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Domande ancora senza risposta sull’assalto al Congresso: la narrazione falsa e divisiva della sinistra

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Washington, la prima notizia è una non notizia: il 4 marzo avrebbe dovuto esserci un golpe della setta Qanon, perché il 4 marzo, secondo i siti dei complottisti più impresentabili della destra americana, avrebbe dovuto essere il “vero giorno dell’inaugurazione” dell’amministrazione, dunque il ritorno di Trump al potere. Migliaia di militari della Guardia Nazionale hanno pazientemente presidiato la sede del legislativo statunitense, ma la minaccia non si è neppure materializzata. Nessuna manifestazione, tanto meno un colpo di Stato, ha turbato il sonno degli americani e dei loro rappresentanti eletti.

L’incubo del 4 marzo è solo l’ultima tappa di un capitolo della storia americana aperto il 6 gennaio con l’assalto dei sostenitori di Trump (molti di Qanon) al Campidoglio. I fatti del 6 gennaio sono descritti come una “rivolta armata” contro il Congresso istigata da Donald Trump. Su questo si è basato il processo di impeachment, da cui Trump è poi uscito assolto. Sin dal discorso inaugurale di Biden, questo è ormai un “evento fondativo”. Il morale delle truppe democratiche e dei loro elettori è sostenuto dall’ira per un assalto dei barbari al tempio della democrazia, oltre che dalla paura che si possa ripetere.

Ma è stata una rivolta armata? Dove erano le armi da fuoco? Nelle immagini dell’irruzione al Campidoglio non si vedono. Non le abbiamo individuate neppure nei video delle telecamere di sicurezza mostrate dai Democratici durante il processo di impeachment a Trump. Non si è mai vista alcuna foto della polizia del Campidoglio con la schiera di armi sequestrate agli insorti, come usa dopo ogni operazione di polizia. I fact checkers se la sono presa con il senatore Ron Johnson, repubblicano, che ha definito la manifestazione del 6 gennaio come una protesta “disarmata”. Ma i fact checkers stessi, quelli di PolitiFact che commentano anche i nostri post su Facebook, hanno portato a loro volta prove insufficienti, affermando che, fuori dal Campidoglio a un manifestante è stata sequestrata una pistola (che però non ha evidentemente usato) e che in un furgoncino parcheggiato a Washington, neppure troppo in prossimità della sede del legislativo, sono stati sequestrati “materiali per costruire bombe molotov” e un taser. Vengono citate le due bombe artigianali trovate in prossimità delle sedi di entrambi i partiti, per altro mai rivendicate (ed è difficile anche indovinarne la matrice, considerando che i bersagli erano, appunto, entrambi i partiti, Democratico e Repubblicano). Infine i fact checker citano come “armi” anche tutti gli oggetti usati in modo aggressivo dai manifestanti, incluse le aste delle bandiere. Secondo questo criterio, però, praticamente tutte le manifestazioni di Black Lives Matter dovrebbero essere definite “rivolte armate”.

Questa seconda non-notizia, l’assenza di armi nella “rivolta armata” del 6 gennaio è stata confermata lo scorso mercoledì anche da Jill Sanborn, vicedirettrice dell’antiterrorismo dell’FBI, nel corso di un’audizione in Senato. Sempre Ron Johnson le ha chiesto se l’FBI avesse sequestrato armi da fuoco dopo l’assalto del Campidoglio e l’ufficiale ha risposto: “Per quanto ne sappia, non ne abbiamo sequestrata alcuna quel giorno, né abbiamo eseguito arresti per quel motivo”. Alla domanda se siano stati esplosi colpi di arma da fuoco nel Campidoglio, quel giorno, la Sanborn ha risposto: “Credo che gli unici colpi esplosi quel giorno siano stati quelli che hanno portato alla morte di quella donna”. Quella donna che si chiamava Ashli Babbitt, 35 anni, veterana dell’aviazione americana, manifestante disarmata, uccisa da colpi di pistola sparati da un poliziotto.

Quindi è più chiaro, adesso, il quadro di quel che è successo il 6 gennaio? Una manifestazione disarmata a cui la polizia locale ha risposto uccidendo una manifestante. Altri tre manifestanti sono morti nella stessa occasione, per cause che vanno dal malore alla caduta nel corso di un’arrampicata su un muro di cinta, ma non nel corso di uno scontro armato. E poi c’è ancora il mistero dell’unico poliziotto morto, Brian Sicknick, sepolto con tutti gli onori, da eroe, ma di cui non si conosce la causa del decesso.

Non si tratta di un dettaglio da poco, sulla morte di Brian Sicknick è stato costruito tutto il processo di impeachment a Trump ed è alla base della narrazione della “rivolta armata” del 6 gennaio. Sicknick, dopo i fatti del Campidoglio, era vivo e aveva telefonato al fratello, affermando di stare bene e di aver subito per due volte spruzzi di spray urticante. La sua morte sopraggiunge la sera del giorno dopo, prima smentita, poi confermata. La causa non è, appunto, mai stata rivelata. Era con tutta probabilità una bufala quella diffusa dal New York Times, secondo cui Sicknick era stato ucciso a colpi di estintore: era basata solo su testimonianze anonime, poi non corroborate da prove mediche. A domanda sulla causa della morte dell’agente, in un’audizione al Senato martedì, il direttore dell’FBI non ha risposto.

Per una volta poniamoci un po’ di domande retoriche: cosa sarebbe successo a parti invertite? Se in una manifestazione disarmata antifascista e antirazzista un poliziotto avesse ucciso a sangue freddo una dimostrante di sinistra? Se un poliziotto fosse morto, per cause ignote, più di un giorno dopo una protesta di Black Lives Matter, lo avrebbero considerato comunque una vittima della violenza dei manifestanti? I giornalisti dei grandi media liberal si sarebbero accontentati della versione data da un direttore dell’FBI, che per altro non risponde? La narrazione contro la sinistra verrebbe bollata immediatamente come “divisiva” e “incendiaria”. Siamo, per altro, abituati a veder descritte come “manifestazioni prevalentemente pacifiche” quelle di Black Lives Matter e degli Antifa, dove interi quartieri vengono messi a ferro e fuoco. Al contrario, da due mesi, sia i media che la politica stanno ingigantendo un evento che non ha provocato morti, dove l’unica vittima è una manifestante disarmata. E lo presenta come un tentativo di golpe, un assalto alla democrazia. Che cosa è questa, se non una narrazione incendiaria e divisiva?

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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