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Crolla la narrazione sul Green Pass: colpo alla credibilità di Draghi e sputtanamento dei televirologi

di Federico Punzi, in Politica, Quotidiano, del

Ora sono in preda all’isteria per Omicron, che sembra in grado di bucare i vaccini. Ma se non ci facciamo impressionare dalle impennate di casi, la maggior parte asintomatici o mild, i dati da Sud Africa (ospedalizzazioni in caduta del 90 per cento) e Regno Unito fanno ben sperare…

È il 18 dicembre ed è impressionante la quantità di pere e peri che cadono dagli alberi. Si tratta di televirologi e burocrati della sanità pubblica che si accorgono, o fingono di accorgersi oggi che la copertura dei vaccini dura 5-6 mesi. Con questa presentata come “scoperta” nelle interviste sui giornali e nei salotti televisivi, cercano di rifarsi una verginità e di smarcarsi da una narrazione che sta facendo acqua da tutte le parti e che sembra improvvisamente senza padri né madri. Vaccinati immuni? E chi l’ha mai detto? La “pandemia dei non vaccinati” l’avevano definita, ricordate? Oggi è chiaro a tutti che il titolo più corretto sarebbe, semmai, “l’ondata dei vaccinati”.

Si sapeva da luglio scorso, infatti, che la copertura dei vaccini durava 5-6 mesi, per poi crollare verticalmente – pur mantenendosi abbastanza elevata contro la malattia severa. Lo ammetteva la stessa Pfizer in un comunicato dell’8 luglio, lo ripetevano le autorità israeliane, che sulla base dei loro dati di giugno-luglio si preparavano a somministrare la terza dose già all’inizio di agosto; lo diceva il dietrofront del CDC Usa sull’uso delle mascherine; lo affermavano i primi studi di fine luglio. Eppure, tutto il caravanserraglio di televirologi, burocrati e giornalisti allineati al governo ha sostenuto il Green Pass a 12 mesi. Esiste una sola parola per descriverli: cialtroni. Competenti, semmai, nel rigirare frittate… Quando vi dimettete?

Ma perché 12 mesi? Chiaro, perché non si sarebbe potuto nemmeno introdurre un Green Pass a 6 mesi, dato il carico che avrebbe significato per la campagna vaccinale. Una durata inferiore avrebbe lasciato molti sanitari senza certificato già a partire da settembre/ottobre e meno di un anno non sarebbe apparso come un incentivo sufficiente a spingere le persone a vaccinarsi. Quindi, 12 sia, anche se già sapevano non avere alcun senso dal punto di vista epidemiologico. Anzi, probabilmente è stato dannoso, perché milioni di persone con il lasciapassare hanno avuto e hanno accesso ovunque, senza test, nella convinzione in buona fede di non potersi contagiare e non contagiare, come d’altra parte garantito dal presidente del Consiglio Draghi in persona nella conferenza stampa del 22 luglio: il Green Pass dà la “garanzia di trovarsi tra persone non contagiose”.

In questi giorni il clip video di questa frase sta circolando sui social, una balla spaziale memorabile, ma attenzione: bisogna sempre ricordare che l’affermazione di Draghi non è falsa oggi, perché è “cambiato il contesto”, sono emerse “nuove evidenze scientifiche”, “abbiamo scoperto che…”. Quel che è grave è che era falsa già allora, proprio mentre veniva pronunciata dal premier. E tra gli applausi del pubblico adorante, in pochi lo facevamo notare

Capiamo quanto sia dura da ammettere: il capo del governo dei “Competenti” ha egli stesso spacciato certezze che mentre le affermava erano già smentite dalla “Scienza”.

