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Hong Kong città sospesa: splendori e miserie del “Porto Profumato” nel libro di Marco Lupis

Avatar di Daniele Meloni, in Esteri, Quotidiano, del

Da qualche anno Hong Kong è tornata prepotentemente alla ribalta. Il passaggio di consegne tra Londra e Pechino nel 1997, la Rivoluzione degli Ombrelli, le proteste contro la nuova legge di sicurezza nazionale e la repressione cinese, hanno attirato l’interesse dell’Occidente e dei suoi media spesso sonnacchiosi. Pochi, comunque, ne possono parlare con cognizione. Tra questi sicuramente Marco Lupis, giornalista e inviato di guerra per diverse testate (Repubblica, Corriere della Sera e Rai tra le tante), da 25 anni residente nel Porto Profumato (questa la traduzione italiana di Hong Kong). Il suo ultimo libro, “Hong Kong, Racconto di una Città Sospesa” (Ed. Il Mulino, collana Intersezioni), narra la storia dell’arcipelago a sud della Cina dagli albori ai giorni nostri, mischiando sapientemente fatti e aneddoti, tatto e olfatto. Leggendo le pagine del libro avrete la sensazione di immergervi nella Città Murata di Kowloon e di assistere all’arrivo in parata dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese dopo la fine del colonialismo britannico; di vivere i problemi di un luogo che ha sempre dovuto convivere con la sospensione; e, infine, di dovere affrontare un futuro ricco di incognite. Atlantico Quotidiano ha intervistato Lupis. Ecco cosa ci ha detto.

DANIELE MELONI: Nel libro hai descritto in modo impeccabile la caparbietà degli hongkonghesi nel fare fronte a un territorio sfavorevole e ricco di insidie. Come si è plasmata la gente di HK in rapporto ad esso? In cosa consiste l’essere hongkonghesi?

MARCO LUPIS: Se non fosse che si tratta di un termine ormai inflazionato e che non amo per nulla, direi che la caratteristica principale degli hongkonghesi è la resilienza, la cui prima definizione è “la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi”, che traslata diventa la capacità di un sistema (o di un individuo o di una collettività, come appunto nel caso di Hong Kong) di adattarsi al cambiamento, anche traumatico. Perché, come spiego nel mio libro, gli abitanti di Hong Kong hanno alle spalle non soltanto una storia relativamente recente e difficile di repressione e sopraffazione da parte della “madrepatria” cinese, ma anche la loro storia precedente, sotto il dominio britannico, non è stata certo facile né esente da eventi difficili e traumatici. Non bisogna infatti fare l’errore di contrabbandare per tutto luci e luccichii il passato britannico di Hong Kong, magari per contrapporlo all’atteggiamento attuale di questa nuova Cina assertiva e aggressiva (e repressiva, ripetiamolo ancora una volta perché non guasta mai). Lo spiego quando parlo dei “famosi” cartelli con scritto “vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi” che la vulgata vuole fossero affissi nei parchi della colonia nella prima fase della sua storia sotto i britannici. Non si sa se siano mai esistiti, probabilmente no, ma in ogni caso rendono molto bene il senso di quanto fosse difficile la vita della maggioranza cinese (HK ha oltre il 90 per cento di popolazione etnicamente cinese) per tutta la sua storia, non soltanto adesso, sempre considerati “cittadini di serie B”. E gli eventi estremi, i distruttivi tifoni prima di tutto, ai quali dedico un intero capitolo, che l’hanno flagellata con tremenda regolarità, sono la manifestazione ulteriore della capacità resiliente degli hongkonghesi i quali, a differenza di altre popolazioni come per esempio i filippini che – alle prese con gli stessi eventi catastrofici – tendono a “rassegnarsi” a queste devastazioni, hanno combattuto, hanno messo in opera difese costiere, gigantesche opere ingegneristiche di bonifica, enormi canali di deflusso delle acque, per proteggere il loro territorio e per proteggersi. Anche di questo parlo diffusamente nel libro perché anche questo è il segno di una caparbietà e capacità di resistere alle avversità di una città meravigliosa, di una comunità unica al Mondo.

DM: Sul finire del volume sei piuttosto pessimista per il futuro di HK. La way of life hongkonghese è proprio destinata a essere soppiantata dalla cinesizzazione?

