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Dubbi anche sui dati economici che sbandiera Pechino: la propaganda cinese non dorme mai (e qui trova sempre orecchie attente)

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La macchina propagandistica del Partito Comunista Cinese non si ferma davvero mai e, purtroppo, in Italia trova sempre orecchie attente e operatori dell’informazione disposti a fare da cassa di risonanza. Negli ultimi giorni siamo stati sommersi da un coro di peana entro il quale le voci critiche sono pochissime e giocano un ruolo marginale.

Ci viene dunque detto che, mentre il resto del mondo è preda della seconda ondata del virus (di origine cinese, tra l’altro, non dimentichiamolo), la Repubblica Popolare sta ripartendo alla grande poiché sotto la guida di Xi Jinping la pandemia è stata definitivamente sconfitta.

La ripartenza sarebbe in primo luogo economica. Dopo che il Pil aveva registrato nel primo trimestre dell’anno in corso un crollo del 6,8 per cento, nel terzo trimestre ha segnato una crescita spettacolare del 4,9 per cento (anche se, prima della pandemia, gli analisti prevedevano un +5,2). Però, insomma, i cittadini del Dragone non possono davvero lamentarsi, soprattutto se si pensa che gli europei stanno annaspando.

In conclusione, nei primi nove mesi del 2020 l’economia cinese sarebbe cresciuta dello 0,7 per cento. Poco, se si pensa ai dati spettacolari cui la Repubblica Popolare ci aveva abituato. Molto, invece, pensando che così il trend negativo è stato invertito consentendo di rimettere il segno “più” dopo il crollo dianzi citato.

Ovviamente tutti i dati provengono dall’Istituto Nazionale di Statistica di Pechino e, conoscendo l’abilità propagandistica citata all’inizio, molti osservatori occidentali esprimono da tempo molti dubbi sull’attendibilità di questi numeri. Questo però non impedisce a un importante quotidiano italico di titolare “La Cina balza fuori dal Covid”, con un’immagine icastica che accentua ancor più la nostra depressione da seconda ondata.

Altro titolo assai interessante: “Xi ordina l’autarchia e la Cina riparte”. Da noi il termine “autarchia” evoca ricordi mussoliniani e fascisti, ma per i cinesi il significato è evidentemente diverso. Poiché l’economia a Pechino è totalmente controllata dal partito, quest’ultimo può permettersi di mettere in campo investimenti e stimoli enormi. A loro non accade di avere organismi sovranazionali che impongono regole rigide e chiedono di fare “i compiti a casa” per ricevere aiuto.

Quindi il governo cinese ha stimolato i consumi interni semplicemente mettendo in mano ai cittadini più soldi, consentendo così di non risentire troppo del calo delle esportazioni (il quale, però, è stato molto meno grave di quanto si prevedesse). La Repubblica Popolare continua ad essere un Paese esportatore, ma il governo sta anche cercando di stimolare parecchio i consumi interni.

Il segreto è che Pechino non si preoccupa affatto del debito e dell’equilibrio di bilancio. Controlla in modo totale la propria struttura economica e finanziaria e non consente a chicchessia di metterci il naso. Del resto è questo il cardine della permanenza del Partito al potere dal lontano 1949. Promette sicurezza e welfare ai cittadini in cambio della loro rinuncia a qualsiasi rivendicazione di libertà politica.

Si dice pure che quest’ultima ai cinesi non interessi. Hanno alle spalle una civiltà millenaria in cui la libertà politica non ha mai avuto importanza. E qui vale la pena di spendere qualche parola in difesa del tanto vituperato colonialismo. Si dà il caso, infatti, che i colonialisti britannici abbiano importato a Hong Kong lo stato di diritto, il pluripartitismo e le libere elezioni, e che i cinesi della ex colonia non vogliano più rinunciarvi, costringendo così Pechino alla repressione che tutti conosciamo.

Inoltre, ammesso che i dati forniti dall’Istituto cinese di statistica siano veri, vorremmo tanto sapere come sia stato possibile sconfiggere in modo definitivo il virus pur lasciando milioni di cittadini liberi di andarsene in vacanza e di affollare palestre, piscine e quant’altro. Non risulta che abbiano ancora trovato un vaccino sicuro. Hanno forse conseguito la cosiddetta “immunità di gregge”?

È un altro grande mistero. In realtà i successi conseguiti finora sono il frutto di una militarizzazione capillare della società e dei metodi di cura. I lockdown vengono imposti senza tanti complimenti e senza (almeno in apparenza) proteste da parte dei cittadini. Chi non concorda viene spedito nei cosiddetti “campi di rieducazione” dove, proprio come ai tempi di Mao, si insegna che il Partito ha sempre ragione e conviene obbedirgli per ritornare senza danni alle proprie occupazioni.

Tra i tanti peana filo-cinesi che ho menzionato in apertura ho però trovato anche qualche voce dissonante. Su Il Foglio, ad esempio, leggo che il “modello cinese” è un imbroglio. Il perché già lo sappiamo. Tale modello economico e socio-politico è tipico di un Paese non solo autoritario ma anche tirannico, dove nessuna scelta politica alternativa è consentita, e in cui il Partito decide proprio tutto, incluso il metodo di controllo dell’epidemia.

Non v’è dubbio che, in Italia, ci siano molti politici e comuni cittadini che vedono con favore il suddetto modello. Dal loro punto di vista semplifica la vita consentendo, per esempio, di imporre lockdown totali e parziali senza che si verifichino proteste alla luce del sole. Però occorre fare attenzione, giacché con regimi simili le fake news sono sempre in agguato, ed è difficile credere che il virus in Cina si comporti in modo diverso rispetto al resto del mondo.

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Michele Marsonet


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