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Due Americhe: perché un voto non dovrebbe servire a “squalificare moralmente” metà del Paese

Avatar di Marco Faraci, in Esteri, Quotidiano, del

Nel tempo, le elezioni presidenziali hanno cominciato ad assomigliare sempre più a degli “scontri di civiltà”, in cui non è tanto in ballo la scelta tra questo o quel sistema di policies, quanto piuttosto la decisione su quale parte del Paese abbia il diritto di “sentirsi a casa” e quale invece debba sentirsi, in qualche misura, “straniera in patria”… La vera battaglia di lungo periodo è fare in modo che nessun partito possa acquisire così tanto “potere” sull’America tutta quando chiunque acquisisca il controllo del governo federale può averne in questo momento

La scelta tra Donald Trump e Joe Biden, più ancora che far presagire divaricazioni importanti su terreni come l’economia o la gestione effettiva dell’attuale pandemia, si presenta in termini particolarmente dirompenti dal punto di vista del suo impatto culturale.

La politica americana sta, nei fatti, raggiungendo livelli di polarizzazione sconosciuti in passato.

Certamente l’elezione del presidente ha sempre rappresentato uno snodo fondamentale per il Paese, in virtù della visibilità e delle prerogative connesse alla massima carica. Comunque a lungo in passato i risultati hanno rappresentato ampi cambi di umore dell’elettorato più che il confronto tra due blocchi secchi. Questo ha reso possibile anche un certo numero di “landslide”, come la vittoria di Lyndon Johnson nel 1964, il secondo mandato di Nixon nel 1972, le due vittorie di Reagan nel 1980 e nel 1984, e quella di George Bush nel 1988.

Erano anni in cui l’elettorato appariva fluido ed un candidato forte poteva catalizzare un consenso vasto che andava al di là delle etichette politiche.

Fino a qualche decennio fa, in fondo, c’era ancora una significativa sovrapposizione ideologica tra i due maggiori partiti e non erano rari i casi di parlamentari Democratici – specie quelli eletti nel Sud – più conservatori di parecchi loro colleghi Repubblicani.

Tuttavia, nel tempo, il divario culturale tra i due grandi partiti si è progressivamente accresciuto, con i Democratici che hanno assunto una connotazione progressista più inequivoca, spingendo in generale i conservatori verso una più chiara identificazione con il Partito Repubblicano.

Tale tendenza è abbastanza manifesta ed è confermata da studi ed analisi puntuali. L’American Conservative Union, ad esempio, dal 1971 mantiene un ranking delle posizioni ideologiche di tutti i deputati al Congresso. Nel corso dei quasi cinquant’anni che sono stati monitorati, la divaricazione tra Democratici e Repubblicani è divenuta sempre più netta.

È così che, nel tempo, le elezioni presidenziali hanno cominciato ad assomigliare sempre più a degli “scontri di civiltà”, in cui non è tanto in ballo la scelta tra questo o quel sistema di policies, quanto piuttosto la decisione su quale parte del Paese abbia il diritto di “sentirsi a casa” e quale invece debba sentirsi, in qualche misura, “straniera in patria”.

Sono stati indubbiamente tanti gli americani che, svegliandosi quattro anni fa dopo la vittoria di Trump, hanno avuto l’impressione di non riconoscere più il loro Paese – di non vedere più i propri valori culturali rappresentati dalla nuova immagine ufficiale degli Stati Uniti. Era però lo stesso “senso di alienazione” che parte importante dell’America aveva sperimentato sotto la presidenza Obama e che ancora più forte essa proverebbe oggi nel caso di trionfo del ticket Biden-Harris.

Nei fatti, per quanto “messianica” sia stata rappresentata, da una certa narrazione, la presidenza di Obama, essa non è stata in niente meno divisiva di quella di Donald Trump. Non è mai esistito un “Obama country”, ma al massimo due “Obama coasts” e qualche “Obama city”.

La verità è che oggi ci sono due Americhe, con due diverse visioni del senso della vita e della società, con due separate narrazioni culturali, con due distinte e spesso conflittuali memorie storiche.

La “crudeltà” di questa elezione principale è che non si tratta di decidere la sconfitta di uno dei due candidati, ma di decretare la “sconfitta” di una delle due Americhe, con i propri valori, i propri princìpi ed i propri riferimenti culturali.

In questo contesto, il verdetto presidenziale assomiglia sempre più ad una temuta ordalia, una decisione assoluta e assolutizzante che può, in senso lato, privare metà del Paese del suo “diritto di cittadinanza”. Questa situazione è comunque un problema, qualunque sia il “tifo” di ciascuno e qualunque sia destinato ad essere l’esito delle elezioni.

Per chi crede nelle idee liberalconservatrici e di “governo limitato” il problema è doppio, perché in ogni scenario di centralizzazione gli incentivi sono quasi sempre a favore di derive “social-stataliste” – aumento della classe politico-burocratica e in generale dell’intermediazione politica, maggiore domanda di politiche di “perequazione” e “omogeneizzazione”, e offuscamento del rapporto tra spesa pubblica e suo finanziamento.

Al contrario, poiché le idee liberalconservatrici sono “economicamente efficienti”, il miglior modo di farle promuoverle è quello di “metterle in concorrenza”, affinché il loro successo si possa misurare nell’insuccesso relativo di politiche di segno diverso.

In questo senso è chiaro che i conservatori, ancora più dei progressisti, devono essere molto scettici rispetto all’idea di affidare il proprio futuro alla lotteria della “democrazia centralizzata” – alla capacità di riuscire a prevalere “per un voto o due” in una decisione che riguarda la vita di centinaia di milioni di persone.

La battaglia immediata è, certamente, battere i Democratici nel voto del 3 novembre. Ma la vera battaglia di lungo periodo è fare in modo che nessun partito possa acquisire così tanto “potere” sull’America tutta quando chiunque acquisisca il controllo del governo federale può averne in questo momento.

La soluzione passa dalla riscoperta della grande tradizione americana di decentralizzazione politica, dal “ritorno degli Stati” rispetto al ruolo di Washington. Gli Stati della federazione rappresentano contesti più culturalmente, socialmente ed economicamente omogenei che possono ancora essere governati sulla base di consensi più ampi e di campagne politiche dai connotati meno “drammatici” e ideologicamente polarizzati.

Spostare le “scelte culturali” più importati dal centro alla periferia toglierebbe loro ogni carattere assoluto e totalizzante. Accettare il principio della decentralizzazione è uno straordinario esercizio di umiltà, perché implica il riconoscimento del carattere intrinsecamente limitato delle decisioni politiche e la legittimità che possano convivere, nella stessa epoca, scelte di segno anche significativamente diverso – senza che il momento elettorale sia percepito in termini di affermazione di una parte del Paese sull’altra e di annullamento dell’orientamento culturale che risulti minoritario.

In definitiva, i governi di orientamento conservatore potranno lasciare un’eredita tanto più feconda e duratura quanto più si ricorderanno di agire non solamente sui contenuti delle scelte, ma anche e forse soprattutto sulla loro devoluzione – sulla restituzione di competenze e prerogative a livelli istituzionali più vicini alle comunità locali.

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Marco Faraci


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