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Frescate tecnologiche, che ci semplificano la vita ma facendoci perdere il senso della qualità

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Lo premetto, per correttezza: probabilmente chi non ama particolarmente la tecnologia troverà molto noioso questo articolo, per cui, se così fosse, vi prego di passare ad altro. Già altre volte, e proprio su queste pagine, ho cercato di tratteggiare il quadro attuale del conflitto tra scienza e ragione e di proiettare una lama di luce tra le ombre che avvolgono il nostro mondo iper-tecnologico. Una lama di luce, appunto, che, per sua natura, illumina poco e per breve tempo; ma questi sono i limiti che pure la scienza deve accettare. Il più grave rischio della nostra civiltà basata sulla semplificazione tecnologica è quello di disabituarci al ragionamento, allo studio, alla ricerca continua del possibile miglioramento di ciò che già si possiede. Vogliamo tutto fatto. Chiunque provi a chiedere ad uno dei nostri ragazzi la tavola pitagorica, come se fossimo ancora i tempi (felici) in cui era stampata sull’ultima di copertina dei quaderni Pigna, rimarrà deluso: non la conoscono. Dicono di non averne bisogno e non hanno tutti i torti. A fare anche i più semplici calcoli ci pensa oggi la calcolatrice, o meglio, l’onnipresente telefonino.

Un primo inciso in materia di telefonini: trovatemi una sola azienda produttrice di smartphone che pubblicizzi la qualità della conversazione vocale che quel modello permetta e vi pagherò ben più che una pizza e una birra. Il telefonino si sceglie ormai per la qualità delle fotografie (specialmente quelle frontali), per ottenere imperdibili selfie con altrettanti imperdibili facce da scemo per gli uomini e boccucce che impartiscono baci al mondo per le donne. Secondo criterio di scelta per il telefonino? La capienza totale di memoria. Più sarà alto il numerello pubblicizzato, tanto migliore sarà ritenuto l’apparecchio, anche se non si conosce minimamente la differenza tra bit, byte, bips. Persino mia nonna, se ancora l’avessi, mi direbbe che il suo smartphone ha risoluzione fotografica di tot Megapixel ed una memoria da tot Gigabyte. Che un telefonino permetta, innanzi tutto, di telefonare sembra non importare più a nessuno. Esistono ragioni precise, senza nemmeno considerare le strategie di mercato e di marketing della mayors della telefonia, e sono di natura gnoseologica e quasi filosofica.

L’uomo del terzo millennio desidera semplificare più che rendere efficiente ed affidabile ogni gesto della sua vita. Che il gps, che troviamo integrato ormai anche nello spazzolino da denti, sia divenuto indispensabile lo deduciamo facilmente, mettendo un’ancor validissima carta stradale De Agostini o Michelin nelle mani di un giovane: non troverà di certo la strada da percorrere per giungere alla sua destinazione prescelta, statene certi. Perché nemmeno più a scuola s’insegna quel minimo abc di geografia generale e cartografia che abbiamo imparato noi fortunati anzianotti, che ancora sappiamo distinguere tra latitudine e longitudine senza ricorrere a Google. Che, poi, il gps ci conduca in aperta campagna perchè o lui o noi non abbiano correttamente differenziato tra percorso più breve e percorso più veloce, poco importa. Se non vai, persino a piedi, col gps sei uno sfigato e quando servirebbe davvero, non lo si usa.

