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Brexit, Johnson respinge i ricatti di Bruxelles e rilancia: c’è vita fuori dall’Ue

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Boris Johnson non lascia. Anzi, rilancia. Attaccato anche dal suo stesso partito sulla gestione della pandemia, sull’esplosione del debito pubblico e per il caos-scuola, il primo ministro britannico è tornato a far tintinnare l’ipotesi di una Brexit senza alcun accordo commerciale tra il Regno Unito e l’Ue, se entro il 15 ottobre non ci saranno stati “significativi passi avanti nelle trattative”.

Il comunicato stampa diffuso da Downing Street nel pomeriggio di ieri era stato ampiamente anticipato dai quotidiani della mattina, colmi di notizie sulla Brexit e di reazioni più o meno piccate nei confronti dell’aut aut di Johnson all’Unione europea. Per la verità la stessa Bruxelles per voce di Michel Barnier aveva affermato che se entro ottobre non ci sarebbero stati passi avanti verso l’accordo di libero scambio (Free Trade Agreement), allora l’ipotesi di no deal sarebbe stata tutt’altro che peregrina.

Il Financial Times ha anche riportato l’indiscrezione secondo cui nel disegno di legge sul Mercato Interno che il governo Tory presenterà mercoledì ai Comuni ci saranno sostanziali modifiche al Withdrawal Agreement votato a dicembre a Westminster, in particolare riguardanti il Protocollo Nordirlandese e i suoi effetti sulla presenza di Belfast nel Mercato Unico Europeo in alcuni settori, e la preservazione di un confine non visibile tra l’Ulster e l’Irlanda. Downing Street nel pomeriggio di ieri ha però comunicato che nel Bill che sarà portato in aula mercoledì ci saranno solo “piccole modifiche organizzative” a quanto votato a fine 2019.

L’accordo con l’Ue si è incagliato su alcuni punti irrinunciabili da entrambe le parti: la politica relativa alla pesca e il level playing field sugli aiuti di Stato alle imprese. Bruxelles vorrebbe legare Londra a regolamenti e direttive del Mercato Comune mentre i britannici vogliono tornare a essere liberi di gestire la loro politica commerciale. Johnson nel suo comunicato ha affermato che “il no deal non è un cattivo accordo per il Regno Unito”, e ha auspicato di poter commerciare con l’Unione come fa l’Australia o, in alternativa, di raggiungere in extremis un accordo sul libero scambio sul modello di quello raggiunto da Bruxelles con il Canada e altri Paesi.

Anche se l’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata sul Covid-19, Londra non è rimasta ferma in questi mesi. La diplomazia ha lavorato per la creazione di un rapporto ancora più stretto tra il Regno Unito e gli altri Paesi dell’Anglosfera. Su Hong Kong il ministro degli esteri Raab ha emanato un comunicato congiunto con i colleghi canadesi, neozelandesi e australiani. Sulle pagine del Wall Street Journal un editoriale di Andrew Roberts dello scorso 8 agosto ha definito il Canzuk come un “nuovo blocco geopolitico di grande rilevanza, ancor più se associato agli Stati Uniti d’America”. Proprio l’ambasciatore Usa a Londra, Woody Johnson, ha comunicato sui social l’avvio del quarto round di negoziati tra Usa e Uk per l’accordo di libero scambio tra le due nazioni. Gli accordi commerciali con il Giappone sono stati finalizzati dal ministro per il commercio, Liz Truss, e dal suo omologo di Tokyo, mentre in tema di servizi finanziari il Cancelliere Rishi Sunak ha già messo in cantiere un accordo con le autorità della Federazione Elvetica. Infine, i rumours sulla nascita di un’eventuale area di Free Trade all’interno del Commonwealth sono sempre più consistenti. Per Londra c’è vita anche – e soprattutto – fuori dall’Ue, anche se Johnson ci ha tenuto a rimarcare che i rapporti con le altre nazioni europee resteranno “stretti” e “amichevoli”.

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Daniele Meloni


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