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Ecco la filosofia di Amy Coney Barrett: il giudice è tenuto ad applicare la legge per come è, non per come vorrebbe che fosse

Avatar di Giuseppe Portonera, in Esteri, Quotidiano, del

Iniziano oggi le audizioni di fronte alla Commissione Giustizia del Senato degli Stati Uniti per la conferma di Amy Coney Barrett (qui un suo breve profilo) nel ruolo di Associate Justice della Corte Suprema. Barrett, 48 anni, è stata nominata da Donald Trump e, se confermata, occuperà il seggio che fu di Ruth Bader Ginsburg. Si è fatto un gran parlare della judicial philosophy della candidata e facili riduzioni giornalistiche hanno provato a venderla come una sorta di “politico in toga”, che farà tutto quello che potrà per promuovere la propria agenda personale. Nulla di più falso.

Nei passi più salienti di questo discorso – tenuto il 21 maggio 2019 presso l’Hillsdale College, e che può essere visto qui – Amy Coney Barrett spiega che il giudice è tenuto ad applicare la legge per come è, non per come vorrebbe che fosse. Richiamando gli insegnamenti dei giudici Jackson e Scalia, Barrett osserva come vivere all’altezza di questo ideale richieda coraggio: il coraggio di andare contro non solo le proprie personali preferenze, ma anche contro l’opinione pubblica, quando sia le prime sia la seconda siano orientate in senso contrario a ciò che è richiesto dalla legge. Il tutto ricordando sempre che se un giudice non è disposto ad applicare la legge, ma vuole pronunciarsi secondo le proprie personali preferenze, allora non sta operando affatto come giudice: sta operando come policymaker.

La traduzione è a cura di Giuseppe Portonera: in essa, si è scelto di mantenere l’originario tono discorsivo dell’esposizione

Questa sarà parlerò di ciò che si deve fare a fronte di ciò che si vorrebbe fare, e di ciò che si deve fare a fronte di una opinione pubblica intensamente orientata nel senso di non fare. […] Fare ciò che va fatto, nonostante una preferenza personale o politica opposta, nonché trovandosi contro l’opinione pubblica, è particolarmente importante nella professione del giudice. Un giudice è tenuto ad applicare la legge per come è, non per come vorrebbe che fosse. È obbligato a seguire la legge anche quando la sua inclinazione individuale va nel senso opposto e quando subirà dure critiche dal pubblico per averlo fatto. […]

Siamo stati fortunati, nella nostra storia, ad aver avuto giudici pronti ad adempiere il proprio dovere, anche quando questo ha significato discostarsi dalle proprie simpatie e anche quando ciò li ha esposti a critiche diffuse. Vi offrirò un esempio tratto da una famosa dissenting opinion: quella di Justice Robert Jackson [qui una sua breve biografia, ndt] nel caso Korematsu v. United States. In quel caso si metteva in dubbio la costituzionalità dell’ordine con cui gli americani di origine giapponese vennero allontanati da alcune zone [della California, ndt] durante la Seconda Guerra mondiale. L’imposizione di coprifuochi, di interdizioni e, infine, dell’internamento in appositi campi nei confronti dei nippo-americani è un’onta della nostra storia. […] Ma il larghissimo sostegno popolare che quella misura riscosse è provata dal fatto che Earl Warren, che era allora governatore della California e che più tardi sarebbe diventato Chief Justice degli Stati Uniti, e che ha guidato la Corte quando fu pronunciata Brown v. Board of Education [che dichiarò incostituzionale la segregazione razziale, ndt], sostenne l’opportunità di quell’internamento. Era un periodo segnato dalla guerra e l’elettorato si lasciò trascinare.

L’internamento dei nippo-americani era reso possibile, dal punto di vista giuridico, da un executive order firmato dal presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt. Robert Jackson doveva a Roosevelt la sua stessa carriera. Quest’ultimo lo aveva nominato alle tre più prestigiose posizioni cui un giurista può ambire negli Stati Uniti: Solicitor General, Attorney General [rispettivamente, una sorta di Avvocato generale dello Stato e di Ministro della Giustizia, ndt] e Associate Justice della Corte suprema. In aggiunta al loro rapporto personale, Jackson e Roosevelt erano amici di lunga data (nati e cresciuti entrambi nello Stato di New York). Eppure, Jackson non ha lasciato che la lealtà personale e l’affetto nei confronti di Roosevelt influenzassero la sua decisione in Korematsu. Purtroppo, si ritrovò in minoranza: la Corte Suprema decise, con un voto di 6-3, che l’ordine di internamento fosse costituzionale. Ma Jackson scrisse un veemente dissent, opponendosi all’idea che potesse considerarsi conforme a Costituzione un ordine che rastrellasse delle persone – molti di loro cittadini americani – solo perché di origine giapponese. […] Questo è senso del dovere, non politica.

