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Disuguaglianza non è sinonimo di povertà

di Matteo Milanesi, in Cultura, Quotidiano, del

In molti sostengono che il raggiungimento dell’uguaglianza sia il fine ultimo della politica. Le disuguaglianze sarebbero troppe, solo l’1 per cento della popolazione detiene il 99 per cento della ricchezza mondiale, e sarebbe quindi necessario redistribuire i redditi per aiutare i ceti sociali meno abbienti.

Di primo impatto, si potrebbe supporre che una maggioranza degli italiani condivida queste affermazioni, ma la risposta non è così scontata come sembra.

Nel dibattito sulla povertà e sulle diseguaglianze, di solito non ci si pone una domanda fondamentale: parliamo di uguaglianza delle opportunità o di uguaglianza degli esiti?

Il filosofo Harry Frankfurt, nell’opera “Sulla disuguaglianza”, scrive: “Pochi sarebbero pronti a sostenere che la disuguaglianza è un male peggiore della povertà. I poveri soffrono perché non hanno abbastanza, non perché altri ne hanno di più, né perché qualcuno ha decisamente troppo”. E continua: “La sfida fondamentale non è costituita dal fatto che i redditi degli americani siano ampiamente diseguali, ma dal fatto che troppe persone sono povere”.

Frankfurt ci spiega in modo cristallino una verità inconfutabile: non è colpa dei ricchi o degli ultra-ricchi se ci sono i poveri. Anzi, espropriando i redditi ed i patrimoni dei primi, si arriverebbe sicuramente ad una uguaglianza tra cittadini, ma livellata verso il basso, con meno ricchezza e più povertà per tutti. Di conseguenza, minore produttività e progressivo peggioramento della qualità della vita. Insomma, arriveremmo al sogno (o incubo) marxista (e Dio ce ne scampi!).

E allora, quale può essere la soluzione? Frankfurt spiega: “Mostrare che la povertà è intimamente indesiderabile non contribuisce in nessun modo a mostrare che lo è anche la diseguaglianza economica”.

Tradotto: il problema non è il disequilibrio fra l’ultraricco ed il più povero; piuttosto capire se ad entrambi sono state concesse le medesime opportunità, le stesse libertà e gli stessi diritti.

Se sussistono queste condizioni – ed è tutto da verificare – poi ognuno si svilupperà secondo le sue capacità naturali, ma pur sempre partendo ad armi pari.

Esiste una radicale differenza – come ci spiegava anche Friedrich von Hayek, tra i padri del liberismo – tra il trattare le persone allo stesso modo ed il cercare di renderle uguali.

L’uguaglianza deve essere tradotta come uguaglianza delle opportunità, quindi uguaglianza davanti alla legge e parità di trattamento da parte dello Stato, senza nessun ostacolo dogmatico, burocratico ed arbitrario che impedisca a ciascuno di sfruttare le proprie capacità per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Matteo Milanesi


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