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Il paradosso della rivoluzione bielorussa: se l’Ue non si fa viva, il Paese si consegnerà a Putin

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I bielorussi stanno facendo la storia ma riusciranno a costruire una nuova nazione? Da soli probabilmente no. Sono due gli ostacoli principali che si frappongono al raggiungimento dell’obiettivo: la natura stessa del movimento di opposizione e l’interesse primario di Mosca a non perdere il controllo del Paese. Il grande paradosso del risveglio bielorusso è che, senza volerlo, apre le porte a quell’unione con la Russia a cui Lukashenko aveva sempre opposto resistenza, mentre i ministri degli esteri Ue si fanno la foto a Bruxelles con Thikanovskaya ma non riescono a mettersi d’accordo sulle sanzioni…

La sorpresa scatta mercoledì mattina, quando le strade che conducono al palazzo presidenziale di Minsk vengono bloccate e il centro si svuota. Il presidente dell’80 per cento, il padre della patria che da 26 anni fa finta di essere insostituibile, l’uomo che – parole sue – ha evitato alla Bielorussia “l’umiliazione di un’altra rivoluzione colorata”, giura in segreto davanti a un gruppo di fedelissimi per il suo nuovo mandato. Nessuna cerimonia pubblica, nessuna diretta televisiva, tutto avviene di nascosto, come un imperatore che non vuole farsi vedere dai sudditi. Eppure, a guardare le scene provenienti da Minsk e da altre città bielorusse sembrerebbe che il suo regime abbia i giorni contati. Di fronte alle manifestazioni che continuano nonostante la violenza (lo scorso fine settimana di nuovo centinaia di arresti nel corso dell’ennesima marcia verso la residenza del dittatore, mercoledì sera altri scontri con diversi feriti nel post-giuramento), sempre e solo gli squadroni di assaltanti in uniforme a ostacolare, minacciare, detenere. Non c’è un’immagine più chiara della contesa in corso fra società civile e autoritarismo di questa fotografia ripetuta settimana dopo settimana, una collezione di istantanee della repressione che fanno molto più male a chi la ordina che a chi la subisce. Le rivoluzioni vivono di simboli e le strade della Bielorussia attuale ne sono piene: uno Stato che “si difende” così dalle rivendicazioni dei suoi cittadini non può sopravvivere a lungo, sembra essere l’auspicio che accompagna ogni nuova azione di protesta pacifica. Solo che questo movimento spontaneo, difficilmente attaccabile sul piano morale, chiaramente ispirato solo da un’esigenza di riconoscimento e al momento totalmente autoctono, rischia di soccombere proprio per l’assenza di una chiara direzione politica che ne trasformi le istanze ideali in una piattaforma con cui continuare la lotta al potere costituito.

Questa nuova generazione di bielorussi non sta sfidando soltanto Lukashenko ma rappresenta anche il superamento di quell’opposizione tradizionale che, seppur con margini di manovra ridottissimi, aveva cercato di farsi spazio all’interno di un sistema politico bloccato, senza mai attecchire tra la popolazione. Mentre le “primarie” organizzate in primavera per trovare un candidato comune da opporre a Lukashenko finiscono con un nulla di fatto, di colpo una concatenazione di eventi a cascata cambia totalmente la prospettiva: prima gli arresti del blogger Tikhanovskiy e dell’ex presidente di Belgazprombank Viktor Babariko, tolti di mezzo proprio in quanto figure indipendenti in grado di catturare consensi, poi la farsa elettorale, l’inizio della protesta, gli scioperi nelle fabbriche, l’esilio di Svetlana Tikhanovskaya, la creazione del Comitato di coordinamento delle opposizioni e l’arresto di Maria Kolesnikova. Infine le domeniche di Minsk, a smascherare il volto truce del presidente nel suo labirinto. I bielorussi stanno facendo la storia ma riusciranno a costruire una nuova nazione? Da soli probabilmente no. Sono due gli ostacoli principali che si frappongono al raggiungimento dell’obiettivo: la natura stessa del movimento di opposizione e l’interesse primario di Mosca a non perdere il controllo del Paese.

