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A Trump e ai Repubblicani conviene trovare un terreno comune, la piattaforma c’è già: riforma elettorale e dei Social

Musso di Musso, in Esteri, Media, Quotidiano, del

Cosa sta accadendo fra Trump ed i Social Network? Come si sta svolgendo e cosa ci riserva questa guerra fra grandi potenze? Gli antefatti sono il discorso di Trump sul pratone dell’Ellisse, i fatti del Campidoglio e la reazione di Biden e dei Democratici.

Al principio, Trump comunica come d’abitudine su Twitter: il 6 gennaio un breve appello alla pacificazione (nel quale non rinuncia a denunciare i supposti brogli), l’8 gennaio un discorsetto che andiamo a leggere. Comincia, pretendendo di aver chiamato “immediatamente” in soccorso la Guardia Nazionale, il che pare essere falso. Scandisce, “ai manifestanti che si sono infiltrati nel Campidoglio: avete contaminato la sede della democrazia americana; a chi compie atti di violenza e distruzione: non rappresentate il nostro Paese; a coloro che hanno infranto la legge: pagherete”, il che è vero ed è un modo per sottolineare che lui non li ha invitati ad entrare.

Aggiunge: noi abbiamo “perseguito con vigore ogni via legale per contestare i risultati delle elezioni, il mio unico obiettivo era garantire l’integrità del voto. In tal modo, stavo combattendo per difendere la democrazia americana”, concetti già espressi prima del fattaccio.

Prosegue, “continuo a credere fermamente che dobbiamo riformare le nostre leggi elettorali per verificare l’identità e l’ammissibilità di tutti gli elettori e per garantire fede e fiducia in tutte le future elezioni”. E dice ‘future’, in quanto ormai, “il Congresso ha certificato i risultati. Una nuova amministrazione sarà inaugurata il 20 gennaio”, cioè, non è più possibile correggere gli asseriti brogli nelle elezioni presenti. Segue invito alla riconciliazione: cioè, a prendere atto del fatto compiuto.

Ma, ciò vale solo per le elezioni passate, non per le future, quindi: “a tutti i miei meravigliosi sostenitori: so che siete delusi, ma voglio anche che voi sappiate che il nostro incredibile viaggio è solo all’inizio. Grazie, Dio vi benedica e Dio benedica l’America”.

Tutti concetti anticipati da un precedente tweet del capo della sua comunicazione, Dan Scavino:

“Dichiarazione del presidente Trump: anche se sono totalmente in disaccordo con l’esito delle elezioni e i fatti rafforzano tale mia convinzione, tuttavia ci sarà una transizione ordinata il 20 gennaio. Ho sempre detto che avremmo continuato la nostra lotta per garantire che fossero conteggiati solo i voti legali. Anche se ciò rappresenta la fine del più grande primo mandato nella storia presidenziale, è solo l’inizio della nostra battaglia to Make America Great Again!”.

Poi altri due tweet, sempre l’8 gennaio: “i 75.000.000 di grandi patrioti americani che hanno votato per me, AMERICA FIRST, e MAKE AMERICA GREAT AGAIN, avranno una VOCE GIGANTE per molto tempo nel futuro. Non saranno trattati senza rispetto od ingiustamente in alcun modo o forma”, eppoi “a tutti coloro che lo hanno chiesto, non andrò all’inaugurazione il 20 gennaio”.

Insomma, Trump andrebbe avanti come se i fatti del Campidoglio non fossero avvenuti: con la sua piattaforma politica e su Twitter.

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È a questo punto che entrano in scena i Social Network. Già erano intervenuti nella campagna elettorale, sostenendo finanziariamente i Democratici e censurando alcune faccende del figlio di Biden, Hunter. Ora fanno un passo oltre, lungo: they deplatform the President, letteralmente depiattaformano Trump, cioè, gli tolgono le piattaforme di comunicazione, lo silenziano. Particolarmente istruttivo il caso di Facebook: sospende “indefinitamente … almeno fino al completamento della transizione” l’account di Trump, va cancellando tutti i contenuti includenti un riferimento allo slogan di Trump: stop the steal, considerando esso possa “portare alla violenza”; durante la cerimonia di insediamento fornirà una propria copertura mediatica e, da quel momento, etichetterà ogni post che tenti di delegittimare i risultati delle elezioni specificando “che Joe Biden è il presidente in carica”.