ML: Purtroppo, resto assai pessimista in tal senso. Da 25 anni ormai Hong Kong è la mia casa ed è diventata la mia Patria, quella “con la maiuscola” come dice il mio mai dimenticato mentore, Tiziano Terzani, che cito in esergo, e in questo quarto di secolo ho potuto vivere sulla mia pelle tutti i passaggi, tutti i momenti che, giorno dopo giorno, hanno portato la città da quell’esempio unico di libertà e rispetto dei diritti in Asia (e in Cina), da quel meraviglioso laboratorio di incontro tra Oriente e Occidente, a una qualsiasi metropoli sotto il soffocante giogo di Pechino, che ormai sta definitivamente “assimilando” Hong Kong e i suoi abitanti. Come ho avuto occasione di spiegare spesso, Xi Jinping e i suoi l’hanno “giurata” a Hong Kong e ai suoi abitanti, perché hanno sempre considerato le libertà di Hong Kong e Hong Kong stessa come un problema esistenziale, perché Hong Kong rappresenta tutto ciò che loro – il Partito Comunista Cinese che loro rappresentano – odiano di più al mondo: democrazia, libertà di stampa e di espressione, tutela dei diritti umani e un sistema giudiziario garantista. No, non ho davvero un buon “feeling” per il futuro democratico degli abitanti di Hong Kong…

DM: Quali speranze ci sono per il movimento di protesta? Che cosa ne pensi della figura di Joshua Wong?

ML: Ricollegandomi a quanto ho risposto prima, allo stesso modo vedo poche o nessuna speranza per il futuro del movimento. I ragazzi di Hong Kong e gli adulti di Hong Kong che sono scesi in piazza in questi anni, dando vita a quelle incredibili e indimenticabili manifestazione pacifiche oceaniche dell’estate del 2019, quando, malgrado il caldo torrido e l’umidità soffocante, quasi metà dei sette milioni di hongkonghesi invasero le strade della città per dire no all’assimilazione cinese e per chiedere il rispetto degli accordi presi con Londra, al tempo del ritorno sotto la Cina, nel 1997, che avrebbero dovuto garantire la sostanziale autonomia di Hong Kong da Pechino almeno fino al 2048, erano e sono animati dalle migliori intenzioni. Ma contro un gigante come la Cina, qualche milione di persone sono solo un piccolo Golia. Sono stati fatti molti errori, fin dall’inizio, probabilmente proprio per via della giovane età del pur volenteroso e coraggioso Joshua Wong e quindi della sua sostanziale ingenuità. E il più grande tra questi errori, la più grande tra le manifestazioni di ingenuità, è stata riferirsi a Donald Trump e all’America trumpista, pensando che ciò avrebbe giovato alla loro causa e – ancora maggiore ingenuità – che gli Usa e il Mondo sarebbero venuti in loro aiuto. Purtroppo si è visto come Trump avesse la capacità di “buttare in vacca” qualsiasi cosa dicesse: anche quando esprimeva concetti condivisibili, lo faceva così male, con i suoi ridicoli atteggiamenti da bullo globale, da ottenere inesorabilmente l’effetto contrario. E poi, chiamando in causa l’America, manifestando con la bandiera americana, i ragazzi di Joshua Wong hanno dato ottimi argomenti a Xi e alla sua cricca per gridare al “pericolo interferenze straniere”, chiamando in causa la Cia e quant’altro. Un errore madornale e purtroppo nemmeno l’unico, che gli è costato una svolta repressiva che peggiora ormai di giorno in giorno.

DM: Uno dei problemi più grandi di HK è quello dell’housing. Ci sono – o pensi ci possano essere – sviluppi positivi al riguardo? Perché affitti e case costano così tanto?

ML: Il problema per Hong Kong lo si potrebbe definire “strutturale”: la cronica mancanza di suolo edificabile. Come spiego nell’ultimo capitolo del libro, un tempo, in epoca coloniale britannica, Hong Kong era nota per la velocità e l’efficienza con cui costruiva ogni anno enormi comunità – vere e proprie “città-satellite” – pianificate per offrire alloggi pubblici. Ma da quando la Gran Bretagna l’ha restituita al dominio cinese, il 1° luglio 1997, questa capacità si è bloccata. E l’arrivo di una classe di “nuovi ricchi” dalla Cina ha contribuito a far lievitare ulteriormente i prezzi delle case, rendendo Hong Kong uno dei luoghi più costosi al mondo in cui vivere. Il problema di fondo resta l’offerta limitata di alloggi a prezzi popolari. Le controversie sulla terra hanno quasi bloccato i piani per costruire grandi zone residenziali nelle aree rurali libere dei Nuovi Territori. In base a una serie di consuetudini e leggi a che risalgono all’era coloniale, alle famiglie dei villaggi tradizionali vengono assegnate concessioni di terra a lungo termine, producendo un’espansione suburbana incontrollata e rendendo difficile mettere insieme grandi lotti di terreno per un vero sviluppo edilizio popolare. Il governo potrebbe costringere le famiglie a vendere, ma teme di scatenare proteste, anche perché i leader di quelle comunità hanno fino ad oggi sempre sostenuto Pechino.

Come ha detto recentemente il segretario ai trasporti e agli alloggi: “C’è terra a Hong Kong, ma quello che ci manca è terra sviluppabile”, sottolineando come tutti vogliano più case, ma nessuno vuole che si costruiscano accanto alla loro.

Marco Lupis, “Hong Kong, Racconto di una Città Sospesa”, Ed. Il Mulino

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Daniele Meloni


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