Mercoledì, nelle sue comunicazioni alla Camera e al Senato sul Consiglio europeo, il presidente Draghi ha affermato che “le regole del Patto di Stabilità si sono dimostrate inefficaci e dannose” e, senza pudore alcuno, di esserne “sempre più convinto”, senza però degnarsi di spiegare come mai non si sia mai espresso in questi termini prima della pandemia. Ecco, sostituite “Patto di Stabilità” con “Green Pass” e avrete la proiezione da qui a 10 anni…

I più temerari tra i televirologi e i burocrati della sanità pubblica arrivano ora a proporre di allineare la durata del Green Pass alla durata della copertura vaccinale: 6 mesi, dunque. Per avere un’idea di cosa significhi, ammesso che ci siano tutte le dosi e le capacità logistiche necessarie, presumendo che la scadenza a 6 mesi valga a partire dal 17 gennaio prossimo, a quella data dovrebbero aver ricevuto la terza dose 26 milioni di persone. Ad oggi l’hanno ricevuta 14 milioni. Ad occhio, milioni di italiani, pur volendo, non avrebbero la possibilità di riceverla prima e quindi di prolungare il loro certificato in tempo. Anche per questo l’ECDC aveva suggerito agli Stati membri Ue di prevedere una durata minima del Green Pass (quello originario, per i viaggi intra-europei) di 9 mesi, 3 in più della copertura dei vaccini, proprio per dare modo alle campagne vaccinali di offrire a tutti la possibilità di riceverla.

Dunque, una ulteriore riduzione della validità del Green Pass, oltre ad essere un duro colpo per la credibilità del governo e delle autorità sanitarie – che erano in possesso fin da luglio di tutti i dati necessari sulla durata della copertura dei vaccini – presenta non poche sfide di ordine pratico e, come vedremo, un ostacolo politico: l’Unione europea.

L’intera narrazione del governo Draghi per giustificare il Green Pass, nelle sue versioni basic e super, come principale strumento anti-Covid sta venendo giù in questi giorni come un castello di carte. L’abbiamo ripetuto allo sfinimento dallo scorso luglio: se i vaccini non impediscono la trasmissione del China virus, qualsiasi obbligo vaccinale, formale o surrettizio, non ha senso, è una misura sproporzionata. È solo una caccia al capro espiatorio, una odiosa discriminazione tra vaccinati e non che divide il Paese, esaspera gli animi dei due gruppi, impedisce di concentrarsi sulla protezione delle persone più a rischio – come dimostra il ritardo in cui siamo con le terze dosi alle fasce di età over 60.

E un colpo micidiale alla narrazione lo ha dato lo stesso governo Draghi, o meglio il ministro della salute Speranza, con l’ordinanza che ha fatto infuriare la Commissione europea e i maggiori partner Ue. Con il super Green Pass è venuta meno per un non vaccinato la possibilità di accedere ad alcune attività persino con un test negativo. Si entra solo se vaccinati o guariti. E cosa ti va a pensare Speranza? Dai Paesi Ue si entra in Italia solo con test negativo, anche se vaccinati. Dunque, vaccinati senza test (12 milioni quelli potenzialmente scoperti, avendo ricevuto la seconda dose da oltre 5 mesi) possono circolare liberamente e accedere ovunque in Italia, ma per entrare nel nostro Paese i vaccinati o i guariti devono presentare un test negativo. Un totale cortocircuito logico al quale la narrazione sul Green Pass non può reggere.

I media di regime hanno provato a mettere una pezza, titolando con sprezzo del ridicolo (e della deontologia professionale), che al Consiglio europeo è passata la “linea Draghi” (la Repubblica: “Passa la linea dell’Italia”; La Stampa: “La Ue: sì al green pass all’italiana”; Il Messaggero: “Draghi convince la Ue”).

Ma la “linea Draghi” è passata solo nei titoli dei giornali italiani. Anzi, dal documento conclusivo del Consiglio Ue la linea Draghi sembrerebbe respinta al mittente, con preghiera, la prossima volta, di consultarsi almeno con i partner europei.

“Occorre proseguire gli sforzi coordinati per far fronte all’evoluzione della situazione sulla base delle migliori evidenze scientifiche disponibili, garantendo nel contempo che qualsiasi restrizione sia basata su criteri oggettivi e non comprometta il funzionamento del mercato unico né ostacoli in modo sproporzionato la libera circolazione tra gli Stati membri o i viaggi verso l’Ue. Il Consiglio europeo chiede la rapida adozione della raccomandazione riveduta del Consiglio sulla libera circolazione in sicurezza e della raccomandazione riveduta del Consiglio sui viaggi non essenziali verso l’Ue. Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza di un approccio coordinato in merito alla validità del certificato di vaccinazione Covid digitale dell’Ue e prende atto del fatto che la Commissione adotterà un atto delegato al riguardo”.

