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Caso Rixi, acume tattico di Salvini. Ma la strategia? Quel 1992 che non finisce mai è un’insidia

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In termini di tattica politica, non c’è dubbio sul fatto che ieri Matteo Salvini abbia gestito il caso Rixi in modo ineccepibile.

C’era chi si preparava a usare la condanna in primo grado dell’esponente leghista come una miccia per far saltare il governo: per l’ala giustizialista del Movimento 5 Stelle (cioè tutto il M5S) e per la sua galassia mediatica di riferimento, sarebbe stato un gioco da ragazzi trasformare questo episodio nell’innesco di una crisi proprio sul terreno potenzialmente più gradito ai grillini e più spiacevole per la Lega.

Sapendo questo, Salvini ha preso in mano l’estintore e ha spento il fuoco in cinque minuti d’orologio. Così, le dimissioni di Rixi sono state accettate dal leader: leader che peraltro ha pronunciato parole affettuose verso il suo collega di partito, addirittura attribuendogli una responsabilità politica nel movimento, esattamente nella stessa materia (infrastrutture e trasporti) della quale Rixi si occupava al governo. Un gel gesto e una testimonianza di fiducia.

Lo ribadiamo: in termini di tattica, Salvini ha agito correttamente. Aveva e ha il dovere di fare il possibile per far vivere l’esperienza di governo (significativa la riunione di ieri al Mef della task force leghista con il ministro Tria), e, se proprio si dovrà andare a uno showdown con i grillini, la resa dei conti – dal punto di vista leghista – deve avvenire sulla flat tax, sul taglio di tasse.

Eppure, c’è un problema strategico che non può più essere sottovalutato. Anche i gialloverdi (meglio: anche la componente leghista dei gialloverdi) mostrano di accettare ciò che la politica italiana subisce – senza eccezioni – dal 1992: nessuna riforma della giustizia, abolizione di fatto della presunzione di innocenza e dell’articolo 27 della Costituzione, e apertura della “stagione di caccia”, con un tribunale di primo grado (Rixi) o addirittura una procura (Siri) in grado di dettare l’agenda politica e impallinare l’uno o l’altro esponente di governo.

Non sono precedenti rassicuranti. Se li accetti una volta, anzi due volte, finirai per doverli accettare sempre. E a qualcuno potrebbe venire l’acquolina in bocca, il desiderio di alzare il tiro per colpire bersagli sempre più grandi e significativi. Si dirà: ma nel contratto di governo, per alcuni reati, i contraenti hanno inserito l’obbligo delle dimissioni in caso di condanna in primo grado, o anche solo di rinvio a giudizio. Appunto: un altro errore strategico. La Lega farà bene a rifletterci sopra.

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Ettore Lombardi


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