Mi sia adesso permesso adesso un approfondimento più tecnico, a dimostrazione dell’enorme errore di metodo che abbiamo commesso in molti settori, dagli anni Novanta in avanti. Quando, proprio in quegli anni, uscirono i primi cd musicali, ci venne presentata come una rivoluzione epocale della musica, ed in parte lo fu, ma soltanto in termini commerciali. Si consideri, sul punto, che il tracciato di forma sinusoidale che rappresenta l’onda sonora, prima dell’avvento dei sistemi digitali, ossia per tutto il periodo dell’elettronica analogica, veniva trattato ed inviato agli altoparlanti da circuiti che restituivano un flusso continuo di valori di tensione elettrica, i quali variavano corrispondentemente al minimo variare dell’onda sonora. Esisteva, comunque, una grande differenza qualitativa tra amplificatori analogici di bassa, mediocre o buona qualità, proprio per effetto della capacità del circuito di trasformare le onde sonore in valori elettrici e viceversa. La rivoluzione digitale fu quella di “seguire” elettronicamente l’andamento dell’onda sonora da riprodurre trasformandola in una serie di uno e di zero, in “pacchetti di dati” standardizzati. L’onda sonora riprodotta da un sistema audio analogico la si potrebbe immaginare come una sinusoide disegnata a mano su un foglio bianco: tanto più accuratamente disegnata e tanto migliore sarà il risultato finale, ed il “disegnatore” era, appunto, il circuito elettronico contenuto nell’amplificatore. La stessa onda sonora è ancora oggi rappresentabile su un foglio, ma, col metodo digitale, è come se venisse disegnata seguendo i quadretti di un foglio di carta millimetrata. È del tutto intuitivo che disegnare l’onda interamente a mano libera e senza seguire schemi prefissati era più difficile, benché permettesse di tracciare anche minimissime variazioni della curva, mentre disegnare seguendo dei quadretti è assai più facile, ma crea inevitabilmente una curva dentellata perché segue una quadrettatura più o meno grande. Per ridurre i dentelli servono dunque quadretti più piccoli e questi sono i bit (per l’audio) ed i pixel (per le foto ed i video). Più bit o pixel avremo a disposizione dei nostri sistemi audio/ fotografici digitali e tanto meno “dentellate” saranno le curve che formano quel suono o rappresentano quell’immagine in quella fotografia, perché i “quadretti” saranno anche più piccoli, oltre che più numerosi, e la dentellatura della curva finale sarà quasi impercettibile e persino in qualche modo attenuabile con sistemi di “aliasing” digitale aggiuntivi. Chiaro, no?

Ne consegue che, limitandoci a considerare la produzione audio o foto-video, la rivoluzione digitale è indubbiamente servita a consentire la produzione in ampia scala di copie tutte identiche degli stessi brani musicali o delle stesse fotografie, perché un valore digitale è pari a uno oppure a zero, senza possibilità intermedie, mentre prima si dovevano riprodurre pressoché infiniti valori di suono o di luce. Ma la qualità vera, quella che soltanto un audiofilo evoluto o un esperto fotografo possono valutare, incredibile a constatarsi, rimane ancora a favore dei dischi in vinile, se registrati da case discografiche di prim’ordine e purché riprodotti su sistemi audio di alta gamma. Analogamente, una macchina fotografica Leica degli anni ’40, dotata di obiettivo Zeiss Jena, rischia ancora di dare risultati finali migliori rispetto a larga parte delle fotografie digitali di oggi, corredate da tutti i loro bei numeretti a botte di Giga.

Ma non accade soltanto in questo settore, anzi, è come se si fosse scelto di produrre più utilitarie di basso prezzo, tutte identiche tra loro, a discapito della produzione di vetture di prestigio e molto personalizzabili. D’accordo, è una precisa scelta di politica economica ed industriale, ma se i sistemi digitali sono, per minor complessità costruttiva e semplicità di replicazione su scala industriale, accessibili a tutti e facilmente reperibili ovunque, è ciò è certamente un bene, non si cada nell’errore di ritenere che si siano attualmente superati qualitativamente tutti i sistemi precedenti attraverso la rivoluzione digitale, perché il cammino è ancora lungo ed irto di ostacoli e, soprattutto, non si dimentichi mai che tante scelte progettuali ed industriali sono state concepite rispondendo all’economia di scala, che preferisce invadere il mercato con milioni di esemplari dal costo produttivo sempre minore, per quanto non sempre eccelsi. La pubblicità batte sul tamburo del nuovo prodotto “migliore di quelli del passato” per antonomasia. Il nuovo modello è sempre considerato migliore di quello precedente e non ci sottrae più dalla regola di produrre sempre più, a costo di rinunciare ad una produzione più limitata ma qualitativamente superiore e duratura. Tutto ciò, senza nemmeno considerare, almeno qui, la deleteria ed immorale pratica dell’obsoloscenza programmata dei prodotti attuali, quelli costruiti per durare poco, che presentano persino difetti programmati ad arte dopo un certo tempo, che ci obbligano a sostituirli con le versioni successive (peraltro non di rado peggiori della precedenti) ogni pochi anni. Sembra proprio che nell’attuale società tutto debba durare poco.

Ma provate soltanto a proporre ad un musicista professionista di sostituirgli, anche gratis, il suo strumento Gibson o Steinway degli anni ’50 con uno digitale, che magari porti anche lo stesso marchio (ma rigorosamente Made in China). Per non parlare del fotografo professionista al quale proponeste di regalarvi le sue “inutili” e “superate” Leica o Rolleiflex. Mi perdonino gli ingegneri ed i fisici per la mia banalizzazione in materia di forme d’onda: volevo rendere l’idea e spero di esserci riuscito. Il senso di questo articolo è, tuttavia, riassumibile in un motto, che ho fatto mio da molti anni: Non omnia possumus omnes.

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Roberto Ezio Pozzo


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