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Ecco chi sono gli oligarchi più influenti di Londongrad (a colpi di rubli, non di tweet): e non sono amici di Putin…

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La Camera dei Comuni potrà anche indagare sui 15 mila Twitter account di origine russa che hanno influenzato il voto in Scozia e forse quello per la Brexit. Ma la Londongrad che conta si muove tra Westminster, Belgravia e Mayfair a colpi di rubli e non di tweet

Il Rapporto dell’Intelligence and Security Committee della Camera dei Comuni lo ha detto chiaro e tondo: l’influenza della Russia nella vita politica ed economica britannica è “la nuova normalità”. Ma chi sono gli oligarchi più influenti a Londra e dintorni? Da una analisi più approfondita si vedrà come molti di questi imprenditori, finanzieri, proprietari di fondi hedge e di squadre di calcio non sono proprio del tutto allineati a Vladimir Putin, anzi. Spesso hanno fatto base a Londra proprio per avere margini di manovra più ampi lontano dallo Zar. Investono in agenzie di public relations, charities, università, imprese e influenzano la politica con le loro attività a stretto contatto con quelle dei faccendieri e sensali britannici che li consigliano e vegliano su di loro nel passaggio da Mosca a Londra. Non sono nominati dalla Commissione e, forse, non sono nemmeno loro l’obiettivo del report: ma hanno messo le radici nella capitale britannica tanti anni fa e ormai sono considerati parte dell’establishment londinese, o comunque molto vicini a esso. Gli inglesi ne apprezzano – manco a dirlo – soprattutto le disponibilità economiche.

All’inizio di quello che l’ambasciatore russo a Londra, Alexandr Yakovenko, definì nel 2017 “il minimo storico assoluto dei rapporti tra Regno Unito e Russia” c’è stato il rifiuto del governo britannico di estradare Boris Berezovsky, l’uomo d’affari auto-esiliatosi a Londra, e Akhmed Zakayev, il leader separatista ceceno. Dall’arrivo di Berezovsky in poi Londra è diventata Londongrad, il posto ideale per chi voleva farsi gli affari propri lontano dagli occhi indiscreti di Putin. E così la guerra tra Cremlino e Downing Street è iniziata a colpi di spionaggio, avvelenamenti più o meno misteriosi e tentativi di “meddling” (intromettersi) nei sistemi politici altrui.

Uno degli inglesi che più aiutò il radicamento di Londongrad fu Stephen Curtis, avvocato di Mayfair che lavorava sia per Berezovsky sia per un altro reprobo del regime di Putin, Viktor Khodorkhovsky: nel suo castello dell’Isola di Portland nel Dorset, si incontravano i pezzi grossi della diaspora russa a Londra con le persone più influenti del governo Uk e dell’economia britannica. Una sola la regola: niente fotografie e cellulari lasciati ai bodyguards all’ingresso. Molto influente nel creare la rete di relazioni tra russi e britannici fu lord Bell, dell’agenzia di PR Pottinger Bell, un passato da consigliere elettorale di Margaret Thatcher e main advisor di Berezovsky. Bell e Curtis però conobbero una fine diversa: mentre il primo fu nominato Barone di Belgravia, il secondo trovò la morte con il suo elicottero nei pressi dell’aeroporto di Bournemouth. Da quel giorno Curtis divenne “the man who knew too much”, l’uomo che sapeva troppo.

Ma non si può parlare di oligarchi londinesi senza fare riferimento a Roman Abramovich, il più celebre ma anche il più taciturno dei trapiantati a Londra. Proprietario del Chelsea FC dal 2003, lo zar Roman ha spostato il suo impero a Londra anche nel timore di vendette nei confronti della sua famiglia. Per questo ha assunto tramite la sua società londinese, la Millhouse Capital, un’agenzia di protezione di bodyguards internazionale, la Kroll Security International. A gestire il team di gorilla che veglia su Roman e i suoi cari, un ex militare della Special Air Service (SAS), Mark Skipp. Quando Skipp ne ha avuto abbastanza della Kroll International, si è messo in società con un altro ex SAS, Bob Taylor, che aveva conosciuto durante la Prima Guerra del Golfo. Gli uomini di Skipp e Taylor gestiscono 13 bodyguards nella dimora di Abramovich di Lowndes Square, 10 nella sua residenza di Chester Square e altri 10 in quella di campagna di Fyning Hill nel West Sussex.