Essere un giudice richiede coraggio – il coraggio di Robert Jackson. Un giudice non è un giudice per poter decidere i casi nel modo che preferirebbe. Un giudice non è un giudice per poter decidere i casi come l’opinione pubblica o la stampa vorrebbe che fossero decisi. Un giudice non è un giudice perché deve vincere una gara di popolarità. Un giudice è un giudice per adempiere il proprio dovere e seguire la legge ovunque ciò potrebbe condurlo. Justice Antonin Scalia era solito ripetere che un giudice che è soddisfatto da qualunque decisione pronunciata non è un buon giudice, ma uno pessimo. Molto semplicemente, la legge non si conforma alle preferenze politiche e personali di un giudice in ogni controversia: pertanto, ci sarà quella volta in cui il giudice dovrà assumere una decisione difficile e risolvere il caso raggiungendo una decisione che è quella che personalmente non avrebbe preferito. […] È questo il dovere di un giudice: pronunciarsi nel mondo in cui è imposto dalla legge e non secondo il proprio istinto – come sarebbe, ad esempio, se io mi chiedessi: “quale è il risultato che Amy Coney Barrett vorrebbe che questo caso raggiungesse?”. Se un giudice non è disposto ad applicare la legge, ma vuole pronunciarsi secondo le proprie personali preferenze, allora non sta operando affatto come giudice: sta operando come policymaker.

Sono convinta che non sia un caso che ogni giudice negli Stati Uniti indossi un’anonima toga nera. Essa rappresenta l’impersonalità della legge e la dedizione che ogni giudice ha nei confronti del rule of law. […] Perché lo penso? Perché l’attenzione non dovrebbe mai essere rivolta a chi sta decidendo il caso, non dovrebbe mai essere rivolta al giudice, né il giudice dovrebbe attirare quell’attenzione. L’attenzione deve essere verso la legge. Il giudice non deve decidere il caso secondo le proprie personali preferenze e, dunque, la toga nera non deve esprimere “individualità” […]. La toga nera è un simbolo del fatto che ogni giudice condivide l’impegno di rispettare il rule of law, che ogni giudice partecipa a quella comune impresa che è applicare la legge e sforzarsi di farlo nel migliore modo possibile. Ricevere giustizia non dovrebbe dipendere dal giudice cui si viene assegnati, bensì da cosa la legge richiede in quel particolare contesto.

Potreste chiedervi: tutto questo è corretto, ma i giudici sono umani e come umani hanno preferenze e convinzioni; come può, allora, un giudice anche solo pensare di poter distinguere le proprie personali predilezioni da ciò che la legge richiede? Sono convinta che ciò sia possibile. Ogni giudice deve essere attento a non cadere nell’errore di confondere le proprie individuali inclinazioni e il significato della legge – ed è possibile riuscirvi. È questa l’essenza del nostro lavoro. È questo il dovere di ogni giudice. […] Per più di due secoli, l’ordine giudiziario federale ha lavorato assiduamente, e con grande successo, per sviluppare e preservare il rule of law. […] Per quanto mi riguarda, sono diventata un giudice proprio per contribuire a questa lunga tradizione, e non avrei avuto alcun interesse a farlo se il lavoro del giudice fosse stato quello del policymaker. Il mio interesse è quello di partecipare alla nostra tradizione di giudici che difendono il rule of law.

In questi tempi si fa un gran parlare dei tribunali come istituzioni “politiche”. Ma se riduciamo il diritto alla politica, che bisogno abbiamo dei tribunali, specie quando abbiamo già i politici? Le Corti non sono arene politiche. I tribunali sono luoghi in cui i giudici adempiono il dovere di difendere il rule of law.

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Giuseppe Portonera


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