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Il caso Greensill riaccende la rivalità tra Cameron e Johnson e i riflettori su lobbisti e politica

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Boris contro David. Chi pensava che la rivalità tra le due figure più imponenti del conservatorismo britannico post-Thatcher fosse terminata con la Brexit si è sbagliato di grosso. A rinfocolare la faida ci ha pensato il caso relativo al fallimento di Greensill Capital, una società finanziaria di cui Cameron da due anni era consulente. Il caso è scoppiato dopo che l’ex primo ministro ha scritto personalmente al cancelliere dello Scacchiere, Rishi Sunak, per cercare di porre l’attenzione del governo sulla società, azionista di maggioranza anche di Liberty Steel, la terza acciaieria più grande del Paese.

Gli sms di Cameron a Sunak sono finiti sui giornali, e subito è partita la caccia all’uomo. Anche se formalmente Cameron ha agito in modo legale e nel rispetto della legge, che prevede che i politici non possano avere consulenze per due anni dalla fine del loro mandato – Cameron si dimise non solo da primo ministro ma anche da parlamentare nel 2016 – il caso è finito nel mirino del Parlamento. Il Labour ha chiesto una commissione d’inchiesta ufficiale. I Tory hanno votato contro, ma è stata annunciata la costituzione di una commissione, guidata da un avvocato indipendente, che riferirà direttamente a Boris Johnson. Anche la Commissione Finanza della Camera dei Comuni si è mossa e chiederà di sentire Cameron, il quale si è detto “felice di collaborare”. Non è ancora chiaro se l’ex leader Tory apparirà di persona.

I rapporti tra l’ex primo ministro e Lex Greensill – il finanziere australiano titolare dell’omonima società – risalgono agli anni di Downing Street. Nel 2011 Greensill ricevette un incarico di advisor non retribuito dal governo e un desk nel Cabinet Office, dove portò avanti il suo progetto di pagamenti anticipati in aiuto alle piccole e medie imprese. Terminato il mandato di Cameron, e trascorsi i due anni previsti dalla legge, Greensill assunse Cameron come lobbista: in questa veste infatti il politico conservatore si informò con Sunak nello scorso mese di marzo per sapere se la Greensill Capital potesse usufruire del piano di prestiti concepito dal Tesoro per le aziende messe in difficoltà dal Covid.

Quello che è stato messo in discussione con questa vicenda è il rapporto tra lobbisti e politica, e tra lobbisti e Whitehall. È infatti venuto alla luce che Cameron ha contattato anche due dirigenti del Treasury e che un componente del Cabinet Office, Bill Crothers, aveva un impiego part-time presso Greensill mentre lavorava ancora per l’amministrazione britannica. Sir Simon Case, il dirigente di più alto livello a Whitehall, ha ordinato di recente una indagine per verificare quanti mandarini hanno un secondo lavoro, e ha stabilito una deadline per dichiararli.

I fatti hanno riproposto anche la questione relativa all’ACOBA, la Commissione consultiva sulle nomine nel business, presieduta dal Tory Lord Pickles: molti la ritengono priva di poteri per definire un chiaro confine tra attività politiche e attività di lobbying. L’ex premier Gordon Brown suggerisce di allungare i termini tra la fine del mandato parlamentare o di governo e l’inizio di una attività di consulenza da parte dei politici.

Quanto a Johnson, cerca di restarne in disparte. Alla fine, la vicenda potrebbe danneggiare il Partito conservatore, anche se, di certo, c’è da scommettere che non gli dispiace affatto vedere l’amico-rivale David in difficoltà. Mercoledì, alla Camera, il premier ha affermato che “si tratta di capire quali sono gli standard della vita pubblica, non solo di rispettare le norme. Molti, forse, non hanno capito i confini tra le due cose”.

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Daniele Meloni


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