Un ruolo più visibile anche se sempre defilato rispetto alle prime pagine dei tabloid lo hanno anche Alexandr ed Evgeny Lebedev, padre e figlio di una dinastia che ormai è parte del jet-set londinese. Alexandr era un ex ufficiale del KGB, proprietario di azioni delle più importanti banche e imprese statali russe: Aeroflot, Gazprom, Sberbank e così via. Dopo avere timidamente tentato la carriera politica candidandosi come sindaco di Mosca anche contro il putiniano Jurij Luzhkov, ha deciso di investire a Fleet Street, nel “magico” mondo dell’editoria britannica. Lebedev è anche proprietario della Novaya Gazeta, il quotidiano dove scriveva Anna Politkovskaya, la giornalista assassinata per i suoi reportage sulle attività dei russi in Cecenia. Sono ora di proprietà di Lebedev in Uk, l’Independent, l’Independent on Sunday e l’Evening Standard, il quotidiano londinese della sera, diretto fino a poco tempo fa dall’ex ministro delle finanze Tory, George Osborne. Il figlio Evgeny, nato a Mosca ma ormai considerato un anglo-russo, è il proprietario della holding di famiglia. Non è raro vederlo vestito in maniera eccentrica nelle soirées più esclusive di Belgravia e Mayfair o agli appuntamenti in cui l’establishment governativo incontra la stampa e le star del West End.

Ma le attività di Abramovich, Lebedev e degli altri super-ricchi che hanno interessi di business nel Regno Unito come Oleg Deripaska o Vladimir Doronin, hanno fatto crescere anche diversi mercati che devono ringraziare la loro munificenza. È il caso di quello dell’arte contemporanea. Si dà il caso che la quinta moglie di Abramovich, Daria Zhukova, sia una mecenate che patrocina le attività del celebre artista Damian Hirst, e appare a tutte le più esclusive serate di Sotheby’s, la nota casa d’aste. E poi c’è il mondo del real estate, delle grandi dimore di lusso e del business developing a esso legato. I fratelli Christian e Nick Bundy hanno fatto la loro fortuna vendendo e ristrutturando le più lussuose ville londinesi (e non solo) ai russi, così come il principe Michael di Kent, Gran Maestro di Gran Loggia nel Middlesex, imparentato con lo zar Nicola e fluente in lingua russa. Il suo ruolo di interprete per i grandi magnati appena arrivati a Heathrow con il loro jet è inestimabile.

Così come è fondamentale il ruolo di advisor Nat Rothschild per Oleg Deripaska. I due si sono conosciuti all’Annabel Club di Mayfair e da quel momento è nato il sodalizio. Rothschild è naturalmente un nome noto della finanza internazionale ma non solo: il padre di Nat, lord Jacob Rothschild, è ben noto alla Famiglia Reale e al Governo britannico per le sue attività imprenditoriali e filantropiche. Fu proprio su consiglio di lord Jacob che nel 2008 il figlio Nat consigliò a Deripaska di incontrare sul suo Yacht a Corfù le teste d’uovo dei due principali partiti britannici: l’ideologo del New Labour, Peter Mandelson, e l’allora Cancelliere dello Scacchiere ombra dell’opposizione Tory, George Osborne. I giornali ne parlarono per giorni e Osborne ammise che si discusse di una donazione da 50 mila sterline di Deripaska ai Tory. Peanuts, spiccioli, se consideriamo che il patrimonio stimato di quest’ultimo è di 3,5 miliardi di euro secondo Forbes.

La Camera dei Comuni potrà anche indagare sui 15 mila Twitter account di origine russa che hanno influenzato il voto in Scozia e forse quello per la Brexit. Ma la Londongrad che conta si muove tra Westminster, Belgravia e Mayfair a colpi di rubli e non di tweet.

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Daniele Meloni


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