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Di nuovo, la sinistra gioca la carta mediatico-giudiziaria: primo partito di opposizione assediato da procure e manganelli di carta

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Ma dopo il caso Palamara il gioco è ormai scoperto… Da oltre 30 anni in Italia stiamo assistendo alla trasformazione della repubblica democratica in repubblica giudiziaria. Craxi, Berlusconi e ora Salvini sono le vittime di una caccia alle streghe attraverso la quale si mira a sovvertire l’esercizio della sovranità popolare, a stabilire un regime in cui una sorta di supremo comitato di salute pubblica decide, a colpi di indagini e prime pagine dei giornali, chi ha diritto a concorrere per governare il Paese e chi no

Che la maggioranza giallo-rossa non brillasse per garantismo era sotto gli occhi di tutti. Bastava vedere le scelte del ministro della giustizia. Ma che si arrivasse al punto di tentare di istruire una infinita serie di indagini e processi contro il primo partito d’opposizione in Italia e i suoi leader, nazionali e regionali, era una cosa che nemmeno il grillo-piddino più duro e puro poteva sperare. Invece, ecco il punto a cui siamo arrivati: il governatore lombardo Attilio Fontana è indagato per un’ipotesi di reato che ancora si fa fatica a capire; una serie di inchieste sono partite dalle Procure della Repubblica per “fare luce sulla gestione della pandemia in Lombardia”; e, dulcis in fundo, il leader dell’opposizione, Matteo Salvini, sarà giudicato dal Senato giovedì prossimo sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei suoi confronti per il caso Open Arms, risalente all’epoca in cui era ministro dell’interno.

Un simile attacco concentrico mediatico-giudiziario farebbe impallidire anche gli oppositori della giunta militare argentina negli anni della dittatura. Non è peregrino ipotizzare il generale Videla affermare “trop de zèle” di fronte ai bollettini che arrivano dalle Procure ogni giorno indirizzati contro un unico partito: ospedale in Fiera, Lombardia Film Commission, camici, pronto soccorso di Alzano, ong, sequestro di persona. Manca solo l’abigeato e poi si è indagato su ogni reato eventualmente attribuito ai vertici della Lega.

Il problema, se consentito, non è solo di Salvini o della Lega ma riguarda il nostro stato di diritto, o cosa ne resta, di fronte all’offensiva mediatico-giudiziaria apertamente sostenuta dai partiti di governo. Guardate il resto d’Europa: trovate forse il caso di un leader dell’opposizione trattato come Salvini? Non mi risulta che Johnson, Macron e Merkel ambiscano all’eliminazione per via giudiziaria dei loro rivali politici. Il garantismo non è un inutile orpello finalizzato a coprire le eventuali malefatte dei politici: è la base su sui si fonda uno stato democratico, in cui tutti sono uguali di fronte alla legge e nessuno deve essere considerato colpevole prima dell’ultimo grado di giudizio.

Da oltre trent’anni in Italia stiamo assistendo alla trasformazione della repubblica democratica in repubblica giudiziaria, dove la scelta di chi governa il Paese appartiene ai giudici e non ai cittadini. Craxi, Berlusconi e ora Salvini sono le vittime di una caccia alle streghe attraverso la quale si mira a sovvertire l’esercizio della sovranità popolare, a stabilire un regime in cui una sorta di supremo comitato di salute pubblica decide, a colpi di indagini e prime pagine dei giornali, chi ha diritto a concorrere per governare il Paese e chi no.

Naturalmente, la posizione del governatore Fontana verrà archiviata riguardo agli ultimi reati che gli vengono contestati, ma forse, a quel punto, il danno sarà fatto e la notizia occuperà un trafiletto nelle pagine interne dei giornali, tra una news sulla cellulite di Meghan Markle e un panegirico filo-governativo. Fontana è stato eletto nel 2018 con una valanga di voti: il 59 per cento dei cittadini lombardi gli ha espresso fiducia. 

È così che l’obbligatorietà dell’azione penale diventa la foglia di fico per indagare contro l’opposizione e ribaltare l’esito inoppugnabile delle urne. Sono 25 anni che in Lombardia la sinistra tenta la carta giudiziaria. Mai una volta gli è andata bene.

Ma l’attacco “sudamericano” alle opposizioni, calpestando garanzie iscritte nella Costituzione, non può passare inosservato, soprattutto alla luce di quanto emerso dal caso Palamara. Occorre riformare il nostro sistema giudiziario: separazione delle carriere tra giudici e pm e abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Misure che, beninteso, tutti sanno essere prioritarie per una vita pubblica meno invasa dalla magistratura e un rapporto più sereno tra legislativo e giudiziario. Chi avrà il coraggio di metterci le mani? Un consiglio: nel 2010 Giuliano Pisapia e Carlo Nordio diedero alle stampe un bel libro intitolato “In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili”, in cui delineavano un percorso per riformare il nostro sistema giudiziario. Un avvocato e un giudice di sensibilità politiche diversissime erano concordi nel dire che così non si poteva più andare avanti. Chi vuole fare qualcosa per migliorare la situazione riparta da quel testo.

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Daniele Meloni


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