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Dopo l’insulto di Friedman, sorrisi e silenzi: il servilismo pro-Biden/Harris ha molte facce, nessuna decente

di Max Del Papa, in Media, Quotidiano, del

Il caratterista in fama di economista Alan Friedman va in televisione, quella pubblica, del servizio pubblico, la Rai, a dire che la moglie dell’ex presidente Trump è una escort, quanto a dire una puttana, e in studio gli ospiti ridacchiano allusivi, complici: bisogna vederle tutte a questo mondo. Ora, lasciamo pur perdere il doppiopesismo etico, il doppio e triplo standard morale dei buoni, i democratici, i femministi in missione per conto del Pd, su questo abbiamo già versato fiumi di parole impotenti, inconcludenti: ma come mai nessuno ha rimarcato che l’oscena uscita di Friedman oltre a coprire di ridicolo un Paese, per mezzo della sua emittente nazionale, rischia la crisi diplomatica, scatena un precedente in potenza devastante? Trump non era più a capo degli Stati Uniti da un minuto: come fai a non porti il problema, come fa la Rai a non inoltrare una nota in cui si dissocia ufficialmente e allontana il responsabile una volta per tutte? Per molto meno è stata cacciata gente.

Friedman, che si faceva fotografare mano in mano a Trump e forse (chissà) potrebbe non aver mai digerito il livore per non essere stato imbarcato nel suo staff di consulenti (Donald sarà eccessivo, ma non è stupido), può sputare fiele sul suo Paese perché lo fa da un Paese che non è il suo, tramite un medium che rappresenta un Paese che non è il suo: in patria non si azzarderebbe, consapevole delle conseguenze. Qui passa tutto in cavalleria, qualche cinguettio più ironico che incazzato e sotto con la prossima figuraccia. Però non può funzionare così. Neppure se ad aprire bocca è un caratterista.

Di nessun presidente al mondo, di nessuna first lady si potrebbe dire qualcosa di lontanamente meno volgare, offensivo: immaginiamoci un commento simile contro la Merkel stessa, contro la moglie di Macron, o la consorte di Putin, o la legittima compagna di un qualsiasi statista africano: per non dire della dolce metà di Xi Jinping. Su Melania si può tutto: è bella, fascinosa, veste bene, non è Dem e, colpa imperdonabile, si accompagna al più odiato presidente della storia americana: sia lapidata, se non altro mediaticamente: escort, mantenuta, zoccola. Nel silenzio generale, non tanto delle Boldrini e suoi derivati, le Odiare ti costa, le restiamo umane, tutta la fuffa in carriera sempre pronta a rotolarsi per terra purché all’interno della camarilla di riferimento.

Quello che pesa davvero, è il silenzio dei non innocenti, i sedicenti equidistanti, i commentatori a parole amici degli Stati Uniti (che invece ridacchiano), i distratti, quelli che in quel momento non c’erano – oggi va di moda, con un ritardo strategico si può perfino diventare sottosegretari al sapone o almeno sognarlo. Ma sì, i responsabili, quelli che un rigo sì e l’altro pure invitano ad abbassare i toni, a ritrovare civiltà (dopo l’orgia di brutalità trumpiana, s’intende), gli apostoli e le apostole del volemose bene: è qui che si misura la serietà residua di un Paese, ed è qui che l’indifferenza totale condanna il Paese alla sua mediocrità.

Non è questione di tweet o di frasette ad effetto: ci sarebbe voluta, vale la pena di ripeterlo, una nota ufficale dalla Rai e, perché no, almeno un commento, un’allusione dal Colle, che fino a prova contraria è tenuto a rappresentare la nazione nel migliore dei modi. Il servilismo ha molte facce, nessuna delle quali decente. Può scatenarsi nella pletora di cantanti leccapiedi al neopresidente Biden, nelle paginate messianiche per la vice, in realtà sua burattinaia Kamala, nelle retrospettive da telegiornale di regime con cui si vende al mercato dell’usato la realtà che non c’è, la ritrovata salvezza globale affidata a un semiottuagenario con evidenti problemi di tenuta. Ma staremo a vedere.

Il servilismo peggiore, però, è quello in apparenza bonario, falsamente distratto, che col pretesto di un lapsus arriva a definire puttana la moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti, ex da un minuto. Verrà giorno che, come sempre, ci ritroveremo in bisogno degli Stati Uniti, e allora, forse, qualcuno si ricorderà dell’improvvida trovata clownesca di questo Friedman: e se ne ricorderà pur se da parte Dem, perché se c’è una cosa su cui tutti gli americani sono, restano concordi è lo spirito patriottico e la tenuta della loro nazione: con questo metro giudicano non solo loro stessi, ma ogni altro Paese, e se un Paese come l’Italia dà prova di una totale mancanza di dignità, non è affidabile, punto. E verrà trattato non da Paese, ma da colonia dell’impero.

Pare che, su Twitter, l’ineffabile Friedman, assai orgoglioso e felice del ritorno di notorietà, usi bloccare tutti quelli che lo apostrofano dopo la sua scenetta: ma bisognerebbe bloccare lui e, oltre a lui, prima di lui, tutti quelli che, potendo eccepire, se ne sono guardati bene. Sono tanti, e sono troppi.

Max Del Papa


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