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I Paesi di Visegrad difendono dall’immigrazione incontrollata la loro identità repressa dal comunismo

Avatar di Michele Marsonet, in Esteri, Quotidiano, del

Secondo vaste correnti di opinione nel mondo occidentale, la difesa dei confini, e delle identità culturali, sarebbe un abominio da rigettare senza “se” e senza “ma”… L’impero sovietico si reggeva proprio su presupposti non molto dissimili… A nessuno viene in mente che per ungheresi, polacchi, cechi, slovacchi etc, il crollo del Muro di Berlino rappresentò proprio il recupero della loro identità repressa e svilita per quasi un secolo?

I mass media italiani ed europei hanno messo sul banco degli imputati alcuni Paesi dell’Europa dell’Est (il cosiddetto “Blocco di Visegrad”) a causa della linea dura da essi adottata sul problema dei migranti (o profughi di qualsiasi tipo, se si preferisce). “L’amara sorpresa dell’Est”, ha titolato tempo fa in prima pagina il Corriere della Sera, sostenendo addirittura che il crollo del Muro di Berlino ha sepolto in quei luoghi non soltanto il comunismo, ma pure l’idea stessa di “solidarietà”.

Tesi senza dubbio forte, che merita di essere discussa. Secondo alcuni noti giornalisti parecchie nazioni che un tempo erano inglobate nel blocco sovietico e nel defunto Patto di Varsavia hanno, in sostanza, perduto la loro anima regredendo verso forme di xenofobia considerate ormai morte da decenni. Ungheresi, cechi, slovacchi e polacchi non vogliono infatti saperne di ricevere nel proprio territorio masse di migranti che sono manifestamente alieni alle loro tradizioni e alla loro cultura.

Bisogna allora capire “quale” anima i cittadini europei dell’Est avrebbero smarrito e, soprattutto, se davvero ne hanno perso una. In realtà, se si osserva la situazione senza partire da pregiudizi dati come scontati, e senza presupporre che chi predica l’apertura totale e indiscriminata abbia automaticamente ragione nel zittire coloro che hanno opinioni diverse, il quadro che ne esce risulta assai più variegato.

Vaste correnti di opinione nel mondo occidentale stanno predicando da decenni l’inutilità dei confini o, ancor meglio, la miseria morale delle frontiere. È uno stile di pensiero che punta tutto su una forma rozza di cosmopolitismo e su un multiculturalismo mal concepito nel quale ogni distinzione dev’essere abolita. La difesa dei confini, che implica logicamente anche quella delle identità culturali, è un abominio da rigettare senza “se” e senza “ma”, come se le suddette identità culturali non fossero un prodotto dell’evoluzione storica.

Si badi che l’impero sovietico si reggeva, in fondo, proprio su presupposti non molto dissimili. Anche se, in quel caso, la spinta verso l’omogeinizzazione aveva alle spalle il marxismo, col suo tentativo di abolire le differenze nazionali in nome di una società mondiale senza classi (e ipoteticamente priva di sfruttamento).

A nessuno viene in mente che per ungheresi, polacchi, cechi, slovacchi etc, il crollo del Muro di Berlino rappresentò proprio il recupero della loro identità repressa e svilita per quasi un secolo? Piuttosto strano – almeno a mio avviso – che questo fatto non venga compreso da numerosi soloni dei media e della carta stampata. Ed è davvero così difficile capire che l’invasione di centinaia di migliaia di persone, provenienti da contesti totalmente diversi, preoccupi tanti a Budapest, Varsavia, Praga o Bratislava? E non solo nei palazzi governativi, ma anche tra la gente comune?

A me pare che altri siano gli elementi di stranezza in questa tragica vicenda. E allora sostengo che, a essere bizzarro, è piuttosto l’atteggiamento di governi come quello italiano, che poco o punto sembra preoccuparsi di identificare chi arriva. Ciò significa che è più razionale trovare dei metodi – magari artigianali – per procedere all’identificazione dei migranti. E, se i cechi usano i pennarelli, non occorre scomodare i nazisti, le SS e quant’altro.

Soltanto un Paese come l’Italia, che da un bel pezzo ha rinunciato a rimarcare la sua identità nazionale, può accogliere tutti a cuor leggero. E non credo sia un fatto positivo. Anche perché ogni giorno abbiamo sotto gli occhi l’esempio di stranieri che vogliono sì vivere da noi, ma senza rinunciare a una sola virgola dei loro costumi e delle loro tradizioni. Le file interminabili di donne velate che si accalcano nei centri di accoglienza o sulle autostrade che portano da Budapest a Vienna lo confermano sin troppo bene.

Cosa si rischia, oggi, a dire queste cose? L’emarginazione, ovviamente, aggravata inoltre dalle fotografie penose che i giornali sbattono in prima pagina per appoggiare la tesi dell’accoglienza senza limiti. Non è più possibile usare espressioni come “casa nostra” e “casa loro” poiché debordano dai limiti del “politicamente corretto” in auge tanto a Roma quanto, sfortunatamente, a Bruxelles.

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Michele Marsonet


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