranno adeguati/e).

Dopo è venuto il tampone. Dov’è il tampone, sotto col tampone, ma che fai non ti tamponi; ed è ripartita la giaculatoria, fate schifo, siete irresponsabili, negazionisti, infami, gogne sui social, minacce a tampone armato, c’erano certi supertrinariciuti che si sarebbero fatti tamponare anche in macchina pur di seguire le indicazioni del Politburo. Ma il tampone ha ballato una sola estate (funestata dai criminali sovranisti che pretendevano perfino di andare al mare, a ballare, a cena fuori), perché è calato il vaccino. L’elisir di Dulcamara, la pozione magica, l’agnello che toglie i contagi del mondo e qui bisogna intendersi: non è che la gente, o i cittadini, o il popolaccio, come si preferisce, sia a priori contro il vaccino. Tutti da bambini siamo stati sottoposti alle profilassi usuali, senza fiatare e non ce ne pentiamo.

La faccenda, tuttavia, in questo caso è un po’ diversa: anzitutto, trattasi di un vaccino sperimentale, per diretta ammissione di tutti a cominciare da chi lo produce, escogitato in tutta fretta, senza alcuna garanzia quanto a effetti collaterali: se si pensa che le stesse case farmaceutiche “non escludono” conseguenze nel lungo periodo, senza peraltro specificare quali e in che termini. Insomma, non abbiamo ricevuto informazione, ma comunicazione; e una comunicazione cialtrona, ruffiana e petalosa, primule, infermiere cerbiatte, sanitari che si producono in balletti degni di un varietà: come fai a fidarti? Mettici che i garanti di siffatta operazione dovrebbero essere a prova di credibilità, e qui, scusate, siamo scarsi, come direbbe il Dogui: perché da Arcuri in giù (o in su) è difficile trovarli attendibili, è difficile stare sereni con questi virologi fantasia, con una che lancia la fatwa per quelli con la zeppola i quali, sputacchiando, contagiano di più: dove siamo, all’avanspettacolo?

Infine, c’è l’elemento psicologico: non è tanto sul vaccino che i cittadini nutrono giustificate perplessità, quanto sul ricatto, sull’obbligo brutale, “o vi vaccinate o non uscite più da casa”. È una banalissima questione di psicologia sociale: se tu a un popolo vuoi imporre qualcosa con la forza, quel popolo si sentirà preoccupato, oppresso e finirà col non fidarsi più. A maggior ragione dopo un anno di privazioni, di prigionia, di sacrifici astrusi, di oltraggi alla sfera individuale, ai diritti più personali, di fallimenti che, oltretutto, non hanno portato risultati apprezzabili, al contrario hanno condotto alla peggiore performance mondiale quanto a decessi, se i numeri valgono qualcosa oltre la propaganda. Quando mai s’era visto un preparato scientifico, medico, trattato alla stregua di un gadget, un bene di consumo da lanciare con “la più grande campagna mediatica di tutti i tempi”? Il punto non è il siero, la fiala, il preparato: è la mancanza di alternative, l’impossibilità di scegliere per sé, è lo stato che decide, così come ormai va decidendo in qualsiasi ambito della vita, metodi, cure, gusti, pensieri, parole, opere e omissioni.

Ma i trinariciuti non ci sentono, non sono strutturati per la libertà, hanno sempre bisogno di una chiesa, un potere, un ordine che li conduca e le loro ragioni sono talmente folli o pretestuose che diventa impossibile discuterle. Non si polemizza coi fanatici, perché non usano le stesse categorie mentali di chi riflette: “Non deflettere di un milionesimo di millimetro dalla linea del partito”, dice il trinariciuto. E non c’è dubbio che se, per ipotesi, il partito dovesse lanciare l’ennesimo “contrordine, compagni!”, si scaglierebbero con la stessa virulenza contro il vaccino assassino, sovranista e razzista. La farsa nella tragedia sta in questo, che, almeno, ai tempi di Guareschi il trinariciuto doveva vedersela con Stalin e Togliatti e dunque ci stava che provasse una certa soggezione: oggi obbedisce a Zingaretti e Speranza, e quindi non ha attenuanti.

Un atteggiamento del genere, benché minoritario nel Paese, è abbastanza diffuso da sostenere l’esperimento sociale che ci sta uccidendo. Perché a dettare l’agenda non è l’uomo comune, non è l’opposizione, che su questo neppure fiata più, ma sono le élite che, a tutti i livelli, stabiliscono i lineamenti del politicamente corretto in senso sanitario. Per questa strada, in 60 milioni di persone stanno subendo l’impensabile e l’impossibile; ma che speranza resta, quando il ragazzino a malapena maggiorenne sul treno mi guata, a 10 metri di distanza, perché porto la mascherina storta (sto telefonando) e quindi si alza, impettito, rigido come la Giustizia offesa, e va a chiamare il controllore, anzi la controllora, e la controllora però porta una mascherina di carta igienica, come il guerriero di Umberto Tozzi, e quando le faccio notare che, così combinata, è lei la più esposta di tutti e anche, potenzialmente, la più infettiva, la poveretta si mette a balbettare sconvolta: “Ma… ma questi sono gli ordini, a me l’azienda mi ha dato questa”.

Che brutta cosa, trinariciuti adolescenti, già così zelanti, così ipocondrici, così spenti: non potranno che peggiorare, perché, come diceva Frank Zappa, “la mente è come un paracadute, non funziona se non si apre”. Sono finiti i paracaduti, ma ai trinariciuti non servono.

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Max Del Papa


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