Parimenti istruttivo il caso di Twitter, che banna Trump per gli ultimi due tweet che abbiamo citato: quello in cui tornava a chiamare i propri 75 milioni di elettori “patrioti americani” e l’altro in cui annunciava che non avrebbe partecipato alla inaugurazione di Biden il 20 gennaio. A Facebook e Twitter si aggiungono altre società tech, fra le quali una di carte elettroniche ed una di mailing che non processeranno più operazioni legate alla campagna di Trump, oppure Shopify che chiude il suo negozio on-line trumpstore.com. Infine, un po’ tutte le principali società tech boicottano o silenziano Parler (un Social Network concorrente di Twitter), provocando una azione giudiziale per abuso di posizione dominante. Poche quelle che, come Airbnb, limitano la censura a soggetti effettivamente entrati in Campidoglio. L’amministratore delegato di Twitter dice di “non credere” che tali azioni siano coordinate … beh lo chiedesse a se stesso.

Vero che i Social Network non agiscono isolati. I media tradizionali cantano talmente in coro, da spingere il perfido Zingales ad annotare che, “dopo tutto, alcuni di loro sono di proprietà dei TAGAF [Twitter, Amazon, Google, Apple e Facebook, ndr] (The Washington Post è di Bezos, The Atlantic è di Laurene Powell Jobs, la vedova di Steve Jobs) e tutti dipendono dai TAGAF per la propria sopravvivenza”.

La associazione golfisti annulla un torneo nazionale in un campo di proprietà Trump, programmato per il 2022; la città di New York anticipa di volergli levare la concessione di un luna park, due piste di pattinaggio su ghiaccio, un campo da golf; la Signature Bank di New York chiude i suoi conti di deposito; Deutsche Bank non farà più alcun nuovo affare con lui o le sue società; idem la Professional Bank della Florida; il suo avvocato Rudy Giuliani viene posto sotto procedura in vista di una prossima espulsione dai registri della professione forense. Per un figlio di Trump, Eric, queste azioni “esemplificano la cancel culture dei liberal … se non sei d’accordo con loro, se a loro non piaci, cercano di cancellarti”. Ma, per il padre, a pesare sono i Social Network perché è lì che la lotta politica moderna si svolge.

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Infatti, è a questi ultimi che Trump risponde, il 9 gennaio, con un tweet dall’account ufficiale della presidenza, poi silenziato. Comincia accusando Twitter di “vietare la libertà di parola … zittire me – e voi, i 75.000.000 grandi patrioti che hanno votato per me … promuovere una piattaforma di Sinistra Radicale”. Aggiunge di star cercando alternative (“non saremo silenziati!”). Scandisce: “Twitter può essere un’azienda privata, ma senza il dono, da parte del governo, della Sezione 230 non esisterebbero a lungo”. Quest’ultimo riferimento è alla Sezione 230 del Communications Act, introdotta nel 1996, la quale esonera i Social Network dalle normali responsabilità degli editori, concedendo loro piena immunità: non solo per qualsiasi contenuto i loro utenti pubblichino, ma pure qualora uno qualsivoglia di tali contenuti essi decidano di rimuovere. Così, ad esempio, Twitter non dovrà rispondere mai ad alcuno, sia per i post che ha lasciato pubblicare a Trump, sia per averli poi cancellati. Un privilegio esorbitante.

Trump torna a parlare l’11 gennaio, in un breve scambio coi giornalisti eppoi con un discorso, nei quali rivendica il proprio programma (“hanno analizzato il mio discorso e le mie parole e il mio ultimo paragrafo, la mia frase finale e tutti hanno concluso che fosse del tutto appropriato”) includente l’attacco ai Social Network che conosciamo, ai quali riserva ora una nuova bordata (“la libertà di parola è sotto attacco come mai prima d’ora”, “stanno facendo una cosa orribile per il nostro Paese ed al nostro Paese e credo che per loro sarà un errore catastrofico, stanno dividendo e sono divisive”). Oltre che, naturalmente, attaccare l’impeachment, rifiutare la violenza, rivendicare il proprio ruolo di tutore dell’ordine.

