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Biden vs Putin: i rischi delle battute ad uso e consumo interno senza alcuna politica coerente

di Stefano Magni, in Esteri, Quotidiano, del

Già Obama aveva sottovalutato enormemente la Russia e ne abbiamo visto i risultati…

Biden ha dato dell’assassino a Vladimir Putin. Ma davvero? Indirettamente sì. In realtà lo ha detto il giornalista George Stephanopoulos, che stava intervistando il presidente per l’emittente Abc. “Lei ritiene che Putin sia un assassino” “I do”, ha risposto Biden, che in quel contesto va letto come: “Sì lo ritengo tale”. Quelle due paroline hanno scatenato l’ira funesta del Cremlino e l’apprensione in Europa. Anche se, a dire il vero, ha occupato pochissimo spazio nei media statunitensi e anglosassoni in generale. Biden ha pronunciato quelle due parole in modo distratto, quasi a ribadire una cosa scontata. E negli Usa, definire Putin un criminale è effettivamente scontato.

Questa accusa è vera, va detto. Non si può far finta di nulla, non si può credere, come gli ultimi guerrieri della Pravda, che Navalny si sia ammalato per cause naturali, che Nemtsov sia stato ucciso dai servizi segreti inglesi o che il caso del tentato omicidio di Skripal a Salisbury sia tutta una montatura di Londra. A questa contro-informazione popolare non credono più neanche i russi. In Europa occidentale (Germania, Francia, Italia) abbiamo sempre mille scrupoli a parlare di cose russe, sia per motivi di affari che per sacro timore di un vicino che, pur non essendo più la superpotenza sovietica, resta la prima potenza nucleare. Ma nell’Anglosfera, nessuno ha timore di dire le cose come stanno, definendo Putin un autocrate, un cleptocrate e anche un assassino. E questa è una convinzione trasversale, sia dei progressisti che dei conservatori. Quindi l’accenno di risposta di Biden è una notizia solo da noi. Oltre che in Russia.

L’episodio non è affatto grave e finirà presto nel dimenticatoio? Fino a un certo punto. Le conseguenze potrebbero essere peggiori di quel che crede l’amministrazione democratica. Biden, parlando di Putin, non pensava affatto alla Russia, o alle relazioni Usa-Russia. Pensava a Trump, come al solito. Nella sua intervista alla Abc, lo scandalo non era, per lui, l’aggressione russa in Ucraina, o l’annessione della Crimea, o la presenza dei russi nel Medio Oriente (Libia e Siria), ma l’interferenza della propaganda russa nelle elezioni americane. È quello il torto che, secondo Biden, Putin dovrà “pagare caro”.

E questo è un esempio di come usare – male – la politica estera per motivi di politica interna. Biden, alla Abc, non ha rilasciato un discorso “contro la Russia” e neppure “contro il regime di Putin”. La sua uscita distratta non è neppure lontanamente paragonabile al discorso di Reagan del marzo 1983, quando definì l’Urss “l’epicentro del male nel mondo”. Non lo è nella retorica, ma neppure nei fatti. Reagan, quando pronunciò quel discorso, aveva coerentemente impostato da due anni la strategia di “contenimento attivo” del blocco sovietico, che di lì a sei anni avrebbe provocato il suo crollo. Biden, al contrario, promette tagli alle forze armate, se non altro per compensare le spese enormi della ricostruzione post-Covid che ora deve affrontare. Quindi non c’è alcuna politica estera coerente contro la Russia, solo battute ad uso e consumo della politica interna.

Qual è il rischio di parlare di politica estera mentre si pensa alla politica interna? Quello che la controparte ti dia ascolto e ti prenda sul serio. Putin parrebbe proprio aver preso sul serio le parole dell’intervista di Stephanopoulos a Biden. Il presidente russo, ieri, celebrava l’anniversario dell’annessione della Crimea e ha dato all’inquilino della Casa Bianca una risposta violenta, mascherata da galateo e battute. “Gli auguro buona salute” parrebbe una maledizione/minaccia da mafioso, in questo contesto. All’accusa di essere un assassino, Putin risponde scegliendo deliberatamente un linguaggio infantile. “Chi lo dice sa di esserlo”. Sui rapporti fra le due potenze, nel prossimo futuro, secondo Putin: “Gli Stati Uniti basano le loro relazioni con noi sulle questioni di loro interesse, alle loro condizioni. Pensano che noi siamo uguali, ma non è così: noi abbiamo un codice genetico, culturale e morale diverso, ma sappiamo difendere i nostri interessi. Lavoreremo con loro, ma sui fronti che ci interessano e alle condizioni che riteniamo vantaggiose per noi. Dovranno tenerne conto, malgrado facciano di tutto per bloccare il nostro sviluppo. Malgrado le sanzioni, e le offese, dovranno tenerne conto”. E sabato l’ambasciatore russo lascerà Washington, convocato a Mosca.

Già Obama aveva sottovalutato enormemente la Russia. Nella campagna elettorale del 2012 aveva ironizzato con il rivale Mitt Romney, che indicava in Mosca la principale sfida geopolitica, liquidandolo con un “non siamo più negli anni ’80”. Obama aveva concesso il “reset e restart” nelle relazioni con Mosca, era disposto a scendere a patti su tutto, a partire dalla difesa antimissile europea. Soprattutto Obama considerava i metodi militari come “superati”, come si poteva leggere nelle sue parole di sconcerto estremo sulla Russia: “Una potenza del XXI Secolo che usa i metodi del XIX”. Parole pronunciate nel 2014, quando la Russia aveva annesso la Crimea militarmente. E Obama, che non se l’aspettava, non aveva potuto più reagire. Se adesso Putin dovesse decidere di provocare o testare la determinazione degli Usa con un’altra impresa militare, in un qualunque scacchiere in cui è impegnato (Libia, Siria, Georgia, Azerbaigian, Moldova, Ucraina… Estonia, Lettonia, Lituania), Biden verrebbe quasi certamente colto alla sprovvista. Si renderebbe conto troppo tardi che un atteggiamento ostile, adottato solo per uso interno, non seriamente e non accompagnato da una solida e coerente preparazione diplomatica e militare, può provocare conseguenze letali.

Sia chiaro, sin da ora, che una crisi con la Russia avrebbe immediate ripercussioni in Europa. Per cui prepariamoci. Ma anche in questo caso dovremmo essere abbastanza maturi da saper distinguere la politica estera dalla politica interna. Lo scontro sarà (se sarà) fra Russia e Usa, con i rispettivi blocchi di alleati al seguito. Non sarà fra Putin, dittatore che piace alla destra (per polemica contro il politically correct, la sinistra multiculturale e l’islamismo), contro Biden, presidente che piace alla sinistra (per polemica contro il sovranismo). Sarà un confronto fra sistemi e blocchi, non fra partiti e uomini politici. Dobbiamo dunque sperare e pregare che anche in Italia si sappia distinguere la realtà dall’ideologia, la politica estera da quella interna, e che si scelga ancora di stare dalla parte dell’Occidente, a prescindere da Biden. Un presidente Usa si rimette in gioco ogni quattro anni. Stare con la Russia, al contrario, seppellirebbe la nostra libertà e indipendenza per sempre, come purtroppo dimostra la storia di tutti i Paesi finiti, volenti o nolenti, nella sua sfera di influenza.

Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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