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Antonio Martino, l’austro-libertario: l’elogio di Murray N. Rothbard

di Bernardo Ferrero, in Cultura, Quotidiano, del

Erede della tradizione liberista italiana, quella che per intenderci va da Francesco Ferrara a Luigi Einaudi, il liberalismo di Antonio Martino, per quanto semplice, era coerente, radicale e difficilmente schematizzabile. Nonostante avesse fatto suoi gli insegnamenti dei suoi “professoroni” di Chicago, da Milton Friedman a George Stigler, da Ronald Coase a Robert Mundell, e pur considerandosi allievo ufficiale del primo, sarebbe incompleto confinare il suo lascito intellettuale entro le mura della freshwater school. Apprezzava la Scuola Austriaca e come Ludwig von Mises era convinto che la libertà è sempre libertà dallo Stato: l’interventismo, in tutte le sue forme, oltre a irreggimentare l’economia ed ingessare i processi produttivi, tende per sua natura ad accentrare il potere nelle mani di un’oligarchia illimitata che finisce col calpestare l’individuo e le sue legittime pretese. C’era quindi la consapevolezza che “L’Economia di mercato è fondamento delle libertà politiche”, come recita il titolo del suo libro del 1994.

Martino aveva conosciuto Fritz Machlup ed era diventato col tempo amico di Friedrich von Hayek e Gottfried Haberler. Di quest’ultimo disse che avrebbe senz’altro meritato due premi Nobel: uno per i suoi contributi nell’ambito del commercio internazionale e un altro per il suo libro sui cicli economici del 1937, “Prosperity and Depression”, che anticipava i lavori dell’economista monetario Don Patinkin. La sua continua ricerca, la sua onestà intellettuale e il suo amore per la libertà, inoltre, lo portarono a ricredersi sull’imposta negativa sul reddito che il suo maestro Friedman aveva proposto nel 1962 in “Capitalismo e Libertà” e, sulla linea tracciata da Hayek nei suoi scritti del 1976, “La scelta della moneta: un modo per fermare l’inflazione e La denazionalizzazione della moneta”, aveva auspicato l’introduzione di valute parallele all’euro emesse in regime di concorrenza per contrastare il monopolio assoluto della Bce.

A cogliere l’aspetto radicale e talvolta filoaustriaco del liberalismo martiniano è stato niente meno che il filosofo dell’anarcocapitalismo ed economista di spicco della Scuola Austriaca di economia, Murray N. Rothbard. Un paio di anni fa, scovando tra i vari articoli che quest’ultimo scrisse poco prima di morire (nel gennaio 1995), mi accorsi di un saggio del 1994 dal titolo “Revolution in Italy”, scritto per il Rothbard Rockwell Report e che di recente è stato ripubblicato, con la curatela del sottoscritto, sulla rivista scientifica Storia Libera. Si tratta di un testo purtroppo sconosciuto ai più, ma ricco di spunti. Il filosofo politico americano, infatti, oltre a offrire un’analisi acuta sugli intrighi della Prima Repubblica (1948-1994), ci svela il suo sincero entusiasmo per il centrodestra italiano capeggiato da Silvio Berlusconi. “Proprio quando la sinistra si preparava a salire al potere”, commenta Mr. Libertarian, “il destino è intervenuto per salvare la situazione. Il dinamico miliardario delle televisioni, Silvio Berlusconi […] un convinto sostenitore del libero mercato, molto più di principio di Murdoch, e più coerente di Perot […] è partito da zero, creando un nuovo partito politico, Forza Italia, nel gennaio di quest’anno, e ha vinto solo due mesi dopo le elezioni di marzo”.

Profondo conoscitore della realtà italiana, Rothbard sapeva bene che dietro questo “movimento improvvisamente fiorente”, “entusiasmante”, “dalla mentalità dura e dal pugno di ferro”, come lo aveva definito, c’era la penna di Antonio Martino. Non a caso il suo nome viene menzionato dall’autore ben dieci volte, più di qualunque altra figura intellettuale e politica. “Al centro dei piani di Berlusconi”, scrive il teorico anarcocapitalista, “c’è il suo principale guru economico e consigliere di lunga data, il professor Antonio Martino […] un membro di spicco dell’associazione economica internazionale per il libero mercato, la Mont Pelerin Society”. Ora, chi non conoscesse l’opera Rothbard, deve sapere che sul piano intellettuale non si faceva scrupoli nel rivolgere delle aspre critiche ai suoi colleghi economisti, liberali inclusi. In un noto articolo apparso nel 1971 sulla rivista The Individualist, ad esempio, l’economista americano aveva definito Milton Friedman un “liberale di corte dell’establishment”, “uno statalista-inflazionista”, un “tecnico che consiglia lo Stato su come essere più efficiente nel suo lavoro malvagio”. Non meno critico era stato nei confronti di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, accusati di promuovere “una retorica liberista che maschera un contenuto statalista”, come aveva scritto in un articolo del 1990 per la rivista The Free Market.