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E i Repubblicani? Incerto è il numero di quelli fra loro disposti a votare contro Trump: dieci deputati lo hanno già fatto, in futuro forse dieci senatori (ne servirebbero 17), chissà alcuni amici del vicepresidente Pence che (al contrario di Trump) parteciperà alla inaugurazione. Resta, poi, da dimostrare che questo scisma si traduca in un duraturo sostegno a Biden (all’approvazione del nuovo pacchetto di ripresa, alla conferma dei nuovi ministri oggi bloccata al Senato, ovvero nel continuum della legislatura). L’imbarazzo dei Bideniani più saggi è ormai evidente: di fronte al nuovo impeachment, votato dalla Camera mercoledì, propongono di rinviarne la trasmissione al Senato (dunque l’inizio del processo vero e proprio) di almeno 100 giorni; ovvero di lasciare semplicemente perdere, con buoni argomenti (l’impeachment ben difficilmente raccoglierebbe i necessari 2/3 dei voti al Senato, sarebbe la prima volta nella storia che un presidente ne subisce due, l’applicazione post-fine mandato è di assai dubbia costituzionalità).

Il fatto è che, mettendosi in conflitto con Trump, i Repubblicani rischiano di essere comunque travolti da una deriva maccartista al contrario (cioè di essere comunque bannati dai Social Network) e, a destra, di alienarsi elettori abbastanza per vedersi negata ogni futura chance di vittoria. La loro unica via di uscita è trovare con lui un terreno comune di proposta politica: una piattaforma.

Capita che questa piattaforma la abbia offerta lo stesso Trump, col suo discorso dell’Ellisse: la riforma elettorale inclusa la riforma dei Social Network. La prima è da anni tema caro ai Repubblicani: identificazione dell’elettore, prova di cittadinanza americana, divieto di ballot harvesting e di voto universale per corrispondenza, stesura di regolari liste elettorali, voto il giorno delle elezioni. E i Repubblicani fuori Washington, giù nel corpo grosso del Paese, stanno dando interessanti segni di vita: come l’arresto, in Texas, di una donna che avrebbe raccolto 7 mila schede postali a favore di Biden.

Sulla seconda, si sono recentemente espressi alcuni dei loro mentori: Niall Ferguson, ad esempio, il quale suggerisce di smettere di pensare ad interventi anti-trust, mettendo piuttosto i Social Network di fronte alla alternativa fra essere considerati editori (e, quindi, finire rovinati da milioni di cause), oppure non censurare più alcuno (lasciando tale compito ai normali tribunali). In tale esercizio, i Repubblicani potrebbero essere aiutati dalla Corte Suprema, dopo le nomine imposte da Trump solidamente conservatrice e fortemente legittimata dal mancato sostegno offerto allo stesso Trump: una precedente sentenza di quella Corte già definisce i Social Network come “la moderna pubblica piazza” e non si vede perché essa non potrebbe spingersi oltre, per esempio negando il diritto di cancellare contenuti e bannare utenti.

Che la riforma elettorale si possa fare senza toccare la Costituzione, è dimostrato da una legge approvata dalla Camera bassa democratica nel giugno 2019, il Securing America’s Federal Elections Act – Safe Act: tra le altre cose, esso avrebbe reso obbligatorio l’uso di macchine conta-voti con ricevuta cartacea e di produzione nazionale. I Repubblicani alla Camera avevano proposto di inserire il divieto di ballot harvesting, solo per ottenere il rifiuto dei Democratici. Ma il precedente dimostra che si può fare.

Non si tratterebbe semplicemente di distrarre l’attenzione dai fatti del Campidoglio, bensì di lanciare, sin da subito, uno slogan da “ritorno alla Costituzione”, attorno al quale possano stringersi tanto il Partito Repubblicano, quanto il movimento di Trump, alla maniera di come fece, anni fa, il Tea Party. In modo da vincere le prossime elezioni di mid-term e dedicare i successivi due anni a grigliare Biden allo spiedo. Gli slogan non mancano: le “elezioni rubate”, “un livello di censura che renderebbe orgogliosa la Cina”, il libro del senatore repubblicano cancellato dall’editore si intitolava “La tirannia delle Big Tech”, e così via. Certamente è una questione di democrazia (in Italia, a sinistra, lo ha spiegato Massimo Cacciari). Se le cose andassero così, dubitiamo che, ai Democratici, basterebbe il fattaccio del Campidoglio per sostenere con successo la difesa di un sistema elettorale francamente guasto e di un privilegio concesso ai Social Network sinceramente esorbitante.

Musso

Musso


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