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Dal “razzismo” ai diritti Lgbt: la nuova sinistra vuole dominare il discorso pubblico

di Marco Faraci, in Politica, Quotidiano, del

Insomma, il dibattito sugli “inginocchiamenti anti-razzisti” nello sport è arrivato anche da noi, facendo irrompere la politica sui campi di calcio. E un mondo del calcio già con la valigia pronta per i Mondiali nel regime islamista del Qatar sale in cattedra per spiegarci cosa sono la fratellanza, l’uguaglianza e la tolleranza. Ebbene, si chiede a gran voce che tutti si inginocchino contro il razzismo. Ma di quale “razzismo” stiamo parlando?

Di razzismo nel mondo, certo, ce n’è ancora a volontà. In tantissimi paesi le minoranze, anche autoctone, sono soggetto di discriminazioni e persecuzioni. Ma non è certo agli yazidi, uiguri, ai rohingya che si pensa quando assistiamo agli inginocchianti rituali nello sport. Né ai conflitti etnici che da sempre insanguinano l’Africa. Né alla crescente xenofobia tra neri in Sudafrica. E nemmeno ai diritti dei curdi in Turchia, per restare nell’ambito di una delle nazioni partecipanti ai campionati europei. Nei fatti la retorica “antirazzista” ha definito un concetto ben specifico e “ad hoc” di “razzismo” che si identifica con la colpevolizzazione selettiva dell’Occidente “bianco”, che invece è – guarda caso – proprio la parte del mondo che maggiormente ha superato i pregiudizi su base razziale, che è più economicamente e culturalmente aperta all’immigrazione e dove è più facile la mobilità sociale.

Peraltro, appare poco convincente, per varie ragioni, l’idea che l’inginocchiamento rappresenti un modo normale e spontaneo con cui i giocatori esercitano la loro “legittima libertà di espressione”. Prima di tutto perché la libertà di espressione i giocatori la possono esercitare – e la esercitano – in vari modi durante la loro vita di tutti i giorni. Molti di loro sostengono vari tipi di campagne. Ma come si può ritenere normale che contenuti politici siano invece ostentati nello specifico ambito della competizione? Possiamo immaginare qualsiasi contesto professionale in cui chi lavora si metta a fare prediche politiche di fronte ai clienti – che si sia al supermercato, dall’elettrauto o in una riunione tra aziende? Un atteggiamento del genere sarebbe immediatamente considerato non professionale, molesto ed inopportuno e, se messo in atto, avrebbe prevedibili conseguenze.

In secondo luogo, le cause che ciascuno di noi ha a cuore sono molte e diverse. Se l’inginocchiamento “contro il razzismo” rappresentasse una manifestazione spontanea a sostegno di una causa sentita da alcuni giocatori, cosa succederebbe se ad altri in contemporanea venisse in mente di manifestare per altre cause? Che cosa diventerebbe il calcio se cinque giocatori mettessero su un picchetto anti-tasse, se i panchinari inscenassero una manifestazione contro l’aborto, se i guardalinee si mettessero a sbandierare per i diritti degli animali e se i due portieri lasciassero le porte in segno di protesta contro l’immigrazione clandestina? Ci piacerebbe davvero che lo sport diventasse un palcoscenico per ogni tipo di improvvisato esibizionismo politico? Che ogni campo di calcio diventasse un confuso Speakers’ Corner dove i nostri beniamini che paghiamo per tirare calci a una palla si premurassero di farci sapere cosa ne pensano su questo o quel tema di attualità?

Ma naturalmente, i sostenitori dell’inginocchiamento non contemplano veramente la prospettiva che la manifestazione politica nello sport assuma dei connotati “pluralisti”. Per i progressisti sono evidentemente solo le cause da loro selezionate quelle che di volta in volta devono entrare negli stadi – e tutto sarà fatto affinché la pressione sugli atleti sia tale che risulti evidentemente sconveniente e imbarazzante non adeguarsi al rito collettivo. In altre parole, il concetto è che gli inginocchiamenti debbano essere “spontanei” più o meno tanto quanto lo furono i saluti romani che gli atleti di tante nazioni tributarono a Hitler alle Olimpiadi di Berlino.

Particolarmente significativo è il fatto che sia stato chiesto ai gestori dello stadio di Wembley di mettere la musica a pieno volume mentre i giocatori sono in ginocchio, in modo da coprire gli eventuali fischi. In pratica si vogliono immagini televisive “perfette”, opportunamente filtrate da qualsiasi forma di dissenso, anche ricorrendo a “tecniche” che farebbero gridare alla “dittatura” se messe in atto da altri. Ma se hanno diritto i giocatori ad effettuare una manifestazione politica fuori programma e fuori contesto, non avrebbero allora anche gli spettatori il diritto alla libertà di espressione del loro disappunto? Poi, naturalmente, abbiamo già sentito in questi giorni vari tentativi di denigrare chi ha osato non inginocchiarsi, tutti che sottintendevano chiaramente l’accusa di “razzismo” o per lo meno di
“insensibilità al razzismo”.

Si tratta, ovviamente, di un’accusa risibile. É come dire che, siccome non si è manifestato in campo nemmeno contro la corruzione e il clientelismo, la pedofilia, la mafia, la pena di morte o la repressione della libertà di stampa, allora si è implicitamente a favore di tutte queste cose. Nei fatti il “razzismo” è il pretesto, buono oggi, ma perfettamente intercambiabile alla bisogna con tanti altri – che siano l’ambiente, il femminismo, il pacifismo, i diritti Lgbt, e così via. Non cause da affrontare nella loro reale dimensione e nella loro concretezza, ma bandiere al servizio dell’unico vero obiettivo di questa “nuova sinistra”, che è quello di prendere il totale controllo del “discorso pubblico”.

Dopo il cinema e Big Tech adesso serve mettere il cappello sullo sport e renderlo anch’esso un megafono di uno smisurato progetto di “purificazione del pensiero” che non ammette concorrenza o contestazione, ma rispetto al quale ci si può solamente identificare come “leali” o “sleali”. Siamo su una bruttissima china e servirà molto lavoro per frenare questa deriva.

Marco Faraci


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