Nella figura di Martino, contrariamente, Rothbard vede un signore, un intellettuale liberale a tutto tondo, “molto più amichevole nei confronti della minoranza austro-libertaria all’interno della Mont Pelerin Society” rispetto agli altri economisti di Chicago, e assolutamente coerente nel suo approccio alla politica in quanto ancorato al primato della libertà individuale. “Martino”, evidenzia Rothbard, “vuole andare lontano e veloce per salvare l’Italia dal suo zoppicante status di Stato sociale inflazionario”, e vuole farlo nel modo più lodevole ed autenticamente libertario, attraverso “drastici tagli fiscali”, “grandi aumenti delle deduzioni personali”, il ripristino di “una moneta sonante che ponga fine ai disavanzi”, il taglio delle “aliquote marginali” e la riduzione del “numero di scaglioni dell’imposta sul reddito […] da sette a uno”. Degna di particolare nota per Rothbard è la volontà, più unica che rara, dell’economista messinese di “rovesciare l’intera complessa e orrenda struttura fiscale italiana, riducendo il numero delle tasse da 200 a 10”, il desiderio di frenare la spesa pubblica con “una massiccia privatizzazione, che comprende le scuole e l’assicurazione sanitaria nazionale” e il coraggio di “tagliare quella gigantesca burocrazia parassitaria che ha strangolato la vita economica e sociale in Italia”, riducendo “il numero di posti di lavoro a vita” e sottoponendo “il ramo esecutivo a una buona dose di quello che è stato spesso chiamato sistema delle spoglie”. Se l’Italia seguirà le riforme di Martino, conclude l’economista di Scuola Austriaca, “certamente […] i produttori italiani e l’economia si troveranno in una situazione decisamente migliore”.

L’ammirazione di Rothbard per l’economista italiano è genuina e profonda, tale da condurlo a definire Martino “l’economista austro-libertario di Berlusconi”. Inoltre, attorno alla sua figura, alla sua difesa della società civile contro l’invadenza dello Stato e alla sua prospettiva euroscettica, che condivideva sia con i membri del gruppo di Bruges di cui faceva parte sia con altri movimenti fuori dall’Italia come l’Autres Europe di Sir. James Goldsmith, Rothbard intravede il sorgere di quella che ai suoi occhi sembra essere l’unica vera alternativa alla nuova frontiera collettivista di Bruxelles: “un’Internazionale di destra, una quinta Internazionale, un’Internazionale di nazionalità disparate e sovrane, ciascuna libera e indipendente, ciascuna sulla propria terra […] una libera e genuina comunità di nazioni sovrane”.

Con gli occhi di oggi, possiamo dire che questa rivoluzione liberale è certamente venuta meno. Oltre ad un fisco espropriativo, una burocrazia bizantina, una moneta che si svaluta ininterrottamente facendo evaporare i risparmi di una vita, l’individuo si trova dinanzi ad un regime tecno-sanitario che per difendere la vita ambisce ad appropriarsi di tutte le sue sorgenti. Tuttavia, il ricordo di quel liberismo martiniano che si era incarnato in quel programma del ’94 e capace di entusiasmare finanche Murray Rothbard, dovrebbe mantenere viva la speranza negli amanti della libertà.

Tanto Rothbard quanto Martino erano degli ottimisti di lungo periodo. Sapevano bene che a lungo andare Marx e “i socialisti di tutti i partiti”, per usare una formula hayekiana, avrebbero perso: non è il capitalismo, bensì il collettivismo, la social-democrazia, l’interventismo in tutte le sue sfaccettature, a dover implodere a cause delle loro “contraddizioni interne”.

Martino non era a conoscenza dell’articolo di Rothbard, ma si emozionò non appena gli fu sottoposto dal sottoscritto. “Vedi”, disse nella sua ultima intervista in inglese per l’Istituto Xoán de Lugo, “Rothbard non riusciva ad attraversare la strada senza che la moglie lo tenesse per mano. Era per certi versi un uomo sfortunato, ma al tempo stesso brillante. Non siamo mai stati in strettissimi rapporti eppure, leggendo questo suo saggio che hai portato alla luce, ho provato una forte gratitudine nei confronti di Murray. Rivolgendosi a me in questi termini, ha dimostrato grande generosità e di essere una persona cara”. Un liberismo ferreo si, ma anche una grande signorilità distingueva Antonio Martino.

Bernardo Ferrero

Vicedirettore di Storia Libera.

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