Il fattore sorpresa non può durare in eterno, il potere si sta riorganizzando e spesso riesce a disperdere o bloccare le manifestazioni prima che inizino. La decentralizzazione delle proteste, un indubbio vantaggio fino ad oggi, alla lunga può rappresentare un limite: se mai si arrivasse ad una trattativa per la transizione in stile polacco (improbabile ma non impossibile, se Putin volesse o l’Europa esistesse) bisognerebbe sapere con chi parlare, e al momento non è chiarissimo chi rappresenti che cosa. Il Comitato di coordinamento, formato da personalità di spicco ed esponenti di gruppi professionali, pesantemente decimato dall’azione repressiva del regime, non si è dato al momento obiettivi politici concreti al di là di una transizione pacifica al vertice. Svetlana Thikanovskaya si muove come la leader di un governo ombra (ha incontrato recentemente i ministri degli esteri della Ue) ma non si è autoproclamata presidente. Mentre Lukashenko deve giurare in segreto per nascondere la sua carenza di legittimità, Thikanovskaya non può prenderne il posto senza passare per una nuova tornata elettorale con osservatori internazionali al seguito. È uno stallo di difficile soluzione, al momento, ma la questione fondamentale va oltre l’aspetto tecnico e riguarda la capacità della stessa Thikanovskaya di riunire il consenso necessario per portare la Bielorussia verso il futuro, come guida di una nuova classe dirigente. Maria Kolesnikova aveva assunto di fatto questo ruolo fino al suo arresto, fondando anche un partito politico (Insieme) che è finora l’unico tentativo di dare al movimento per la democrazia una base istituzionale. Il fatto che Koleniskova agisca sostanzialmente in nome di Babariko fa di questa piattaforma un possibile catalizzatore di eventuali iniziative provenienti da Mosca. Ed è qui che entra in gioco l’elefante nella cristalleria, ovvero l’offerta pubblica di acquisto della Russia.

Il grande paradosso del risveglio bielorusso è che, senza volerlo, apre le porte a quell’unione con la Russia a cui Lukashenko aveva sempre opposto resistenza, nonostante gli accordi preliminari del 1999. Vistosi nudo, oggi il re di Minsk si presenta all’imperatore di Mosca disposto a tutto, pur di salvare la corona. L’incontro con Putin a Sochi avvenuto il 14 settembre ha trasmesso, anche a livello visuale, l’immagine della sottomissione: il corpo di Lukashenko in torsione verso il “fratello maggiore” e un Putin a gambe larghe, in atteggiamento condiscendente, quasi spazientito. Probabilmente Mosca non ha fretta di rendere effettiva la fusione, anche se a lungo termine resta quello l’obiettivo principale. È verosimile che la perdita totale di indipendenza della Bielorussia potrebbe risvegliare un occidente pigro e assopito, che per il momento non va oltre le dichiarazioni di circostanza. Lo scenario ideale sarebbe una transizione addomesticata attraverso una riforma costituzionale che permettesse una successione controllata dal Cremlino e la formazione di un quadro politico (partiti, gruppi di interesse, assetti economici) inequivocabilmente filo-russo. Ma sia che si spinga da subito in direzione dell’unione, sia che si lavori nella prospettiva di uno stato-satellite, è difficile sfuggire alla sensazione che il destino della Bielorussia non si deciderà nelle strade di Kiev ma tra le mura del Cremlino.

In assenza di una chiara strategia europea (gli Stati Uniti per il momento si mantengono fuori dall’agone), è verosimile che queste settimane di rivolta pacifica e democratica finiscano di fatto per consegnare il Paese alla Russia. Per impedire questo esito annunciato servirebbe una politica Ue coerente e ferma, che è come chiedere pere all’olmo. I ministri degli esteri si fanno la foto a Bruxelles con Thikanovskaya ma non riescono a mettersi d’accordo sulle sanzioni da applicare ai funzionari del regime responsabili della repressione. La scusa ufficiale è l’opposizione di Cipro che pretenderebbe uguale trattamento per la Turchia, la realtà è che non c’è accordo nemmeno sull’opportunità di castigare lo stesso Lukashenko, con cui alcuni stati – Francia e Italia tra gli altri – che vorrebbero mantenere aperto “un canale di dialogo”. Va aggiunto che, per essere effettive, cioè per provocare la rottura di quella rete di complicità e connivenze che mantengono in piedi il regime, le sanzioni dovrebbero essere estese agli esponenti di tutti i rami dell’amministrazione civile e militare del Paese, molti dei quali hanno interessi economici diretti in altre nazioni europee. Ma se anche si arrivasse a questo, quale sarebbe la strategia continentale per il dopo? Non è difficile ipotizzare che in questo momento non esista alcun piano diretto a favorire l’integrazione della Bielorussia con l’occidente democratico e che l’Unione europea si darebbe per soddisfatta con un cambio di regime pilotato da Mosca. Il rifiuto di riconoscere la validità del giuramento presidenziale, comunicato prima da alcune cancellerie (Berlino su tutte) e poi esteso all’intera Unione, è certamente significativo sul piano simbolico ma privo di effetti concreti su quello pratico, se non seguito da misure di supporto reale all’opposizione democratica. Al momento, però, le famose “ingerenze” che Putin e Lukashenko denunciano ogni quarto d’ora sono semplicemente una fantasia cospiratoria ad uso interno. Nei fatti, purtroppo, al di là delle coraggiose prese di posizione della Polonia e degli Stati baltici, resta solo il vuoto politico di sempre. Un vuoto che è in se stesso un tradimento delle aspirazioni alla libertà e all’indipendenza di una popolazione coraggiosa, che rischia seriamente di passare dalla brace del lukashenkismo alla padella del putinismo, con conseguenze potenzialmente funeste sia a livello interno (possibilità di un conflitto civile) sia a livello geopolitico internazionale.

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