E nella raccomandazione citata si sottolinea che decisioni unilaterali degli Stati “possono minare la fiducia nelle misure sanitarie, in particolare nella vaccinazione”.

In conferenza stampa, sia il presidente francese Macron che il cancelliere tedesco Scholz hanno ribadito, pur senza citare l’Italia, ma rispondendo ad una domanda sull’ordinanza del governo Draghi, la linea europea: nessun test per chi arriva da altri Paesi Ue, bisogna salvaguardare il buon funzionamento dello spazio comune.

Ma il vizio di fondo, e di origine, del delirio italiano, e in parte continentale, deriva dall’illusione di poter azzerare i casi, ed evitare ondate, con vaccini che non impediscono la trasmissione del China virus – e non hanno mai promesso di farlo. Se ricordate, all’inizio, si parlava della loro efficacia – oltre il 90 per cento – nel proteggere dalla malattia grave, non dal contagio. Questo significa che la campagna vaccinale non andava fatta? Assolutamente no.

Significa che si è completamente persa di vista la giustificazione originaria dei duri lockdown a cui siamo stati sottoposti: evitare il collasso dei sistemi sanitari, non sradicare il China virus. E in questo i vaccini funzionano: diversamente dalle precedenti ondate, all’impennata di casi positivi non corrisponde una analoga impennata di ricoveri, terapie intensive e decessi, che invece risalgono molto lentamente, facendo supporre che restino accettabili anche scavallato il picco di questa ondata.

E sarebbe potuta andare anche meglio, se invece di concentrarsi a inseguire e criminalizzare i non vaccinati e a reprimere le manifestazioni di dissenso il governo si fosse dato una mossa con le terze dosi, come osserviamo da settimane su Atlantico Quotidiano. Un report dell’Università Cattolica stima che oltre 3 ricoveri su 4 tra i vaccinati (il 76 per cento) e addirittura 7 su 10 in terapia intensiva, si sarebbero potuti evitare se le persone vaccinate da oltre 5 mesi avessero ricevuto la terza dose.

La Danimarca ha in questo momento il picco di casi più elevato d’Europa, e suo record dall’inizio della pandemia, nonostante abbia vaccinato oltre l’80 per cento della popolazione (oltre il 90 degli adulti). Difficile credere possa essere colpa dei non vaccinati… Eppure, decessi e ricoveri non si avvicinano nemmeno a quelli delle precedenti ondate. Stesso discorso vale per l’Italia, come mostrano i grafici qui sotto.

Ora sono in piena isteria per la variante Omicron, che sembra in grado di bucare del tutto la copertura dei vaccini (e in misura significativa anche l’immunità naturale). Ma di nuovo, se non ci facciamo impressionare dalle impennate dei casi positivi, la maggior parte dei quali asintomatici o mild, i primi dati fanno ben sperare. Nel Regno Unito ieri nuovo record di casi: 93 mila in un giorno, con già l’80 per cento di casi Omicron a Londra. Ma i decessi sono stabili dalla scorsa estate (ieri 111) e i ricoveri in lieve risalita (7.611 ordinari, 875 in intensiva, meno che in Italia).

Notizie incoraggianti arrivano dal Sud Africa, dove la variante Omicron è ormai dominante ovunque nel Paese: “Tasso di ospedalizzazioni in caduta”, titola Bloomberg. “Solo l’1,7 per cento dei casi è stato ricoverato in ospedale nella seconda settimana di infezioni della quarta ondata, rispetto al 19 per cento nella stessa settimana della terza ondata di Delta, ha dichiarato il ministro della sanità sudafricano Joe Phaahla in conferenza stampa” (-90 per cento). Il numero di ricoveri in questa ondata è gonfiato anche dal fatto che i pazienti più mild vengono ricoverati perché c’è spazio per accoglierli. “Abbiamo visto una diminuzione della percentuale di persone che hanno bisogno di ossigeno. Sono a livelli molto bassi”.

Potrebbe essere la Omicron quella “poco più di una influenza” che stavamo aspettando, contro la quale i vaccini potrebbero anche non servire se non per le persone più a rischio.

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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